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Carnero – Assalto (Retro Vox, Dischi Bervisti, 2017)

Nel palazzo di fronte a dove vivo c’è un bambino, che i genitori segregano soprattutto con il bel tempo fuori al balcone. Non l’ho mai visto, quindi non so di cosa possa soffrire, ma lo sento. L’anno scorso ululava. Tutto il giorno, senza sosta. Da quest’anno ha iniziato anche a gridare. Continua a ululare, con modulazioni un po’ più articolate e quasi melodiose, ma dopo un po’ comincia anche a urlare con voce straziata parole senza senso. Ovviamente è una cosa insopportabile, ma non ho il cuore di bestemmiarlo o di protestare, perché in quelle grida lancinanti e preverbali intuisco tutta la sofferenza del bimbo e riconosco un sentimento che è anche mio, cioè proprio dell’individuo calato nel mondo. Dato che lo fa di continuo e che a una certa ora smette, è probabile che per lui sia un gioco, uno sfogo. Cioè, non sembrano i lamenti di un torturato. Si esprime così. L’ululare mi dà più fastidio, in tutti i sensi. Ma le grida… le grida sono un richiamo puramente umano e che toccano la mia coscienza. Non hanno bisogno di conformarsi a suoni significanti o di assomigliare a parole: anzi chi grida parole di senso compiuto media due sistemi di espressione differenti e ontologicamente separati ponendosi in una posizione antipatica e prepotente di esagerazione.

Forse anche per questo motivo tollero il rock estremo, il grind e il metal urlato in lingua straniera, ma schifo quello latrato in italiano. Perché il contenuto formale e verbale è sempre inadatto alla potenza e all’urgenza del tono. Un grido è un richiamo, un lamento, da di un concetto inesprimibile, viscerale. Tiè, al massimo lo puoi associare a una parola, una sola. Già due, soggetto e verbo, sono troppo, vanno oltre, contaminano la potenza intrinseca del segnale espressivo basilare, impoverendola e mortificandola.

Ho ascoltato in questi giorni “Assalto” dei Carnero band crust romagnola. Roba potente, furibonda, suonata con l’impeto giusto e piena di deviazione, con contorsioni d-beat (“Dissanguare la preda”), death-nu-metal (“Ignoranza”), doom (“Spreco 1”), grind (“Nodi al Pettine”), hardcore dissonante (“Potere Produttivo”), power-crust (“Punk +”)… Basso, chitarra e batteria colpiscono da sotto, da sopra e da dietro e vi lasciano a terra coperti di sangue e sputi. La voce gridata di Enrico però viene fuori troppo intelligibile e collega alla violenza furiosa e cieca delle proposizioni politiche e sociali di cui non me ne può importare di meno. Peggio ancora quando si aggiunge la voce pulita, stile nu-metal di un altro compagno di casa Carnero (accreditato come Nàresh Ran Ruotolo), a fare da controcanto e a sottolineare le parole chiave. La cosa mi confonde molto. Anche perché stilisticamente la band riesce a mantenere sempre una certa brutale classe di originalità e trasversalità tra grind storico e nuove forme metalcore… Poi vengono a galla questi concetti, questi appigli lineasettantasetteiani e mi viene voglia di uscire fuori dal balcone per urlare e ululare insieme al mio amico del palazzo di fronte. Per dialogare di cose serie e con maggiore dignità.

[sei]

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