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Una Foresta… Ricordi personali e dark culture

The Cure - A ForestCi sono canzoni che leghiamo indissolubilmente alla sensibilità della giovinezza, alla comprensione emotiva esasperata tipica dell’adolescenza. Forse perché rappresentano espressioni creative che, più di incontrare il gusto altrui, guardano a loro stesse e alla propria angoscia, chiudendosi e insieme aprendosi al mondo. Proprio come fanno gli adolescenti, col loro necessario narcisismo, nella stagione più strana e produttiva della vita di un essere umano. Nulla di generazionale o di concluso nella propria epoca, perché cantanti e brani di trent’anni fa continuano a colpire il cuore di nuovi individui, trascendendo le mode del momento e i nuovi bisogni contingenti…

Quante volte nel corso dell’esistenza, e specialmente nella giovinezza, ci siamo sentiti persi, soli, sperduti in un’immensa foresta, dove rami secchi e storti bloccano i raggi di luce e ovunque è buio? Certo, anche il trentacinquenne, Dante docet, può sperimentare una sensazione simile, ma non con la stessa partecipazione morale dell’adolescente, non con la stessa foga, tragicità e assolutezza. I giovani vivono con intensità differente, privilegiando gli alti e i bassi, e ammantano ogni esperienza con immediata e sensuale drammaticità. Il sentimento di smarrimento adolescenziale è trasversale e universale. Vale per ogni epoca. E in questa modernità liquida dove i confini dei valori, i ruoli e le ragioni condivise sfumano, è proprio l’incertezza a prevale sul resto, rinnovando il senso irrisolvibile dell’angoscia giovanile e delle insicurezze iperboliche. Una tristezza che può essere accettata o dissimulata, ma che è davvero complicato evitare, a meno di non alienarsi completamente e di arrendersi con superficialità ai più bassi e utilitaristici sentimenti di precarietà. Essere giovani vuol dire ancora sentirsi smarriti. Immaginari.

Mi è accaduto diversi anni fa. Pomeriggio adolescenziale spalmato sul divano a guardare la rotazione di videoclip su Rock TV, quando invece si dovrebbe stare con gli occhi fissi sui libri scolastici, ma ci si sente divorati dall’angoscia, da uno strano senso di inadeguatezza nei confronti della vita. L’angoscia giovanile è infatti proprio questo: stare di fronte ai primi successi e fallimenti della vita, senza capire cosa è bene e cosa è male, cosa fare e perché. E si capisce, ciò che brucia maggiormente sono i fallimenti. Specialmente nel campo delle relazioni umane. Lasciano un segno indelebile e ti trascinano lontano, nella terra della paranoia. E allora perché uno dovrebbe distrarsi o concentrarsi sulle cose “utili”, come studiare le equazioni di secondo grado? Non saranno i calcoli a farci accettare la nostra condizione d’infelicità, a indicarci il nostro posto nel mondo, ammesso che possa esistere qualcosa del genere. Il presentimento ci dice che non esiste niente di tutto ciò e che comunque non avrebbe senso… C’è solo dolore in questo scazzato pomeriggio, solo disagio e una vaga consapevolezza che tutto andrà sempre più male. Almeno è questo quel che sento, a contatto con me stesso, con la mia più intima confusione.

Dalla finestra filtrano sprazzi di conversazioni a maniche corte, echi di prati scaldati, gente che evidentemente vive senza tanti dubbi esistenziali. Finisce un video dei rabbiosi Nirvana. Schermo nero. Poi una batteria illuminata da un raggio verde compare sulla scena. Quattro spettrali rintocchi di chitarra si ripetono. Parte un irresistibile giro di basso. “A Forest”. The Cure. Così sentenzia la scritta in sovraimpressione.

Panoramiche di foreste inquietanti sui volti inespressivi e distanti dei musicisti. Robert Smith, lo apprenderò dopo, ancora non è truccato come un pagliaccio e ha i capelli corti, ma la sua voce è già ipnotica, disperata, catartica. Suona una Fender Jazz Master con espressione cupa. La batteria ossessiva, il riff che ritorna, i colori psichedelici, le tastiere frenetiche che salgono e scendono, la voce che s’incanta su “again” e “again” e poi si spezza per l’apoteosi strumentale minimalista del finale. L’epifania si chiude con accordi di basso che sembrano mimare un battito cardiaco.

