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Bully – Losing (Sub Pop, 2017)

Per fortuna esiste un canone grunge che riesce a evitare tutta la pateticità, le ingenuità ideologiche e le contraddizioni esistenziali del grunge storico. Ciò vuol dire che si può suonare grunge senza essere grunge, senza scadere in una fredda od ottusa riproposizione di quella sensibilità che illuse la mitologia rock negli anni ’90 e che mette ancora oggi in imbarazzo sia nell’essere del modo che nel modo d’essere. I Bully, per esempio, una band di Nashville già attiva e conosciuta negli Stati Uniti e ora rispettata anche qui in Europa con il secondo disco lungo licenziato da Sub Pop, possono riprendere fedelmente l’estetica formale delle Hole e della prima PJ Harvey, dei Nirvana e dei Mudhoney, ma anche fregarsene del male di vivere, della prosaicità del dolore e dell’assolutizzazione del sentimento di disagio. Viene da chiedersi allora che senso abbia un suono di questo tipo scollegato dal suo sentimento dominante. La risposta sta nella lucidità esprettiva e produttiva della cantante e chitarrista Alicia Bognanno, che tratta principalmente ispirazioni astratte, canzoni intime, o fatti di vita vissuta, ragionamenti dialogici e costruzioni simboliche, sfruttando con l’onestà di una artigiana la suprema concisione e la vaga trascendenza, cioè la tentazione dell’incompiutezza e la poetica del trascandato, dello sporco e del “vieni come sei”. Grunge inorganico, dunque. Canzoni create non d’istinto, non tramite la pura esplosione emotiva di angoscie e rabbia, ma con metodo, come un congegno studiato o un rattoppo efficace.

Quando arrivano le strofe fragili che si spezzano in urla disperanti, le distonie lo-fi, le distorsioni incisive e decisive e i suoni aggrovigliati e grezzi che si lanciano nel vuoto, sembra quasi che il genere grunge abbia ancora senso. Perché questo suono non originale riesce a simulare quell’organicità, quella spontaneità, che in realtà non ha e neppure vuole avere.

Ci sono passaggi di “Losing” che sanno evocare con commovente potenza lo sclancio e lo scazzo di “Goo” dei Sonic Youth (“Feel the Same”), la trasversalità pop delle Sleater-Kinney (“Running”) e l’heavy dei The Screaming Trees, in composizioni catartiche e d’impatto che guardano al passato per ignorare il triste presente (come l’ottima “Seeing It”). E proprio un pezzo come “Seeing It”, un assalto del genere, vale da solo una giustificazione dello sforzio, di qualsiasi natura esso sia. Perché pur suonando pienamente e sostanzialmente derivativa, superficiale e artefatta, questa band riesce a ingannarci, a farci immaginare un sentimento che vibra di vita propria, che si sviluppa e diventa rappresentazione profonda, anima, per attrito o per osmosi. E non è meraviglioso potersi illudere che sia ancora possibile, nel 2017, una cosa del genere, un suono così?

[sette]

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