«

»

Gomma – Toska (V4V Records, 2017)

Le parole impostate o buttate via per scartare ogni possibilità di coscienza, i decotti di poesia lasciati a raffreddarsi come storie o immagini schiumose e i frammenti di vita provinciale che raccontano il vuoto fluire di un’esistenza felicemente sciocca, annoiata, soverchiata e disillusa… Sembrano elementi di una scafata rappresentazione di angoscia per sempre giovane e per sempre inadatta ai tempi che sono. Qualcosa che parla del passato di chi ha ormai dimenticato quella paura di non essere. Qualcosa che parla del futuro di chi fa o farà di tutto per distrarsi dalla sola possibilità di inquietarsi.

I Gomma sanno accerezzare il senso di un tempo che si contrae e scorre infruttuosamente davanti agli occhi. Suonano il post-rock delle notti insonni, si muovono a tempo di punk-rock sotto la luce spenta degli ideali, invocano l’angoscia e lasciano andare i pensieri, i ricordi, le condanne e le speranze, nella regressione mimetica, nella manipolazione degli istinti emo e nella dissonanza gentile che culla le paronoie e difende le insicurezze. Le loro canzoni sono fatte di arpeggi storti, distorti e melodici e di testi sbiascicati e gridati che il più delle volte cadono in balia del morbido nulla e si ridestano nella coscienza immediata, non dichiarata, della vanità della malinconia.

Sono giovani interpreti tardivi di un disagio sentimentale e morale post-politico, che fissa la vita nuda e insensata, senza giudicarla né idealizzarla. Sono storie comuni sospese in storie senza finale e senza presupposto, come in “Тоска (Toska)”, dove il carattere nevrotico e infantile di ritmica e canto rimanda alla forza disturbata dei CCCP e alla gioia incompleta del pop-punk americano degli anni ’90.  I Gomma sono precoci sistematori di racconti generazionali: sembrano già maturi, già invecchiati, nella loro interpretazione stilizzata della faticosa contraddizione esistenziale della gioventù contemporanea, della vita ai margini (vengono dalla provincia di Caserta, che i comunicati stampa ci tengono a descrivere come il posto peggiore del mondo). E in questa esperienza aposteriormente aprioristica parole e suoni sembrano unirsi in una valida ed emozionante sintesi estetica. Quella in ritardo e straniante di “Elefanti”, quella sentimentalmente appassionata e sensuale di “Alessandro” e nella scrittura più distaccata e compiaciuta delle due “Alice”.

Anche i diciassettenni inquieti del 2017 potranno godere di un riferimento musicale adatto e non scontato. E questo è un bene.

[settepiù]

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Puoi usare i seguenti tag ed attributi HTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Completa la seguente equazione (anti-spam) * Time limit is exhausted. Please reload CAPTCHA.

Continuando la navigazione su questo sito web acconsenti all'utilizzo di cookies. Per maggiori informazioni consulta la Cookie Policy

The cookie settings on this website are set to "allow cookies" to give you the best browsing experience possible. If you continue to use this website without changing your cookie settings or you click "Accept" below then you are consenting to this.

Close

___◄ R___