robert smith“A Forest”. The Cure. Pubblicità. Folgorazione. Tutta la noia del pomeriggio si trasforma in curiosità per quel gruppo, che sembra essere così diverso dalla brodaglia mainstream che il sistema discografico propone metodicamente. Telefono a un amico più grande, chiedendogli se ha qualche CD di questo strano gruppo. Ovviamente prima devo sorbirmi dieci minuti di perverse fantasie sessuali, e invettive contro il mondo. Comunque, dice che i The Cure suonano da parecchio, e che forse qualche loro CD ce l’ha. Il giorno dopo mi porta “Seventeen Seconds” e “Pornography”, e quei dischi gireranno a lungo nel mio stereo, facendomi innamorare di quell’anomalo gruppo del West Sussex. “Pornography” del 1982 è il capolavoro assoluto, una lunga apnea, un’esplorazione delle pieghe oscure della mente, da cui però si esce più puri. Rafforzati. Come se le paure fossero state tese ad asciugare al sole. “Seventeen Seconds” del 1980 (il secondo album dei Cure, il primo spiccatamente dark) è altrettanto bello e seminale, con atmosfere lente, cupe e rarefatte. Proprio da questo disco è estratto il singolo iconico del video, la traccia intitolata “A Forest”. Canzoni come riti per esorcizzare il dolore, per comprendere l’universalità di sentimenti quali disagio, nostalgia, senso d’inadeguatezza. Musica scarnificata, minimale ma produttivamente intelligente. Un basso miliare (scritto e suonato dall’indimenticabile Simon Gallup) che sembra un synth. Smith sugli scudi, che prende il controllo assoluto della situazione, studia il Bowie di “Low”, pretende suoni di tastiera unici e cristallini e spalanca gli occhi di fronte all’abisso. Dietro, una batteria marziale e un’atmosfera apocalittica, nervosamente arresa. Risultato? Ci si sente meno soli.

I The Cure mi hanno spalancato le porte della new wave, genere fondamentale perché in grado di traghettare il rock verso ambiti e tematiche prima inesplorate, dopo che la devastazione nichilista del punk aveva troncato di netto le radici con la tradizione blues e rock ‘n roll degli anni Sessanta. Un nuovo suono, un nuovo modo di intendere musica e comunicazione ritmica popolare, attraverso lo sfruttamento consapevole e insieme giocoso delle nuove tecnologie e una dichiarata ribellione nei confronti del passato del rock macho e spettacolare, dei grandi ideali fagocitati dal mercato e della tecnica quale sostituto di cratività. New wave dicevamo, ma è comunque riduttivo inserire i The Cure in un genere, perché nell’arco della loro lunga e travagliata carriera, hanno sperimentato, contaminato e osato, generando musica originale, dai testi sempre poetici ed evocativi. Post-punk, dark wave, gothic rock, pop…

Dark80sQuando si parla di dark culture, o di controcultura giovanile dark, i riferimenti volano immediatamente agli anni del fenomeno new wave e all’esperienza musicale del mondo anglosassone tra il 1980 e il 1990. Anni in cui gli orfani del punk e i nuovi “nichilisti” urbani cercarono una nuova via di espressione legata all’immaginario gotico e al decadentismo di Baudelaire e Verlaine e all’esistenzialismo pessimistico di Camus. In Italia la rivoluzione dei ragazzi persi, con i vestiti di pelle, le spille da balia, il cerone e i capelli cotonati, arrivò con qualche anno di ritardo e si confuse con la seconda ondata del punk. Ciò nonostante ebbe una diffusione impressionante, intorno al 1985, e riuscì a mantenersi in vita, esprimendo molti contenuti originali, fino a metà anni Novanta. Ma chi erano questi giovani dark? Cosa volevano rappresentare? A cosa reagivano?

Gli anni ’80 furono per l’Europa occidentale un periodo di rinnovata fiducia, ma anche di disimpegno politico e crisi ideologica. Un vuoto di riferimenti segnò la generazione dei nati negli anni Sessanta, che per reazione si chiusero in se stessi o delegarono l’espressione della propria personalità a marchi e vessilli più o meno mainstream. La cultura dark si ribellava a tale dittatura del disimpegno e al dominio dell’esteriorità, esasperando tutti i caratteri di un intimismo sentimentale e sensibile di matrice pessimistica. Da qui gli abiti neri, i visi emaciati e il trucco scuro e soprattutto il persorso musicale ispirato al lavoro di band tenebrose e votate all’analisi dell’angoscia come i The Cure… Va da sé che lo stesso rifiuto dello stereotipo si è poi trasformato in stereotipo, in divisa e regolamento non scritto… Ma questa è un’altra storia.

Ciò che rimane è l’essenza, il ricordo privato e l’emozione personale che ognuno di noi associa alla propria canzone della vita. Per questo non scorderò mai quel lontano pomeriggio in cui sono incappato in quell’immensa foresta psichedelica, piena di ombre e inquietudini rivelate. A volte bisogna perdersi, per potersi ritrovare.

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