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Alberto N. A. Turra – Filmworks (Felmay, 2017)

Il nome di  Alberto N.A. Turra si accompagna a una lista abbastanza lunga di titoli (di merito e di maestranza): chitarrista, jazzista, turnista, arrangiatore, compositore, improvvisatore, sonorizzatore, eccetera. Si tratta di un musicista dalla carriera brillante, anche se non propriamente premiata e celebrata, fatta di tanti tour, lavori originali, sperimentazione attraverso i generi, collaborazioni nell’ombra e di diverse contaminazioni con il mondo dell’indie, del mainstream e del jazz… Molti capitoli di questa storia pongono il chitarrista in luce come protagonista, e sono anche degni di attenzione (come nel caso di Azimuth, recensito qui). Ma non è tutto: Turra compone anche musiche per film, spettacoli teatrali e di danza contemporanea.

“Filmworks” è il suo ultimo album e raccoglie una serie di lavori dedicati alle sonorizzazioni di contenuti visivi e cinematografici. Come il precedente disco, “Turbogolfer”, anche questo è uscito per l’etichetta torinese Felmay. Ma non è un caso che un album come “Filmworks” sia venuto fuori dopo il 2016, un anno in cui hanno visto la luce due film-documentari da lui sonorizzati. Il primo, di Francesco Fei, intitolato Giovanni segantini: ritorno alla natura; il secondo, dei messicani Daniel Arvizu e Sam Madrigal, intitolato The Origins of Music… In pratica due opere cardine, che sintetizzano l’estetica e il percorso musicale del chitarrista attraverso quindici anni di musica scritta per committenza, per film, documentari, cortometraggi e drammi teatrali. Quindi si tratta di una sorta di greatest hits delle composizioni più rilevanti prodotte in tutti questi anni, organizzate in un album di sedici tracce, alcune della durata di poco più di un minuto, altre che superano i cinque minuti.

Il risultato è interessante e più che soddisfacente sia per le esigenze tecniche di commento musicale che per l’ascoltatore, che con tutta probabilità mai avrà l’occasione o il bisogno di andarsi a guardare i film a cui i temi sono collegati: la maggior parte dei brani si lascia ascoltare con facilità, guadagnandosi lo status di colonna sonora autosufficiente e universalizzabile, ossia di musica adatta a trascendere il piano strumentale di riferimento: come fossero temi aperti al confronto con la quotidianità di chi ascolta e non meramente sussidiari a una determinata scena o a un particolare momento.

La gamma poetica è ampia e agile. Si va dalle atmosfere da far west non arrese al modello morriconiano, come in “Otto Haiku sulla morte (the First)”, al groove ripetitivo ma non stancante di “Irish Mississipi”. Il meglio di sé Turra lo offre però nei brani più intensi e dal sapore più drammatico, come “Cellule”. Nonostante la maggior parte del disco sia strumentale, non mancano brani in cui la presenza umana si fa sentire anche tramite belle voci, ben dirette e arrangiate (“Darvish”; il classico “Blue Velvet”, cantato da Sarah Demagistri; “Sakura”).

Manca, ovviamente, un’idea estetica fondamentale e unificante. Ma la versatilità è uno dei punti di forza di Turra. E anche in “Filmworks” il ventaglio di generi trattati sa rinfrescare e ristorare: funziona il jazz anticato della già citata “Blue Velvet” e suonano credibili anche le parti più rockeggianti (“Otto haiku sulla morte”; “Trevor”), quelle virate sul folk (“Irish Mississipi”) e i passaggi un po’ più sperimentali… Girano con profitto poi le scelte che strizzano l’occhio alle ultime tendenze dette d’avanguardia (ancora una volta “Sakura”; “Dustin”) e le composizioni più accessorie (da library media).

“Filmworks” suggerisce una voglia strana: quella di recuperare e ascoltare anche le altre composizioni che non hanno trovato posto in questo album.

[sette]

 

 

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