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Caddywhompus – Odd Hours (Inflanted Records, 2017)

Probabilmente il suono dei Caddywhompus nasce senza alcun istinto provocatorio e senza una precisa prospettiva estetica, eppure riesce a ripercorrere e rivoluzionare tutto l’arco sperimentale del rock alternativo, rappresentando con gesti di giocosa inventiva accostamenti e sintesi originali di immediata presa e affascinante portata creativa. “Odd Hours” è il terzo album del duo di New Orleans (il cantante chitarrista Chris Rehm e il batterista Sean Hart… che sono cresciuti in Texas, e suonano insieme dai tempi della scuola elementare) e anche il più a fuoco: un estroso e coerente guazzabuglio di stili, idee e impostazioni, che tengono insieme math-rock, noise, post-rock, emo, punk, prog, indie-pop e space-rock. Una baraonda di citazioni, suggestioni e riferimenti che si dimostra più organica, congruente e concordante di tanta altra musica direttivamente limitata e strutturata.

Sarà per la suggestiva copertina, ma mi immagino i due strumentisti come rigattieri in una discarca musicale, assemblatori di suoni di seconda mano, predoni in un giacimento abbandonato di idee e storie, già dimenticate o date per scadute. E me li vedo a raccogliere roba a casaccio, riempirsi le borse e le tasche di ferraglia arruginita, plastica bruciata e fili di rame e poi tornare con due sorrisi così in cantina a setacciare e valutare il bottino, scoprendo di aver recuperato contenuti ancora ricchi di senso, attraverso cui ripetere e rinnovare l’esperienza che gli artisti originali avevano goduto e poi frainteso nel loro primo utilizzo. Da queste macerie, da questi frammenti, parte poi un esercizio di riconversione, premeditatamente distaccato da ogni possibile fremito espressionista e surreale, che cuce o salda insieme parti staccate della narrazione estetica musicale, della storia del rock.

Nell’iniziale “Decent” un intro post-rock si converte in amabile amalgama di prog, emo, math e punk, poi la chitarra si lancia in un volo psichedelico e la melodia si addormenta cullata da un ricordo del dolce pop anni ’60. “Salmon Run” suona come una ballata radioheadiana incrociata su Pro-Tools con sezioni beachboysiane e punk-rock anni ’90. In “Appetite” forme vagamente grunge si uniformano a principi post-hc e a procedimenti psichedelici barrettiani. “Splinter” parte come un pezzo di Paisley Underground e muta d’intensità e senso compromettendosi prima nel noise-rock, poi nel garage e infine in un glam-rock spaziale e zuccherato senza ritegno. Ma nel ripostiglio dei suoni conservati e riconvertiti dai Caddywhompus c’è anche tanta immondizia shoegaze e jangle pop (“Ferment”), ci sono scarti di ragione canterbouriana (“Waiting Room”), sedimenti pop-punk (“In Ways”) ed eccedenze alt-scuzz-rock (“Choir”). Però tutto torna e trova un posto funzionale nell’insieme… Al mondo ci sono sono accumulatori malati e accumulatori furbi: i primi si prendono i pidocchi e si rovinano la vita sociale; i secondi scoprono tesori e si arricchiscono spiritualmente. E i due texani stanno in mezzo: qualche pidocchio ce l’hanno, ma hanno anche creato qualcosa di valido.

[sette]

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