Dark Thoughts – At Work (Drunken Sailor Records, 2018)

Dicono che ora tocchi alla debosciata generazione trap. Sì, ne prendiamo atto: è arrivato il loro momento, e sono loro, i trappers, i nuovi provocatori chiamati a sovvertire, mortificare e trasvalutare lo status quo in musica e in contesto culturale giovanile. Come? Boh. Non ne ho idea: forse con i loro denti d’oro, con le giacche Gucci, con l’autotune e la proclamata fascinazione autodistruttiva per droghe di risulta… Ciò che so è che al punk, il genere che fu della rivoluzione, rimane meno del margine di un margine: lo scazzo fine a se stesso e l’impegno politico rivolto all’inconcludente e impossibile frammento di realtà non ancora investito dai flash della contemporaneità social. Così, quando una band come quella degli americani Dark Thoughts (trio da Philadelphia, al secondo album) rimette al centro della musica cose passate di moda come la velocità, l’abrasività tonale, l’energia ritmica e l’autenticità dell’elettricità distorta, inevitabilmente le labbra mi si increspano in un sorriso di triste nostalgia. Che senso ha la musica punk-rock nel 2018? A chi parla? Di cosa dovrebbe parlare? La rabbia, oggi, si declina in altri modi, e lo stesso vale per il disagio, la disaffezione nei confronti del lineare e tutto il resto… Perciò, un disco punk contemporaneo è l’ennesimo feticcio di un mondo dal gusto frammentato e pieno di remore e di ricordi irrisolti.

I venti minuti di punk-rock ramonesiano di “At Work” sembrano essere stati registrati tenendo presente tutti i miei cattivi pensieri. I Dark Thoughts mettono subito da parte ogni inutile pretesa di ribellione, di critica iperbolica e di sfogo morale. Puntano tutto, ma senza accanirsi o applicarsi, sulla vitalità. Su canzoni dritte, andrenaliniche. Incazzate, nervose, ma senza livore. O, più spesso, contente del mondo così com’è, vissuto ai margini, per gente che non vuole ma deve comunque e che si accontenta di qualche caffé in più, di una protesta a denti stretti, una serata di distrazione e una notte alcolica per dare un po’ di matto. Ché poi si torna alla vita di tutti i giorni, alle angosce, alle umiliazioni, agli stenti e al lavoro che uccide l’anima. Il punk divertito e obnubilato dei giovani alla fine degli anni ’70, in fondo, era anche questo qui: racconto senza poesia di vita vera. E funzionava, prima che l’ideologia hardcore corrompesse l’istinto di quel genere con posizioni forzate a destra o a sinistra, nel mondo intellettuale o nel nichilismo.

In “At Work” non c’è nulla di contemporaneo e di funzionale. Non c’è politica. Non c’è dannazione. Non c’è nemmeno un’ombra di qualcosa di nuovo o sperimentale. Però c’è la vita minima di chi se ne fotte e non se ne fotte, e tira avanti. Nonostante tutto il resto. C’è serietà che non si prende sul serio. C’è ancora qualche scintilla viva del fuoco che incendiò il punk-rock californiano degli anni ’90 e illuminò le fredde notti della New York sottoproletaria negli anni ’70. C’è qualcosa di bello e inutile. Qualcosa da ballare. Come si ballavano i Ramones, non so se avete presente o riuscite a immaginare.

[sette]

 

Autore dell'articolo: La Giustizia

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