20 anni fa gli Alice in Chains pubblicavano il loro disco senza titolo

20 anni fa gli Alice in Chains pubblicavano il loro disco senza titoloSulla copertina del disco senza titolo degli Alice in Chains c’è un cane a tre zampe dallo sguardo ferito e pietosamente rassegnato. Non uno di quei cani che ti guarda con l’aria lacrimosa e supplichevole per ottenere un po’ di cibo o una carezza, ma un individuo solo, afflitto, definitivamente sconsolato. Non si aspetta niente, anzi meno sorprese arrivano dalla vita più è contento. Pare voler dire: “lasciatemi in pace, me la vedo io con il mio dolore. Più state lontani e meglio sto…” E così, in pratica, suona anche la musica del disco omonimo prodotto dalla grunge band di Seattle, pubblicato via Columbia negli Stati Uniti il sette novembre e in Europa l’otto novembre 1995. Vent’anni fa…  Quel cane venne poi adottato dal cantante Layne Staley. Molto probabilmente gli ricordava se stesso, nei suoi occhi rivedeva i suoi.

Il disco omonimo o del cane a tre zampe è uno dei lavori più tormentati del gruppo, già da tempo arreso al disastro esistenziale. L’abuso di droghe, i problemi personali e le angosce sentimentali e morali gettarono Staley, Cantrell, Kinney e Inez in un’atmosfera cupa, viziata e decadente. La musica, infatti, diventa più pesante, nebulosa, in certi passaggi doom, o definitivamente crepuscolare. Nonostante il pessimo stato di salute fisica e psicologica del cantante, appena uscito da una comunità di recupero dopo l’ennesina overdose, l’intesa vocale e armonica tra Staley e Cantrell è ai massimi livelli, sia nei brani in cui il chitarrista si occupa della voce principale (“Grind”, “Heaven Beside You” e “Over Now”), sia nei momenti in cui Staley mette in primo piano il suo dolore (“Sludge Factory”, “Good Am”, “Again” e “Frogs”). L’interpretazione  è meno brillante e potente che in passato, anche dal punto di vista creativo Staley appare defilato (partecipa come autore musicale è però “Head Creeps”), ma l’umore disco è fortemente legato ai sentimenti e alle inquietudini del fragile cantante, al suo crescente disagio, alla paura e al presagio di morte.

Ecco il grunge che sprofonda nell’inferno. Una destinazione inseguita, agognata e infine raggiunta. Per questo il lamento si trasforma spesso in ruggito o in ballata estasiata. Così suona l’angoscia, senza forzature, senza numeri da classifica.

Autore dell'articolo: Giuseppe Franza

cose che mi piacciono: cocacola, nietzsche pre-crepuscolo degli idoli, sonic youth, goleador (alla cocacola), céline, mario bava, controriforma, hegel, le anime morte, penne staedtler permanent, giambattista basile, segnalazioni cinematografiche del centro cattolico, the stooges...

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