What kind of music (is popular music)?

What kind of music (is popular music)?«Che genere di musica?»… In un significativo aneddoto raccontato in apertura di uno dei suoi saggi, Franco Fabbri, docente, musicologo e musicista degli Stormy Six (gruppo rock-progressive operante tra la fine dei Sessanta e i primi Ottanta), racconta come si sia sentito ripetere infinite volte, nel corso della sua carriera, questa domanda da musicisti, addetti ai lavori, burocrati, gente comune e (perfino) dagli agenti della dogana…

Tale domanda può essere rivolta anche al nostro oggetto di ricerca, la popular music: che cos’è questa musica? Cosa si intende per popular music? Che generi di musica e che suoni possono essere raggruppati in questo termine?

Seguendo la definizione dello studioso inglese Allan Moore, si può concordare sul fatto che «l’espressione inglese popular music indica quell’insieme di attività musicali comuni nel mondo contemporaneo che va dalle canzoni al rock, dalla musica cinematografica e televisiva al jazz». In pratica, restringendo il campo al contesto sonoro, questo termine delinea un insieme di musiche eterogenee e molto distanti tra loro, l’insieme di tutte quelle poetiche sonore che invadono e pervadono lo spazio musicale attuale, distinte (e quindi non facenti parte di questo insieme) da un lato da quello che può rientrare nella definizione di musica classica (la musica colta) e dall’altro dalle musiche di tradizione orale (la musica folklorica).

Inoltre, rispetto a quest’ultimo insieme, bisogna fare una precisazione riguardo alla forviante traduzione italiana che trasforma il folk in “musica popolare”… il termine popular rimanda infatti al significato di “noto”, di “larga diffusione”, distante dalla significato di folk o traditional music, termini con i quali nei Paesi di lingua anglosassone vengono definite, appunto, le musiche folkloriche.

Con la popular music abbiamo un calderone misto e indifferenziato, dove convivono rock e electro, easy listening, jazz e blues, world music e musica cinematografica, musica cantautoriale e musica da sottofondo (la famosa, o famigerata, muzak), dance music e musica alternativa. Un elenco che diventerebbe sterminato se solo si provassero a menzionare tutti quegli infiniti sottogeneri che nel tempo pubblico e critica, spesso con poca o nessuna corrispondenza effettiva, hanno utilizzato per differenziare tra loro i repertori.

SoundVision_03_33Convenzionalmente, la nascita di questo fondamentale fenomeno culturale della società contemporanea viene accostata allo sviluppo dei moderni supporti di registrazione e di diffusione del suono: dal fonografo di fine Ottocento alla radio degli anni Venti del Novecento (per poi proseguire via via con le varie innovazioni tecnologiche, dal cinema e alla televisione, per arrivare ai supporti digitali e all’avvento di internet). Quindi musica e progresso tecnologico viaggiano di pari passo, segnando il livello di diffusione e la caratterizzazione della popular music: non c’è popular music senza supporto di registrazione, così come non c’è popular music senza pubblico di massa, condizione impossibile da realizzarsi nel passato e che solo a partire dalla fine del XIX secolo (negli Stati Uniti e in Europa), e poi dopo la Seconda Guerra mondiale (nel resto del mondo) ha creato i presupposti ncessari per lo sviluppo di tale genere musicale. Senza plugging (l’insistente e pervasiva proposta di un motivo di successo da parte dei media) non esiste pop music. Non sarebbero esistiti i Beatles, i Beach Boys, i Sex Pistols e tutto il mainstream.

PMUAnalizzare un oggetto di tale densità, dove confluiscono non solo discipline prettamente musicali, ma anche e soprattutto contributi provenienti da materie collaterali (dall’economia alla sociologia), necessità di strumenti metodologici appositi e specifici. Il processo di indagine viene di solito espletato all’interno dei (ancora una volta con terminologia inglese) popular music studies. È proprio in Inghilterra che, tramite l’influenza degli studi culturali, durante gli anni Settanta la popular music inizia a essere analizzata come fenomeno sociale ma anche, e soprattutto, come oggetto estetico-musicale. Agli inizi degli anni Ottanta viene costituita la IASPM (International Association for the Study of Popular Music), la quale riunisce studiosi provenienti da tutta Europa (compreso il già menzionato Fabbri) e che favorisce la diffusione di tali studi, sia attraverso un’offerta accademica, sia tramite la pubblicazione di riviste specialistiche, tra le quali è da menzionare sicuramente “Popular Music” (edita dalla Cambridge University Press).

E l’Italia? Il nostro Paese rappresenta un paradosso in questo settore di studi: da una parte può vantare una tradizione di studi “ufficiosa” importante, avendo espresso fin dagli anni Cinquanta diversi contributi critici alla materia, spesso dal tono polemico e negativo (dal gruppo di intellettuali torinesi degli anni Cinquanta, i “Cantacronache”, alle varie riletture di Theodor W. Adorno, fino alla nascita di “Musica/Realtà”, rivista che fin dagli anni Ottanta ha ospitato diversi contributi sulla popular music, italiana e non); dall’altra, però, tale interesse verso il pop non si è concretizzato in un’analoga offerta universitaria, visto che fino alla fine degli anni Novanta un insegnamento di popular music non era presente in nessuna università italiana (successivamente verranno proposti corsi del genere nelle università di Roma, Bologna, Torino e poche altre). Lo sa bene chi frequenta o ha frequentato istituti di specializzaione storica e critica musicale, dove il concetto di pop viene trattato come un fantasma pericoloso o, nella migliore delle ipotesi, inutile. Diversa ancora la situazione nei conservtori, dove solo la musica colta classica trova spazio, lasciando pochissima attenzione al jazz storico e nessuna al pop.

Eppure nel frattempo erano stati tradotti e pubblicati diversi, e fondamentali, saggi riguardanti la popular music, di cui si possono ricordare perlomeno i più importanti: Sociologia del Rock (Frith, 1982), Studiare la Popular Music (Middleton, 1990), Popular Music. Da Kojak al Rave (Tagg, 1994), senza dimenticare i vari contributi di Fabbri, certamente il più noto studioso italiano di popular music (Around the Clock; Il Suono in cui Viviamo; L’Ascolto Tabù).

Bisogna quindi promuovere nuovo interesse e attenzione verso un fenomeno culturale, sociale, economico ed estetico di primaria importanza. Storici e musicologi devono capire cosa vuol dire pop e verso quali lidi il genere stia procedendo. Allo stesso modo il pubblico necessita di strumenti interpretativi meno banali e improvvisati. Bisogna investire intelligenza, sapere e interese critico, per capire e non solo subire una musica che invade grande spazio nel quotidiano, a tutti i livelli.

Avviandoci alla conclusione di questi brevi cenni riguardanti la storia e la natura della popular music, è importante ribadire come questo genere musicale rappresenti uno degli elementi strutturali per comprendere le caratteristiche e l’evoluzione della nostra società e della nostra cultura, entrambe legate all’elemento del “consumo”. Essendo un bene culturale rivolto alle masse, il pop non può ignorare il mercato, perché proprio il mercato decide cosa sia in definitiva il pop. Non  è certo un’eresia accostare la musica (intesa il più delle volte come espressione massima dell’animo umano) a un termine che può rappresentare (per i puristi) quanto di più basso e materialistico ci sia riguardo a un’attività artistica. “Consumo” e “musica” sono due ambiti indissolubilmente legati, che si influenzano a vicenda e che contribuiscono a offrire una visione maggiormente completa dello scenario culturale, sociale e politico della nostra società attuale.

Autore dell'articolo: Michele Severino

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