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Kedr Livanskiy – Ariadna (2MR, 2017)

Ho letto da qualche parte che il 2017 è, sarà o magari è già stato l’anno del ritorno delle chitarre. Può darsi. Sono la persona meno indicata per rapportarsi a una tale presa di coscienza, perché quel poco che ascolto è sempre legato al suono chitarristico. Ascoltavo dischi con le chitarre pure nel 2006, che immagino possa essere inteso come l’anno nero delle chitarre, o qualcosa del genere. Anche io, più o meno da allora ascolto anche musica sintetica, in cui l’hardware non ha corde né pick-up. Lo faccio sempre di più. Per esempio in questi giorni ho ascoltato parecchio (cioè due o tre volte a pezzi) “Ariadna” di Kedr Livanskiy, un’artista moscovida (nata come Yana Kedrina) che saltella sulle punte da un crepaccio digitale a uno strapiombo analogico.

Dentro ci sento degli accenti techno sporchi e macerati che non mi dispiacciono, fluidità e grasso tastieristico ricavato da una Roland Sh-101 e un po’ di rumori ambientali e digitali che potrebbero sembrare effetti di chitarra shoegaze o artifici produttivi di un Fripp chiuso in studio con Eno. C’è anche una parte più dark e industriale, che mi ricorda certa roba russa anni ’80 e ’90 della scena di Izhevsk. Pure tutte le pulsioni armoniche e disarmoniche potrebbero aver a che fare con modo sonico di trattare la musica: tipo il post-punk e il post-rock. Ma Kedr Livanskiy chitarre non ne tocca e non ne tratta. Lei è una cantante e una produttrice di ghiaccio levigato con editing digitale alla ricerche di emozioni di carne e sentimenti di sangue, una figlia di un’epoca altra, cui le chitarre suoneranno come per me suonano cornette e tube. Ciononostante apprezzo fino in fondo l’equilibrio e la chiarezza espressiva con cui questa artista tiene insieme pop, ambient, elettronica minimale, composizione lo-fi e sperimentazione, cioè il modo in cui la prassi tecnologica diventa ideale elettrico, cioè reazione viva, reale, concreata, umana. Tutto questo pur chiudendosi in un piano di riferimenti finemente artificiosi e coerentemente digitali. Mi piace, anche se so che nel 2017 sentire un album del genere potrà sembrare da vecchio e da persona fuori dal mondo. Ma io sto almeno dieci anni indietro. E all’attuale revival chitarristo probabilmente arriverò nel 2027.

Per ora preferisco perdermi nel labirinto semplice semplice e bello squadrato della Livanskiy. Parlo di labirinto per retorica strumentale. L’album si chiama “Ariadna” per citare l’Arianna figlia di Minosse, sedotta e abbandonata da Teseo e poi rapita e amata da Dioniso. Un simbolo mistico e profondissimo di femminilità e ricerca.

[sette]

 

 

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