Heroin in Tahiti – Remoria (Soave, 2017)

L’idea di base del nuovo disco degli Heroin in Tahiti si muove intorno a una suggestiva metanarrazione pseudo-storica: si immagina l’era e l’epopea di Remoria, una città parallela a Roma, nata il 21 aprile 753 a.C., ossia quando, nel paradosso, Remo avrebbe potuto sconfiggere Romolo per imporre il proprio sistema di valori, che ci figuriamo un po’ tutti meno subdolodo, più schiettamente feroce, più consapevolmente sinistro e sacrale. In letteratura questo approccio si chiama storia alternativa, e andava molto forte ai tempi del post-modernismo, tanto da contaminare gli stessi studi storici specialistici. Perché capovolgere una situazione, immaginare una via alternativa, una dimensione opposta ricostruita attraverso la fantasia, può effettivamente servire ad ampliare la prospettiva d’indagine e a comprendere meglio il senso della realtà sistemata. Per gli Heroin in Tahiti (Valerio Mattioli e Francesco De Figuereido) la rivoluzione remoriana avrà di certo anche un senso morale. Per chi non se ne fosse accorto, infatti, c’è un interessantissimo dibattito che da qualche anno coinvolge i romani. Questo è l’interrogativo di base: Roma è una città di merda, invivibile, presuntuosa, odiosa e meschina da radere al suolo oppure è una città di merda, invivibile, presuntuosa e amabile da rifondare e recuperare attraverso l’impegno condiviso, una primavera culturale e civile e via dicendo? C’è poi la terza chiave di lettura: Roma sta rovinata, ma il suo potere, la sua bellezza, si fonda proprio sulla rovina, sulla corruzione, ed è giusto che le cose vadano in questo modo. Il problema semmai sta nell’ipocrisia o nell’illusione di chi crede al mito dell’antica Roma di guerrieri valorosi e animati dalla virtù del mos maiorum, alla città sublime e geniale del Rinascimento o a quella eroica della ricostruzione nel dopoguerra. La Capitale è sempre stata compromessa nella rovina e nella violenza. Il suo fondatore è un assassino, uno stupratore, un ladro, un tiranno. I papi che l’hanno resa splendente erano dei presuntuosi peccatori, terribili, tracotanti, bastardissimi e depravati tirchioni sfruttatori e oscurantisti. 

Ma cosa sarebbe successo se a caversela alla fine del mitico duello tra fratelli fosse stato il tanto vituperato Remo?

Il duo romano imbastisce sette tracce, scandite in numeri romani, di library psichedelica e marziale, parente della ricerca di Egisto Macchi e delle soundtrack di Angelo Francesco Lavagnino, Carlo Franci e Bruno Nicolai (le tracce “IV” e “VI” suonerebbero bene nella colonna sonora di Tutti i colori del buio), ma ovviamente in chiave dark e iper-minimale, con droni, effetti da elettronica povera e analogica e percussioni rock in primo piano. Da un lato si cerca di esasperare il senso eroico e arcano di un mito assurdo e nichilisticamente attivo, con tutti i colpi bassi e cupi del caso, ossia con mortifere e occulte fanfare elettroniche e frammenti minuti di sinfonie brute, dall’altro lato continua la ricerca antropologica inaugurata da “Sun & Violence” con suoni etnologici di matrice regionale, con vaghi o caricaturali riferimenti al patrimonio siciliano, alle armonie desertiche, ad approcci rurali, synth esotici e pitagorici, twang assolati da passeggiata in Marocco, horror stregoneschi, proto-free-jazz africaneggianti, mistiche da cosmogonia babilonese, minuetti cabaretvoltaireiani, vapori enoiani, sapori mediorientali, come a voler rifondare un impero mediterraneo proiettato verso Oriente e verso l’Africa, più che interessato a espandersi in Gallia e a scavare valloni in Britannia.

Il più grande merito degli Heroin in Tahiti è quello di non attingere rozzamente a scompoli del patrimonio library, da soundtrack e prog all’italiana. Sono padroni della materia e proiettati verso una sintesi contemporanea e godibile. Hanno rispetto e saggezza. Gusto e spirito. Musicalmente però questa volta intervengono poche sorprese e invenzioni interessanti. Il disco è costruito con discreto mestiere, eppure alcune soluzioni appaiono scipite e strettamente funzionali. Mancano le contorsioni ellittiche, il gioco caleidoscopio delle idee e gli abissi sonori che il duo ha saputo in passato evocare.

[sei]

Autore dell'articolo: Giuseppe Franza

cose che mi piacciono: cocacola, nietzsche pre-crepuscolo degli idoli, sonic youth, goleador (alla cocacola), céline, mario bava, controriforma, hegel, le anime morte, penne staedtler permanent, giambattista basile, segnalazioni cinematografiche del centro cattolico, the stooges...

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