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Arca – s/t (XL, 2017)

Dato che il digitale è uno strumento abbastanza potente e vago di espressione e condivisione di contenuti, può anche essere inteso come un vettore di funzionalità già affacciato sul futuro e strutturato sulla possibilità di adeguarsi a ciò che sarà o non sarà. Probabilmente a qualcosa di intrinsecamente ambiguo e spersonalizzante, cioè indipendente dall’uomo. Ma non vi è alcuna garanzia in merito. Perché tutto si riduce a una serie di dati relativi, che potrebbero anche essere superati e resi inutili dallo stesso progresso tecnologico. Questo modello, che oggi ci appare imperante e potenzialmente ineluttabile, è anch’esso imprigionato nel dominio del formato, spesso vincolato a un hardware di decodifica già desueto o comunque fortemente instabile dal punto di vista materiale e strategico. Perché, se è la forma a determinare il contenuto, sul futuro si apre un’enorme ombra di possibilità totalmente artificiali, quindi scollegate dall’atavismo e dalla tradizione evolutiva del pensiero, dunque anche dalla volontà. Creare contenuti puramente digitali, adattarsi a questo tipo di estetica, significa ammettere o sfruttare tale precarietà negativa. Ma tocca a tutti adeguarsi, per convenienza o realismo.

Eppure, anche in questo grafo imbrigliante di necessità e coercizioni formative, da qualche parte, spunta la discriminante della consapevolezza. C’è, per esempio, chi sviluppa una poetica espressiva proprio in base alle possibilità contraddittorie e ai limiti fenomenologici del dato digitale, ossia mostrando tutte le ferite e il dolore di questo modello epistemologicamente spacciato, tecnicamente intermittente e moralmente sfuggente. Questo, più o meno, fa Arca. Sfrutta con cinismo e lucidità tutti gli espedienti offerti dalla tecnica produttiva contemporanea: opera con massima competenza nel digitale come beat maker, manipolatore, sound artist e sperimentatore. Ma è anche uno che investe nell’artificiale suggestioni private e umane. Nelle sue produzioni esteriormente fredde e innaturali il venezuelano immerge e riconverte il proprio corpo, la propria visceralità, i suoi istinti più indifesi e vergognosi, creando apparenze lucide o paludose, messaggi urticanti e connessioni sofferenti, piene di scarti tecnologici e impulsi indefiniti, detriti chimici e codici non più codificabili della digitalizzazione in divenire. E ciò è bello, nei risultati estetici principali, prima ancora di essere interessante da un punto di vista ermeneutico, produttivo e concettuale.

In questo disco, senza titolo, Arca utilizza la voce, come faceva da ragazzino in Venezuela, prima di diventare il responsabile della svolta hi-tech dei dischi di Kayne West, Bjork, FKA twigs e altri: il producer canta. In spagnolo. Con fragilità e afflizione, tensione religiosa e malizia, raggiungendo effetti lirici affascinanti, potenti, commoventi. Pare che sia stata Bjork a convincerlo a registrare la propria voce su disco, a tentarlo a proposito di un’espressione rivelata dei concetti attraverso la melodia. E bisogna dunque ringraziarla o comunque apprezzarla per la fondamentale intuizione. Perché lo spirito della bellezza era già lì, nelle intenzioni e nei gesti di delicatezza armonica che il producer soleva mescolare ai suoi amati e insistiti suoni post-meccanici ambiguamente mostruosi e mostruosamente ambigui (anche e soprattutto sessualmente), ma mancava ancora una chiave di sintesi, un medium di contrasto (umano), come un punto di vista, un riferimento morale a cui aggrapparsi per non annegare nell’indistinto fluire di rumori, beat grotteschi e disarmonie droniche…

Perché la giusta confusione e la stimolante decadenza ipertecnologica dei due dischi precedenti di Arca necessitavano di un punto di fuga e di un motivo di spaventosa realtà. In mezzo alle macerie insignificanti di un marasma violento e insensibile, tanto avvilente quanto distante, ora, appaiano la desolazione, l’imbarazzo e il sentimentalismo di una voce sensibile. Con questo ritmo da flamenco tragico con gli occhi apertissimi sul male del mondo, su cui non c’è niente da dire e niente da fare, tranne che lamentarsi, con pazienza e gentilezza, e concentrarsi sull’abbaglio delle passioni (“Reverie”, “Saunter”, Piel”).

Non sono canzoni. Quell’idea, quella struttura, non esiste più. Non sono poesie. Non sono pianti melodiosi, pretestuosi e ricchioni (come quelli di Anohni).  Non sono neppure composizioni d’avanguardia, perché dentro c’è tutta la merda broken beat, wonky, ambient malsana, hi-tech, post-dubstep, noise, distopic R&B e drone che gira attualmente, con toni leggermente meno laceranti, sotto e in mezzo al mainstream. Sono esperimenti di canto sul pieno digitale che inizia a scomparire, a consumarsi e invecchiare.

[settepiù]

 

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