Colornoise – Polychronic (Red Sound Records, 2013)

Colornoise - Polychronic (Red Sound Records, 2013)Le Colornoise vengono dalla Costa Rica e la loro formula consiste, sostanzialmente, in un mix di noise-rock, stoner, garage e post punk. Pur essendo una band giovane e geograficamente distante dai centri della musica underground, nel loro curriculum possono vantare la partecipazione a festival importanti con artisti di assoluto prestigio (tra cui Bjork, Flaming Lips, Skrillex…) e concerti in tutta Europa. Alla loro seconda prova, decidono di occuparsi di ogni singolo dettaglio, artwork compreso, che in questo caso ben rispecchia gli umori, la sostanza, i colori dell’operazione musicale.

Dalla partenza di “Button”, brano dalle tinte space-psichedeliche, le coordinate poetiche sono chiare e manifeste. Essenzialità, capacità di costruire canzoni su pochi elementi, distorsioni chitarristiche, semplici e diretti pattern batteristici, il tutto impreziosito da atmosfere e inserti sintetici. Atmosfere che richiamano la migliore tradizione noise rock degli anni ’80-’90… L’eredità di Kim Gordon e soci arriva, infatti, forte e chiara, le radici ci son tutte, anche se vengono appiattiti gli spigoli più offensivi e smussate le componenti più ostico-rumoristiche. Ciò considerato, la rielaborazione risulta piuttosto efficace. Il disco riserva i momenti migliori nella seconda parte, è il caso di “The End”, con la sua linea vocale accattivante e il cantato (di Sonya Carmona) fortemente evocativo. Un brano dalla doppia faccia, una più lirica, e un finale dove su una base electro emerge tutta l’inquietudine e la malinconia sonora del duo. La produzione è fredda, e ben riecheggia quel punk wave a cui il duo guarda, e che in “Pieces”, tra giochi di dinamiche, continui stop and go, siamo nei territori dell’indie rock quanto del synth pop. Il risultato è un efficacissimo brano visivo da sottoporre a qualche acuto videomaker. Dalla loro musica, infatti, emerge questa attenzione all’immagine, alla componente visiva-evocativa, come dimostrato dall’interessante video del già citato “Button”, la cui regia  affidata a  Giuseppe Badalamenti, dimostra di saper giocare sapientemente con l’immaginario psichedelico e decadente della cultura pop occidentale.

La vetta emotiva del disco viene sicuramente raggiunta con “Weary”, brano di stampo 90’s, dove la bellissima linea vocale viene supportata da un mantrico arpeggio di chitarra, il cui cantato e atmosfera ricordano la profondità interpretativa propria di Beth Gibbons. Ci salutano con l’andamento felpato e danzereccio di “Weblocks”, che si snoda in una serie di variazioni dove l’immaginario stoner convive ancora una volta con quello space e pischedelico.

Siamo di fronte a un disco di facile lettura, che non riserva particolari sorprese ma beneficia di buona godibilità e fruibilità. Una collezione di canzoni energiche, che in qualche caso sanno coinvolgere sin dal primo ascolto.

[seiemezzo]

Autore dell'articolo: Giacomo Salis

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