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Anathema – The Optimist (Kscope, 2017)

Per me, un disco in uscita degli Anathema – almeno per quelli dopo gli anni ‘90, diciamo – è sempre un disco da ascoltare assolutamente. Detto questo, alla notizia dell’imminente arrivo del nuovo “The Optimist”, il sottoscritto ha iniziato a essere sempre più impaziente, soprattutto per quanto mi sono piaciuti gli ultimi album di questo gruppo (a parte i grandissimi live “Universal” e “A Social Gathering”, parlo soprattutto di “Weather Systems” e “We’re Here Because We’re Here”). Certo, con la consapevolezza che si parla sempre di un album degli Anathema, con tutti i suoi pro e contro.

In ogni caso, ricordiamo che negli ultimi album gli Anathema hanno abbandonato quasi del tutto la veste metallara (Doom, soprattutto) dei primissimi anni, e a partire da “Judgement”, si sono legati a sonorità ambient, progressive, rock, più vicine ai Pink Floyd che a gruppi vestiti di pelle e catene. E questo, nel caso del gruppo dei fratelli Cavanagh, è stato un ottimo modo di cambiare pelle.

Il disco è un concept, che segue la storia iniziata nel precedente “A Fine Day To Exit” del 2001. Non starò qui a spiegare la storia dei due dischi, internet è pieno di analisi simili e non vedo perchè fare copia e incolla. Parliamo del disco in sé.

Le sonorità sono quelle cui siamo ormai abituati con gli Anathema, specie per chi ha ascoltato il già citato “Weather…” o “Distant Satellites”, non ci sono molte novità. Quello che c’è, però, è ben fatto e ben curato in tutto. Gli arpeggi di chitarre pulite, le piccole iniezioni di elettronica, le voci di Vincent Cavanagh e della sempre bravissima Lee Dorian (con il maggior spazio mai avuto finora su disco), i tappeti di tastiere ambient, i pianoforti da ballatona, si legano perfettamente in un misto di ambient e prog rock. Certo, le influenze si sentono tutte e sono molto forti, e non parliamo di un disco che fa della sperimentazione la priorità. Abbiamo però un disco con delle buone canzoni, una bella atmosfera, degli ottimi musicisti, e oggi giorno non è poi sempre scontato. Un po’ ripetitivo, magari, se vogliamo trovare un difetto. Questo si nota soprattutto nel primo singolo, “Springfield”, strutturato con un continuo ripetere gli stessi lick, le stesse strofe, nelle intenzioni in maniera ipnotica, nella pratica con un effetto soporifero. A differenza, ad esempio, della molto superiore “Leaving It Behind”, estremamente superiore in quanto a crescendo e struttura. Un altro pezzo di livello ottimo e “Ghosts”, mentre un brano come “Can’t Let Go” risulta imbarazzante o quasi, a essere onesti.

In sintesi, un “buon” disco, non ottimo ma nemmeno insufficiente (prende molti più punti se ascoltato in sottofondo, quasi come un disco ambientale). Di fronte a tanta mediocrità musicale cui siamo abituati (specie da gruppi sulla scena da ormai 25 anni, come gli Anathema), non è nemmeno poco. Non cambierà la storia della musica, certo, ma va bene così. Consigliato quindi agli amanti degli Anathema “non-metal” (dal 2000 in poi), agli amanti del progressive rock più moderno (mi vengono in mente i Porcupine Tree e Steven Wilson, o i The Gathering di Anneke Van Giersbergen), e soprattutto a chi è ancora legato a band come i Pink Floyd. Se invece aspettate da un momento all’altro l’entrata in growl alla “Sleepless”, quegli Anathema non ci sono più da almeno 15 anni.

[seiemezzo]

 

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