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Kelela – Take Me Apart (Warp, 2017)

Kelela si muove piano, sospesa nella vertigine degli istinti, trattiene a lungo il passo decisivo, come il felino affamato che ha puntato una preda facile ma sospettosa. Ma, nel momento dell’attacco, il predatore malinconico ha già consumato tutta la potenza e il tormento del suo slancio, disperdendo il senso affascinante e innocente di quell’aggressività che non potrà mai più essere riproposta nell’arte, ossia con il mestiere e con lo stile. Dalla losangelina Kelela ci aspettavamo troppo: la sintesi estasiante di interiorità ed esteriorità, di passato e futuro, di melodia ed elettronica. E in effetti Kelela ha osato compromettere il suo talento nell’ipertecnologica e cosmica distopia dell’R&B, si è stesa nuda sui bassi e i negati elettronici più inumani e ha cantato la sua passione sul ghiaccio fuso: ma il cosmico è rimasto inattinto, la tecnologia si è rivelata incoerente, la distopia è diventata una moda troppo semplice e la passione si è espressa solo in mielismi.

Il suo debutto con il mixtape “Cut4Me” risale al lontano 2013, il suo mini “Hallucinogen” è stato stampato due anni fa. E nell’attesa sono arrivate le premiate collaborazioni con Solange e Gorillaz. Intanto già l’avevamo eletta come nuova musa dell’R&B contemporaneo e opposta a FKA twigs, come interprete di cuore, pelle e carne, tanto più vera e capace della collega britannica. Ogni primo album deve dimostrare qualcosa, almeno una. Quelli che si fanno a lungo attendere devono dimostrarne almeno tre o quattro. E in questo senso “Take Me Apart” mette in chiaro che Kelela non è FKA twigs e che non ha neppure mai sfiorato quel livello di poeticità, eleganza e pericolosità.

“Take Me Apart” è articolata e stratificata professione di sensualità, istinto soul, serietà e aderenza concettuale ai gusti stilistici contemporanei. Alternativa plausibile e vincente per il mainstream. Strutture più o meno tradizionali di lezioso e manierista R&B complicate da plurali linee melodiche sovrapponibili a contrasti digitali (i ritmi, i bassi, i droni e i break prodotti da Arca e Jam City). Estetica anni ’90 (Janet Jackson, Aaliyah, TLC), echi lontanissimi di Etiopia, hip-hop morbido, bassmusic para-industiale, trip-pop e avant-pop. Un continuo dissociare, complicare, approfondire, dedurre, ostentare, correggere, affinare, lucidare e recuperare che dal pop (“LMK”) sfocia nell’electro sperimentale (“Enough”), dal neoclassico (“Turn to Dust”) arriva al centro dell’inferno plastico dell’hi-tech (“Frontline”).

Tanta affettazione di gusto appare però fondata su risultati noti e indirizzata a fini trasparenti e un po’ troppo commerciali. Le prede qui sono immobili e sono dovunque. Intorno a Kelela c’è troppa cianfrusaglia decadente e ultracontemporanea. E in un album lungo il ciarpame deve essere tenuto a bada.

[sei]

 

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