Andy Stott – Faith in Strangers (Modern Love, 2014)

Andy_Stott_-_Faith_in_Strangers_coverUn tempo si cercava di dimostrare che la musica elettronica non può fornire reale trasporto emotivo e visione estetica. Si cercava disperatamente di resistere a ciò che si configurava come un’invasione devastante, che avrebbe messo fine alla musica suonata, al rock, al jazz e a tutte le altre stronzate per cui gli adolescenti talvolta si trasformano in fanatici reattivi. Oggi, invece, si cerca di capire in che modo il rock e le altre forme di musica elettrica o acustica possano imitare l’elettronica per rinnovare il proprio senso di contemporaneità e poter raccontare o almeno sfiorare quegli umori di estraneità, sospensione e nevroticità tipici del suono electro o digitale. Perché nessun’altra musica meglio dell’elettronica sa tradurre le ansie, l’assurdità e la vacuità del presente, quindi lo spirito del tempo.

Un disco come “Faith in Stranges” del producer inglese Andy Stott, per esempio, sembra nascere apposta per presentare la dolce e angosciosa arresa morale dell’essere umano al non senso della vita, il lento trasmutarsi e adattarsi della sensibilità al vortice di novità e paure che ci travolge. Si tratta di musica deep house, post-industrial e techno risolta in dinamica ambient, con parti vocali di soul minimale o spiritual-pop vicine all’R&B futuristico e all’intimismo dream-pop (a cantare è la maestra di pianoforte di Andy, Alison Skidmore).

Alle spalle dei fragili incastri strutturali techno o drone-ambient, dei synth sparuti e dei minimi approcci analogici (ottoni e partiture da musica da camera), si intuiscono richiami ipnagogici al pop anni ’80, alla smooth dance e al soul da lounge bar. Il tutto con gesti accennati e mancati, pensieri gelati od oscurati da uno spirito retro-futuristico e arrendevole che si concede spesso all’ossessività drone, all’oscurita esoterica e alla corruzione industial, rendendo i pochi beat e i lenti giri di basso anomali lamenti che svelano la pudenda origo della distanza produttiva e della freddezza compositiva.

La musica è fortemente caratterizzata, in molti casi affascinante, ma rischia spesso la monotematicità, ribadendo oltre il necessario quella vaghissima e compiaciuta pretesa di adesione totale alla realtà incosistente e irrazionale, che appunto non ha appigli tematici, contenutistici o emotivi a cui aggrapparsi, attraverso la chiusura, l’interruzione e l’estraniazione del tempo, del ritmo, dello spazio musicale. Ma a quale stregua di realtà dobbiamo relazionarci se l’unica relazione possibile è l’abbandono o il nichilismo?

[seiemezzo]

Autore dell'articolo: Giuseppe Franza

cose che mi piacciono: cocacola, nietzsche pre-crepuscolo degli idoli, sonic youth, goleador (alla cocacola), céline, mario bava, controriforma, hegel, le anime morte, penne staedtler permanent, giambattista basile, segnalazioni cinematografiche del centro cattolico, the stooges...

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