Burzum – Umskiptar (Byelobog, 2012)

Burzum - Umskiptar (Byelobog, 2012)Burzum esce fuori con un nuovo album. Si chiama “Umskiptar”, è cantato in norreno, si ispira a un poema scandinavo, il Voluspà, prima oscura parte dell’Edda Poetica (dove una veggente racconta a Odino appeso l’inizio e la fine del mondo), e suona più o meno elettrico… Lento, ma elettrico… Il titolo sta per “metamorfosi” ma in realtà non è che si cambi troppo.

C’abbiamo il solito Burzum preda di un barocchismo deviato, vent’anni fa baciato in qualche modo dalle muse (o dal corrispettivo nordico delle muse), ma oggi stantio. C’è il messaggio e c’è l’epica. Il paganesimo e l’orrore. Non si discute. Un sapore antico e arcano contamina la tamarragine post-black-metal, qualche passaggio folk ha valore storico. Insomma c’è un po’ il ritorno alle origini, con chitarre un po’ zanzara e un po’ classic-heavy-metal e batteria a raffica, però ammosciate e devirilizzate… tutto, come di consueto, suonato da Vikernes. E non so se è un bene o un male.

La voce è meno stridula e affogata. Più orientata al racconto e alla distorsione artificiale. La cosa migliore è l’intro di pianoforte scassato di “Alfadanz”. Che dire? A un certo punto, il personaggio, la follia, le stupidaggini razziste ci avevano fatto un po’ pena… o tenerezza. E i dischi del carcere ci avevano divertito. Ma ora è troppo. Che palle Burzum! La devi finire. Trovati una fatica onesta.

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