A Perfect Circle – Eat the Elephant (BMG, 2018)

Maynard James Keenan appartiene all’antipatica categoria di uomini cui, volenti o nolenti, bisogna riconoscere lo status di grandi. Possiede una grande voce. Potremmo attribuirgli una grande personalità. E indubbiamente soffre di un grandissimo cattivo gusto. Pur cantando con trasporto e con tecnica talvolta eccellente, ha sempre mancato il senso profondo di artisticità e di equilibrio lirico, senza i quali non si dà vera musica. La sua metà creativa (Billy Howerdel) lo ha trascinato già troppe volte in territori scialbissi, inefficaci e irrisolti. Alt-metal o art-metal pieno di ottusità e prevedibilità, e soprattutto traboccante di prosopopea. E nulla cambia con “Eat the Elephant”.

Anche quest’ultimo album, atteso dai fan per un tempo esagerato (quattordici anni), conferma i limiti più odiosi del supergruppo. Ci sono in gioco elevatissime qualità espressive e tecniche, ma manca l’illuminazione, non c’è ragione d’espressione, latita la voglia e non si scorge mai, manco per sbaglio, possibilità di interesse, al di là dei soliti e noti appunti di enfasi e barocchismo metal che gli amanti di Keenan conoscono a memoria. Dal punto di vista musicale, l’esecuzione si fa leggermente più quieta e bilanciata in senso pop-rock. La produzione dilata la distorsione sul basso e sfuma il delay sulla chitarra (arpeggiata in tempo dispari nelle strofe e tesa in powerchord nel ritornello); le parti ritmiche arretrano e si semplificano. Ci si confronta con l’elettronica basica del synth-pop darkeggiante dei primi anni ’80, ma senza rinunciare al cattivo vezzo della muscolarità esibita e del colpo di crash tragicomico. Mi ricordo la prima volta che ascoltai “Judith”. Pensai che fosse roba falsa e impacchettata secondo i crismi più stronzi e seccanti della pseudo-moda alt-metal (un po’ di Alice in Chains, un po’ di Faith No More e un po’ di Korn). Però ne riconoscevo il fascino sinistro e profondo. La bellezza formale. E lo stesso succedeva con “3 Libras”.

Quell’accenno di elegante (e forzata) ferocia non esiste più. Credo sia scomparso anche l’afflato di catartica drammaticità che qualche volta, quasi d’incanto, ci fece immaginare Keenan come una delle voci dell’inquietudine contemporanea. “So Long, and Thanks for all the Fish” dovrebbe essere uno dei pezzi forti del nuovo album, e suona come una cagata electro-rock qualsiasi del 2005 o giù di lì. “TalkTalk” puzza di forzatura concettuale ed esecutiva (NIN più shoegaze più malinconia toolina). Si salva a stento il brano finale, “Get the Lead Out”. Non si capisce che senso abbia avuto far uscire questo disco. E non si capisce neanche perché, in copertina, l’orribile ibrido Keenan-Howerdel mostri con tanta sacralità quel cuore-polipo.

[cinque]

Autore dell'articolo: Francesco Munista

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