Gnod – Infinity Machines (Rocket Recordings, 2015)

Opera monumentale e raccapricciante. Presuntuosa e diretta. Ipnotica. Destabilizzante, dall’inizio alla lontanissima fine. Le nuove otto tracce dei britannici Gnod si dilatano per coprire uno spazio interminabile e spaventoso, senza mai arretrare di fronte all’orrore e alla contraddizione assai romantica della ricerca della bellezza nel deforme e nella decadenza. Si è arrivati a quel punto, proprio quello, dove cioè immaginiamo che anche i più fanatici tra gli iniziati ai segreti oscuri del noise affronteranno con un po’ di difficoltà questa nuova fatica creativa suonata nel frastuono da Shine e compagni. Ma paradossalmente, è successo che l’ostacolo ha generato un po’ di interesse. E mai come ora si parla degli Gnod… E di questo siamo, in tutti i sensi possibili, felici.

Senza compromettersi, senza svendersi, la band ha saputo adeguarsi al contraddittorio e pensoso spirito dei tempi. Vale a dire al ritorno del gusto doom, all’occultismo, al distopico, allo sciamanesimo swansiano, all’industrial cerebrale e ambientale e alla nuova declinazione dark-wave del noise. Il tutto secondo la propria sensibilità tossica, iconoclasta e apocalittica. Giunti al limite del tollerabile, gli Gnod hanno cercato di allungare il piede per sfiorare l’abisso. Il punto di non ritorno dello stoner, potremmo definirlo così…

Il viaggio lungo due ore ha un senso narrativo e una dinamica da opera classica. Con una overture, un inno di distruzione, un’antitesi più costruttiva, dei momenti contemplativi ed esplosioni di pura e violenta forza sonica: una bomba noise che spara intorno mille schegge elettroniche, tribali, minimal, robotiche, death, psych, synth-wave e kraut. Dolore e disagio da tutte le parti, rabbia punk (con accezioni politiche e sociali ben definite), progressività straziante e straziata, psichedelia distopica e devastazione prospettica, furore post-digitale, deserto zappista e contro zappista, terza guerra mondiale, la Cina che attacca Venere, ucronia. Così dovrebbe suonare nella mia testa la colonna sonora per un ipotetico film apocalittico tratto dall’opera del mai troppo celebrato Guido Morselli.

La partenza “Control Systems” è industrial in contorsione concettuale, con soluzioni gotiche, stoner, pseudo-metal, post-rock e da atmosfera. Con “Collateral Damage” i ritmi diventano più fluidi, violenti e disperati, quindi minimali: beat infernali ed effetti anti-psichedelici. In “Desire”, con il feat di Paddy Shine, le chitarre giocano alla new wave e le percussioni al tribalismo primivo e krauto. beats, like some primitive NIN track that’s swapped guitars for brazen sine waves. Invece “The Importance Of Downtime” è il pezzo da colonna sonora horror: probabilmente la cosa più chiara e distesa, geometrica e strutturata di tutto il lavoro. “White Privileged Wank” suona più noise e accessoria. Più rilassata, in un certo assurdo senso. Poi arriva l’anticlimax di “Spinal Fluid”, che è una specie di black metal sintetico, pieno di droni, passaggi epici e schifeze elettroniche. L’ultimo pezzo, la titletrack, è ascesi, soluzione, condanna: tutte queste cose. Quale conclusione? Un racconto della vita, che è dolore, pazzia, non senso, rabbia e disperazione. Ma anche una cosa eccitante, se uno la guarda da molto lontano, con una certa indifferenza, oppure se uno è deviato. E che anche noi lo siamo sembra doppiamente logico.

[settepiù]

 

Autore dell'articolo: Giuseppe Franza

cose che mi piacciono: cocacola, nietzsche pre-crepuscolo degli idoli, sonic youth, goleador (alla cocacola), céline, mario bava, controriforma, hegel, le anime morte, penne staedtler permanent, giambattista basile, segnalazioni cinematografiche del centro cattolico, the stooges...

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