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Father John Misty – Pure Comedy (Bella Union, 2017)

Tra i musicisti pop solo John Lydon ha dichiarato (in pubblico) di ammirare Trump. Ma, ovviamente, nessuno lo ha preso sul serio, perché è assai probabile che il vecchio Rotten volesse solo provocare, come suo solito, sapendo che sarebbe stato l’unico o uno dei pochi a uscirsene con una cosa del genere. Tutti gli altri, infatti, si sono subito schierati dalla parte opposta (magari pentendosene un pochino dopo, quando Trump è diventato veramente presidente), denunciando il razzismo e la misoginia del milionario, indignandosi, reagendo con stizza, storcendo la bocca o evitando l’argomento, in quanto preoccupati dalla situazione avvilente e nient’affatto decente legata al destino degli eventi politici americani. Josh Tillman aka Father John Misty, all’epoca della candidatura del tycoon, sbottò sul palco di un festival e disse le peggio cose sui repubblicani e gli elettori americani. Poi, quando Trump vinse le primarie, annunciò che avrebbe preparato un disco per denunciare la faccenda ed esprimere le proprie paure da uomo libero, colto e orgogliosamente americano. Quando infine, con somma sorpresa, Trump è entrato in Casa Bianca, FJM ha reso noto il titolo del suo disco: “Pure Comedy”, come a dire che gli States sono ormai una barzelletta, una nazione tragicomica, guidata da un signore ridicolo con la parrucca che farà solo scemenze. La cosa, manco a dirlo, è piaciuta un sacco ai commentatori musicali, ai recensori e agli opinionisti e ha incuriosito moltissimo il pubblico, e così, dopo le prime anticipazioni, si è creata una certa attesa e si è parlato già di capolavoro. Non solo per l’argomento trattato… Tillman è un cantautore amato e rispettato, soprattutto nel suo Paese. Perché è uno che si è saputo imporre al pubblico mainstream come artista eterodosso e “attuale” senza mai rinunciare al suo legame poetico con il folk americano di stile intimistico e il pop-rock moscio ma strutturato da radio di provincia. Il suo passato indie-rock, le collaborazioni con Lady Gaga, Lana Del Rey, Beyoncé e Avalances, i suoi flirt con il soul, il pop e la psichedelia non hanno mai scalfito l’amore e il talento per la forma canzone classica (da soft rock e baroque pop) e il songwriting folk, e per l’impegno culturale…

Però, però… Questo terzo disco a nome Father John Misty non va giudicato come un lavoro di rappresentazione e commento a questi giorni di ambascia e incertezza sociale e non va inteso come un concept politico, ossia come un numero moralistico e polemico, sorto in reazione all’elezione di Trump. Oddio, è un’interpretazione possibile, sensata, ma non vera fino in fondo. Cioè: Tillman è disposto a farci credere che questa sia la principale chiave di lettura, perché in questo modo il suo album acquista un valore di attualità e iperrealtà che stuzzica critici e fruitori. Ma ascoltando l’opera ci si trova di fronte a canzoni di una prodondità e di un’intensità differente, romantica e meditabonda, solo parzialmente legate a un’ispirazione politica. Il senso dominante è collegato ancora all’amore, come nel precedente “I Love You, Honeybear”, anche se qui ci sono meno riferimenti personali alla sua vita di coppia e alle virtù della adorata compagna.

“Pure Comedy” è molto di più di un disco politico su Trump, perché racconta la fragilità umana e l’eterna lotta della ragione contro il caos: una guerra persa in partenza. E per questo è probabile che l’album sopravviverà alle proprie intenzioni, riuscendo più del previsto o del consentito. Tillman scrive canzoni sofisticate ed eclettiche, in certi casi centratissime e affascinanti (tipo l’elegante numero eltonjohniano della titletrack, il pop pianistico beatlesiano e polemico di “Total Entertainment Forever”, la citazione neilyounghiana di “Ballad of the Dying Man” e il folk artistico randynewmaniano  di “So I’m Growing Old on Magic Mountain”), in altri un po’ pesanti e ripetitive (il falsetto di “Things It Would Have…”), ma sempre ben arrangiate (con lo zampino dell’amicone Johathan Wilson) e intelligentemente caratterizzate. Parla dei grandi temi irrisolti dell’esistenza e di facezie, fa poesia e satira, cronaca e profezia.

La struttura strumentale si regge sulla solita ballata pianistica e sul soft rock aperto a citazioni varie dal folk e dal pop americano. Poi arrivano anche le sorprese sintetiche e minimali, come in “Two Wildly Different Perspectives”, gli arpeggi chitarristici slowcore o pseudo-country, come in “Birdie”, i numeri satirici e le contaminazioni prog orchestrali, come in “Leaving LA”, e allora appare chiaro come Father John Misty abbia voluto registrare, con consapevolezza e sforzo, un disco di grandi riflessioni emorive, di sentimenti e dubbi, paure e paradossi, interrogativi sospesi e giudizi viziati… di concetti fuori dal tempo, dunque eterni. Qualcosa di universale, sia nella musica che nelle parole, quasi sempre simboliche o dalla doppia interpretazione, come massime o simboli, di surreale o realissima causticità.

[sette]

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