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Ensemble Economique – In Silhouette (Denovali Records, 2017)

Ensemble Economique, In SilhouetteNonostante il titolo (“In Silhouette”), ascoltando l’incipit del disco si ha l’impressione di affrontare un tipo di elettronica tridimensionale e profonda. Molto francese, indubbiamente, e anche assai consapevole e strutturata, fatta come si deve: ben costruita e presentata. In realtà, la trentina di minuti dell’album offre qualcosa di completamente diverso da un mero progetto di electro sofisticata e aggiornata. Ma chi conosce almeno un po’ Brian Pyle, non si stupirà a tal proposito, dato che l’artista californiano (già Naked Island, RV Paintings e Starving Wierdos) ha già abituato il suo pubblico alla costante peregrinazione tra i generi, spostandosi senza sosta dalla ricerca drone alla dark-wave, dall’ambient al jazz post-apocalittico.

L’elettronica è dunque soltanto uno dei molteplici e cangianti motivi strumentali della poetica dell’Ensembre Economique, che a questo giro ripropone e condensa i suoni rappresentativi delle ultime sperimentazioni di Brian Pyle.

Brian Pyle ha prodotto già altri undici album sotto questa sigla, vagando ininterrottamente attorno all’idea di una musica jazz noir sempre più astratta e metafisica. Considerata la sua lunga carriera, possiamo permetterci di dire che la sua volontà di indeterminazione si è ormai fatta sistema. Pyle s’impegna affinché il suo approccio jazz improvvisato risulti troppo bestiale e cupo per essere accettato dagli amanti dell’interplay e il suo gusto appaia troppo elettronico, aperto e produttivamente furbo per essere considerato davvero degno di entrare in quel rango di musica definibile come pura avanguardia. La costante sta nel fatto che Pyle si trovi a proprio agio con le improvvisazioni, anche se ci sebbene da disquisire su cosa differenzia un’improvvisazione catturata dal vivo e sul momento da un lavoro che pur rivelando la configurazione tipica dell’interplay appare chiaramente pensato e organizzato in precedenza secondo uno schema preparato e dunque già finalizzato a un certo effetto. Nonostante non sia presente alcun brano con una struttura ben precisa o con direzione apertamente decodificabile, bisogna ammettere che il lavoro manifesta una dinamica piuttosto solida e prevedibile. Si parte con una lenta introduzione dal sapore ambient, “In the Clear Blue Waters of Memory”, con il featuring di Jung An Tagen, che si sviluppa in un semi-crescendo e poi si polverizza, tornando a suonare eterea. Questo è quanto succedde quasi ogni volta e con simile enfasi: c’è un suono vago e triste che si muove appena, poi esplode o si gonfia, acquistando tensione e aggressività, infine tutta la negatività ammassata si ritrae, quietandosi del tutto a pochi secondi dalla fine. Sapete qual è il motto del progetto Ensemble Economique? Questo: “as if day and night are colliding”. Un’immagine molto bella e adatta, almeno teoricamente, a visualizzare l’opacità dell’estetica di Pyle. Eppure qui non si ha più l’impressione di una collisione né di una sovrapposizione, perché si percepisce un movimento, uno scorrere di toni, sapientemente sfumati, ma comunque separati. Pare di essere proprio davanti a una parabola mobile, con un inizio, ossia l’alba, che sfoga gradualmente tutta la sua potenza, con uno sviluppo nebuloso e cupo che si contraddice e si contorce fino a raggiungere lo splendore topico della mistica negativa, poi c’è il tramonto e quindi il calare della notte. Passa una giornata, si conclude un’era. Questo suggeriscono le sonorità post-apocalittiche dell’album. Anche se non mancano i momenti concilianti, perché, tutto sommato, la musica di Pyle sa essere anche tranquillizzante, come nel confortante tappeto di suono morbido e risolutivo caratterizzante l’ultima traccia, “You in the Horizon”.

“In Silohuette” fa superare a Pyle la prova costume. L’artista è in forma, non ci sono dubbi. E il suo disco, sebbene sia diviso in tracce tematiche distinte, ha una linea di continuità, di movimento, parecchio affascinante. Come qualcosa da cui provare a lasciarsi prendere. Cosa che succede certamente dopo la prima decina di minuti del disco, quando le cellule ritmiche si fanno più pressanti e si arriva a quella modularità cui il compositore spesso fa spesso riferimento. Passati altri cinque minuti, si ha finalmente la sensazione di essere a contatto con esperimenti più interessanti, sebbene gli effetti della spazializzazione siano effettivamente godibili solamente in cuffia. Comunque è un sollievo non avere a che fare con composizioni in cui si sente una nota ogni quarto d’ora (escludendo “I Can See the Light, The Edge of Forever”, che risulta molto meno scorrevole delle altre tracce): la musica di Pyle riece in “In Silohuette” a trovare la giusta mediazione tra intransigenza avanguardistica, poetica jazz-noir e sensibilità elettronica. Questa sperimentazione insomma sa non stufare, ma per contro riesce anche a non stupire.

[seiemezzo]

 

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