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Donato Epiro – Rubisco (Loopy, 2017)

Come potrebbe mai l’uomo, che è una creatura naturale, inesorabilmente finita e vincolata ai limiti dell’esistenza concreta, essere responsabile della fine o della distruzione della natura? La vita, intesa come esperienza biologica evolutiva, naturale e temporale, va avanti, per il suo assurdo e insensibile conto, indipendentemente dalla storia dell’uomo. E quando agli esseri umani toccherà estinguersi, il mondo sarà ancora lì. Un immenso scenario senza prospettiva, senza giudizi e senza valore.

Nel suo secondo album lungo, uscito in vinile per la londinese Loopy, il compositore Donato Epiro descrive l’eterno e apatico disincanto di una natura libera dalla presenza umana, ma ancora percorsa dalla tragica eco di una storia di angoscioso e furioso progresso conclusasi in un’arresa, inutile. La voce del paesaggio deserto non ha forma né direzione. Il ritmo è dettato dal lutulento processo chimico di putrefazione di corpi e dal degrado biologico e materiale di energie disperse. Un ronzio magnetico evolve in riverbero geotermico e percussione ottusa, così le rovine dell’umano impero si spengono con un lamento già dissipato (“Nuova Linguaggio”).

In passato Epiro era riuscito a cogliere il suono angosciante e tracotante dell’istinto vitale e antropomorfo che contamina la natura, attraverso una drone music ancestrale, occultamente legata al patrimonio storico e sentimentale dell’uomo contemporaneo che rimpiange e drammatizza il suo legame tribale con la Terra. Ora si dedica alla prospettiva del nichilismo compiuto, lasciando risuonare solo i cattivi effetti di una vita già spenta, i rumori completamente disumani e oltrerazionali dell’olocausto. Lo stile si avvicina solo tangenzialmente all’elettronica post-industriale e hi-tech degli accelerazionisti catastrofici tedeschi e americani. Perché la distruzione narrata da Epiro è un caos cum forma, la deriva di un divenire, con un fine chiaramente disperato e definito, che è già oltre ogni tragedia e fuori dal dramma del peso morale. Come un ambient senza ambiente che rimbomba nel nulla, per insensati effetti di dub in negativo, prima trascinati in abissi sottomarini e poi rarefatti in interferenze microdigitali che si staccano dai corpi molli e cadenti di organismi e composti in decomposizione. Ecco l’attonita illusione senza pubblico di una natura che cambia, si contorce e si rinnova (e che diventa un niente… “Nessuna Natura”): uno spettacolo meraviglioso e spaventoso, in cui fluttuano e galleggiano sparuti flatus vocis, senza volto, senza futuro.

[sette]

 

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