British Sea Power – Machinaries of Joy (Rough Trade, 2013)

British Sea Power - Machinaries of Joy (Rough Trade, 2013)Il nuovo sound dei British Sea Power si presenta come un miscuglio di Coldplay (la nota prevalente), Radiohead e R.E.M., a tratti (tratti brevissimi) persino Replacements e My Bloody Valentine. C’è moltissima cura nei campionamenti, il tessuto armonico è ricco (non necessariamente un pregio), le ritmiche sono piuttosto varie e talvolta riescono a dare la giusta propulsione a brani altrimenti banali, eppure nel complesso il disco sembra esaurirsi in pochi minuti senza lasciare traccia di sé nella mente dell’ascoltatore: il tutto è fin troppo conosciuto. I British Sea Power non hanno la creatività dei Radiohead negli arrangiamenti né il talento melodico dei R.E.M. (né d’altronde le ambizioni artistiche dei due gruppi). Qui si rivela un grosso difetto del disco: il pop sperimentale dei nostri si dichiara melodico, ma è veramente difficile riconoscere una melodia almeno memorabile nelle loro marce spavalde in crescendo o nei loro pigri deliqui. In verità qualche pezzo godibile c’è…

“Mosters of Sunderland” sembra scimmiottare le colonne sonore dei film di arti marziali giapponesi anni ’80 in un crescendo straordinariamente poco serio. “Spring Has Sprung” è il momento melodico più originale, placida cantilena che ricorda qualche gentile ballad di Mark Kozelek. “What You Need the Most” sa un po’ di Broadway e un po’ di Space Rock, ma annoia dopo poco. Se invece “A Light Above Descending” è godibile, ciò non è dovuto alla canzone in sé, che incatena versi apparentemente lasciati in sospeso, bensì all’arrangiamento “vaporoso” e ricco di sfumature sonore. La title-track è abbastanza deludente, solenne e pomposa come nei peggiori U2. Il disco si chiude sorprendentemente con una nota buia e apocalittica, “When a Warm Wind Blows Through the Grass”, suonata in 3/2, scandita da un fraseggio ossessivo di chitarra e da un ritmo cupo e marziale.

Va ricordato che gli esordi di questo gruppo erano tutto sommato più promettenti: si era partiti dall’acid-rock e dal folk progressivo (con brani che superavano spesso gli otto minuti), e si è arrivati al formato un po’ ipocrita di “Machinaries of Joy”, il solito dignitoso prodotto di consumo.

[sei]

Autore dell'articolo: Lorenzo Partenopeo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Completa la seguente equazione (anti-spam) * Time limit is exhausted. Please reload CAPTCHA.