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Kadavar – Abra Kadavar (Nuclear Blast, 2013)

Kadavar - Abra Kadavar (Nuclear Blast, 2013)La copertina è tutto un programma… Basta guardare in faccia questi tre tedeschi barbuti, i loro vestiti, gli sguardi seriosi e un po’ debosciati da cerimonieri di misteri rinascimentali, i capelli con le file di lato (quello con la faccia meno sveglia la fila ce l’ha in mezzo)… Ecco. Ci si rende subito conto che non sono giovani qualunque che approcciano la materia hard rock per passatempo, nemmeno indie-rocker a corto d’idee e manco ex metallari folgorati dai Black Sabbath…

I Kadavar sembrano sinceri, quantomeno ci credono e vivono la loro musica con una serietà disarmante. Non cercano di raffinarsi nelle intenzioni con accenti moderni o accordabili alla moda del sottobosco rock (quindi niente produzione contemporanea, nessun rallentamento ad hoc per riallacciarsi al filone stoner, nessuna ricerca dronica, nessuana contaminazione neo-folk o tribale…). Non temono il ridicolo. Ci passano in mezzo a testa alta e continuano per la loro strada.

Anche se il Lombroso sta tornando di moda, non siamo qui a giudicare le espressioni facciali, sia chiaro… sto parlando di musica, o almeno faccio quel che posso per dare questa impressione a me stesso e a chi legge. Per farla breve, questi Kadavar sono il meglio che si possa trovare in campo psych e heavy ai giorni nostri. “Abra Kadavar” è un disco rock al cento per cento, senza contraddizioni, senza asterischi, senza cazzi. Per il semplice motivo che suona proprio come quarant’anni fa, senza uno scrupolo, senza una remora. I Kadavar, si capisce, lo fanno a cuor leggero e pure bene. Costruiscono riff pesanti a metà strada tra il doom classico e l’heavy metal originario, costruiscono ritmiche serrate ma mai più di tanto (la velocità massima è quella di “Paranoid” dei Black Sabbath), melodie corpose e piene di blues e poi si lanciano in fughe allucinate realmente psichedeliche o splendidamente abbozzate, come una jam troppo concitata per essere rieseguita con ordine, tagli o sovraincisioni. Pare insomma di ritornare al 1970 e ascoltare una band underground che estremizza il discorso di Black Sabbath, Hawkwind e Blue Cheer in senso psichedelico o stoner.

A colpire nel segno sono i brani più dilatati e lisergici, come il mantra “Rythm for Endless Minds” e la title track “Abra Kadabra”, un blues-rock hendrixiano sporcato da stonature e colpi grezzi di wah a là Ron Asheton, ma anche i pezzi più dritti e tosti non sono male (“Doomsday Machine”). Niente di nuovo. Niente di sbagliato… Batteria secca, basso groovy, chitarra duttile e fuzzata, capace di impennate iperrock e passaggi di grande blues. Ma che vulit e cchiù?

[settepiù]

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