Caparezza – Prisoner 709 (Universal, 2017)

Pauca Rezza… con note a margine su “P.709”. Recensire un album, verbo-scrittura di traduzione in paragrafi per un ascolto: da lavoro dello specialista a passione dell’amatore, la recensione incornicia il disco per posizionarlo in una sorta di classifica dei valori in gioco. “Prisoner 709”, l’ultima fatica di Michele Salvemini. Pubblicato definitivamente il 15 settembre 2017 dalla Universal, il settimo album in studio si è già fatto bigliettino da visita in giro per l’Italia dello scapigliato cantautore pugliese nel suo singolare tour, da sempre in sinergia con l’abbraccio di un pubblico che aspetta le date quasi più del disco.

I fedeli e la critica non si dividono mai nell’acclarare il successo di un prodotto di successo. Quindi, vi sarà capitato di leggere sulle bacheche – tradizionali nuovi spazi pubblicitari – tastiere entusiaste nel celebrare lodi al Capa, una tra le poche voci fuori dal coro da ascoltare e cantare in coro. Già, perché la sua voce isolata è da tempo diventata coretto, addirittura interpretata in cover melodiche che rendono giustizia al nuovo brand dell’orecchiabilità a tutti i costi.

Musicalmente, il lavoro di editing è da incorniciare, con un confezionamento da headphones che dovrebbe rendere giustizia alla acquisita e decisiva portabilità liquida dei prodotti musicali, mentre siamo a spasso per il mondo. L’artigianalità dei primi album ormai è stata soppiantata dal sound design industriale che ben si sposa all’alta fedeltà dei nostri ascolti. Per mettere a tacere i malevoli, non è un male: solo un dato storicamente ineccepibile. L’album scorre nelle sue sonorità, la cui filiazione al passato si può leggere tanto nelle riprese motiviche affidate ad una voce infante, tanto nel timbro del cantante che alle volte emerge quale memore cantore del suo timbro passato, in una sorta di citazione nella citazione che si lascia cogliere a più riprese.

La struttura strofa ritornello strofa fissa ogni traccia, lontana da quell’esperimento da “Circo delle Pantegane” che pur aveva destato qualche brivido di spacchettamento della forma canzonetta. I temi sono al solito schiacciatamente biografici – come la dichiarazione dell’incipiente mal d’orecchi che si confa a chi ha speso troppo tempo tra i wall of sound – e decisamente in accordo con quanto viene proposto come cifra della quotidianità, sfociando finanche nell’avena dei popoli in “Confusianesimo”.

Apprezzare il tatto del leader della musica d’autore intelligente è roba quasi scontata, tanto l’estro si confronta con la misura dei testi. Eppure, questo album – che si avvicina pericolosamente a derive elio/tarie – manca della forza sovversiva in grado di pre-dire, non solo commentare, descrivere. Tendenzialmente, ora c’è molta più dichiarata voglia di far riflettere mettendo in giro i nomi grossi della cultura (tipo Jung) rispetto al passato, dove questo ricorso al non essere necessario permetteva di dire cose pesanti con una tranquillità da chiacchiera al bar. L’allineamento culturale degli ultimi prodotti editi schiaccia la riflessione sulla riproducibilità della cultura risorta, vera eroica fenice in grado di rinascere continuamente dalla sua distruzione.

Insomma, dispiace lo schiacciamento presente che asseconda quella moda oltremodo barocca nel contornare la quotidianità di frasi da fare che risultano fatte. Questo non pregiudica il valore del disco, pur sempre una operazione commerciale di degno rispetto in grado di porre Caparezza al suo posto, nell’Olimpo dei prodotti di successo del nostro tempo nonostante la sua fragile sperimentazione si sia del tutto arenata, ufficialmente calmierata, con questo disco. A dispetto di sogni eretici, dimensioni di un caos oltremodo ovattato. La cosa ci fa stare bene?

[seimeno]

Autore dell'articolo: Antonio Mastrogiacomo

1 commento su “Caparezza – Prisoner 709 (Universal, 2017)

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