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Félicia Atkinson – Hand in Hand (Shelter Press, 2017)

Difficile dire se l’autrice di questo album (soundartist, cantante e sperimentatrice elettronica francese), dopo aver così a lungo vagato per i meadri del suono e dello spazio mentale frammentato e sul burrone scosceso dell’astrazione, abbia preso o perso coscienza di se stessa. Difficile definire se la sua opera abbia più a che fare con il caso (la libertà che diventa licenza di assurdità) o con la ragione (l’analisi intorno ai limiti della libertà e all’impossibilità di ogni tipo di licenziosità).

“Hand in Hand” è una lunga meditazione, una sintesi indistinta di percezione, stimoli e reazioni, tra fumi impenetrabili, particelle di coscienza umana compromesse in un’aria satura di metalli pesanti, vapori chimici e pulviscoli elettronici. Le pause sono effetti alieni che si sovrappongono al senso della ricerca vocale e compositiva: non contengono le parti ma le sommergono, non si lasciano penetrare dall’eco né dal significato dei suoni e non comunicano contrasti; al massimo rappresentano il vuoto prospettico di direzione in cui tutto è destinato a consumarsi o ad annullarsi pacificamente, come una disperazione muta vicina alla pietà o alla liberazione estatica. Eppure Félicia Atkinson applica continue intenzioni di comunicazione e rivelazione romantica. A partire dall’intro “I’m Following You”, una sofferente ballata su rhodes sporcata da rumorini, sospiri e droni, con effetti lievi e minimi battiti ritmici, sempre scuciti o in degrado, note profonde e soffici frequenze sospese e insinuanti che volano sopra e sotto il concetto di sinestesia. I pattern ritmici e le partiture vocali fluttuano evasivamente e si rititano nella volontà ermetica. Si tratta, per ammissine dell’artista, di un tentativo di ASMR (la risposta autonoma del meridiano sensoriale, una specie di formicolio mentale o di eccitazione sentimentale autoindotta attraverso la meditazione, stimoli fisici accennati e delicati imput, che sarebbe giusto introdurre come esperienze di ottundimento inseguite o provocate da azioni ossessive e inutili, tipo provocare rumori soffusi, sospirare banalità, fare la maglia e concetrarsi sulla consistenza dei tessuti, perdere tempo su internet e fissarsi sul rumore delle dita che battono sui tasti e cose così). Con “Valis” prende campo la ricerca di combinazione di textrures minimali, onde di suono processato e frasi vocali con contenuto espressivo indipendente. Arie aride e infuocate si oppongono a ricostruzioni di territori ghiacciati e burrascosi (l’album è stato registrato tra la Francia e la Svezia). In “Visnaga” field recordings, accordi vaganti e voci che evadono dal nulla e dal subconscio creando l’atmosfera più spirituale e psichedelica del disco. Altrove si sperimentano strutture geometriche, dinamiche in diminuendo o crescendo, con vertice centrale, suggestioni synth-ambient con il Buchla e i segnali Serge, riferimenti che sanno di alieno o di alienazione…

Lo spazio metafisico prende campo e rende ogni intervento umano totalmente impotente e cedevole. L’innaturale vince sulla coscienza, la poesia si arrende di fronte al vuoto. La vita reale va sempre così.

[sette]

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