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Bell Witch – Mirror Reaper (Profound Lore, 2017)

Per il terzo album, “Mirror Reaper”, i Bell Witch hanno mirato a esisti sublimi, di natura più intuitiva che raziocinativa. Dunque secondo modalità espressive più istintive che strutturali. Hanno suonato un’unica avvolgente, inquietante traccia di un’ora e venti. Doom, d’impeteto e movimento ascendente, con una sostanza oscura e turbinosa, che insiste nel suono abrasivo e trascinato, distorto e malinconico, assumendo caratteristiche e intensità differenti attraverso la ripetizione e la sospensione dell’armonia.

Prospettive indeterminate si aprono nel buio, malinconie e pensieri tormentati cadono nel non senso, fantasmi diventano effetti percettivi più reali delle cose contingenti, esseri deomoniaci trascorrono per gli spazi siderei, risonanti d’inni e di maledizioni. Il cosmo intero, il creato e l’increato, ruota attorno a una limitata successione di accordi, dentro la quale si nasconde una scenografia amplissima, tutta percorsa da un movimento disperato: lento, si badi bene, ma non immobile. Nel doom di Dylan Desmond e Jesse Shreibman il dinamismo è tolto e sublimato nell’arresa, nel lutto, che assomiglia a un ponte tra ciò che è stato e ciò che potrebbe essere, nella crisi delle opposizioni, nel lamento, nel mistero e nello scontro mistico tra ciò che appare e ciò che è.

Il duo si apre alla meditazione, alla solennità dell’ode funebre, ai passaggi organistici e allo spettralismo. Si evocano presenze assenti e assenze mai passate. Compare anche una voce, strozzata, lontana, enfatica, quella di Erik Moggridge degli Aerial Ruin, e gli strumenti trasformano l’orrore e l’apatia in bellezza, in celebrazione alternativa di un dolore importante. La vertigine che si prova nello sgomento dello sprofondare nella corrente dei sentimenti. Nel consumarsi. Nel comprendere che nulla può più tornare.

Tutta questa ispirazione ha ovviamente a che fare con la sensibilità e la bravura dei musicisti, ma anche con la triste notizia della morte di Adrian Guerra, il batterista che con Desmond formò il duo nel 2010, scomparso l’anno scorso all’inizio delle session di questo nuovo disco. Dunque c’è anche la scrittura di Guerra in questa traccia, c’è il suo riflesso nello specchio. Shreibman ha ereditato il suo posto dietro i piatti e la grancassa. Ed è proprio lui a suonare le parti di organo hammond, alcuni dei passaggi più tristi e coinvolgenti del disco.

Il maestro Billy Aderson produce e mette equilibrio tra le parti. I tuoni e i fulmini infernali s’allontanano (non del tutto) e una pioggia funebre fuscia sulla campagna. Forse è un cimitero. Ma anche da lì, si alza il più ricreante dei profumi, carico dell’opulenza e della grazia della vita. Un ciclo.

[sette]

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