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Havah – Contravveleno (Maple Death, 2017)

Un sacco di gente si sorprende scoprendo quanto siano bravi i fascismi a parlare la lingua dello scontento o ad affascinare gli animi annichiliti o nichilisti. Ma è sempre stato così: ce ne eravamo soltanto dimenticati, perché un’altra parte sociale, minoritaria e marginale, s’era impossessata dei sentimenti di disillusione e rabbia, che storicamente appartenevano alla massa e non hanno mai avuto nulla a che fare con la dialettica esistenziale o con le reazioni elitarie al sistema. Le masse, con o senza pietà, vogliono riferirsi a un termine assoluto, autoritario. Estremo.

A me, per esempio, non sorprende che l’underground italiano abbia prodotto un gruppo come gli Havah, che suonano new wave antifascista in stile filofascista. Questo è lo stile italiano, una continua e tenace moderazione di estremi. Anche la wave italiana, concettualmente, è sempre stata sintesi impossibile di volontà. Pure quando si è spinta, velatamente o dichiaratamente, verso il fascismo. Cioè negli anni ’80, quando tra i gruppi post-punk, industrial e hardcore il grado di coscienza e rivelazione di simpatia verso il totalitarismo era inversamente proporzionale alla sincera fede nei confronti dell’ideale. Insomma, c’erano band che sublimavano e dissimulavano il loro gusto fascista in retoriche più o meno raffinate, essendo però fasciste fino in fondo, e altre band che si dichiaravano fasciste e che magari non lo erano. Provocavano, reagivano, cose così. Più in generale, cioè politicamente, non c’è paradosso di rovesciamento. Il problema è attuale. Oggi quella mentalità fascistoide che giudicavamo ottusa, antistorica o limitante è una parte controculturale attiva e pensante, ma ancora rifiutata dalla cultura ufficiale. Succede lo stesso in Francia, Stati Uniti, Austria e Olanda, dove ci sono forze politiche di rilievo di stampo neofascista, figuriamoci in Italia, dove dobbiamo sempre e per forza conciliare, ammorbidire, frenare… Ovviamente, il pensiero fascista non è migliorato con gli anni: è ancora un abominio, è ancora pieno di incongruità e difetti, ma qualcosa è cambiato, perché è diventato possibile, approcciabile, e anche prevedibilmente apprezzabile nel contesto contemporaneo, dove la reazione ammette e sfrutta il sistema democratico e rivendicandone i meccanismi. 

Chiariamo che il gruppo di Michele Camorani estetizza solo le apparenze sonore di quell’universo. Il senso della loro opera “Contravveleno” è totalmente partigiano. Si parla appunto di resistenze e oppositori. Di un dodicenne che scappa in un campo di zucche inseguito dal fuoco nemico, quello nazifascista, e di disperati, vittime, eroi che avrebbero voluto vivere tutt’altro destino e gente che non ne poteva più di guerre, soprusi e sangue. La lezione fondamentale è proprio quella che riattualizza il vero male di certe pericolose fantasie. Nel primo capoverso di questo articolo ho scritto che la gente si sorprende riguardo al successo attuale dei fascismi… Ma è ancora più scandaloso e sorprendente pensare che la gente dimentichi cosa è stato il fascismo, o faccia finta di non ricordare tutti i morti, il sangue, la sofferenza. E se di sofferenza bisogna parlare ci vuole una musica che sia abbastanza cruda, nera, spasimante e al tempo stesso arresa, distante. New wave, appunto. Roba già sentita e digerita, ma che collegata al giusto significato fa ancora “La differenza”.

Gli Havah adattano con crudele grazia testi di grande immediatezza e purezza narattiva a musiche diaframmatiche e bauhausiane. E tutto sembra giusto, sincero: i ritmi, le pause, i riff, i giri ossessivi di basso, i synth e i toni bassissimi del canto. L’umore deve essere scuro. E lo scuro può essere confuso col bruno e col nero.

[sette]

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