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The Who, l’arte che ispira chi fa arte

the who homer simpsonGli artisti, come logica e consuetudine impone, sono i modelli creativi dai quali è più semplice e opportuno copiare o rubare per ispirarsi. Per la cronaca, non vi è nulla di immorale o screditante nell’emulare, nel seguire un riferimento ideale. Il punto semmai è un altro… Copiare da chi? Da qualcuno che può garantire un fondo di originalità, da un modello che, forse, qualcosa di nuovo l’ha saputo fare… da un vero creativo, quindi. Ma qual è la discriminante che ci permette di distinguire un originale da una copia? Esiste un prodotto artistico totalmente nuovo, originale, non derivato? In teoria no, ma storicamente possiamo scovare qualche caso eccellente, un’eccezione tra gli esempi rari e irripetibili di creatività pura e totalizzante offerti dalla storia della musica pop… Ci pensavo qualche giorno fa vedendo il film Quasi Famosi – Almost Famous di Cameron Crowe. Uno dei personaggi del film (tale Russell), a un certo punto, dice: “Cos’è il rock? Chiedilo a Pete Townshend degli Who, lui saprà darti una risposta!”.

The Who (letteralmente “I Chi”) sono una band nata nella periferia della Londra operaia all’inizio degli anni ’60. Originariamente si chiamavano The Detours e suonavano un rhythm and blues classico senza infamia e senza lode, poi scelsero il nome di High Numbers, per via di quella moda che imponeva di stampare numeri random su magliette a cerchi concentrici… Dopo un solo singolo pubblicato senza alcuna risonanza, il gruppo decise di adottare un altro nome, scegliendo il più simpatico e ambiguo The Who, ma tenendosi nel proprio logo i cerchi concentrici (con i colori della Union Jack, la bandiera britannica). Siamo nel 1964 e la band, formata dal timido e problematico chitarrista Pete Townshend, dal cantante ricciuto Roger Daltrey, dal silenzioso bassista John Entwistle e dal pirotecnico batterista Keith Moon, sta per registrare il suo primo album lungo e per cambiare per sempre la storia del rock…

Dovreste saperlo o esservene accorti… Molti di cardini, dei miti interni e anche dei cliché, del rock mondiale scaturiscono dalla storia di questa band: la sottile e stimolante lotta interna per la definizione della leadership del complesso tra chi canta e si espone come prima donna e chi scrive e detta le direzioni musicali; i capelli che si allungano, i jeans sempre più stretti che si trasformano in costumi da scena provocatori o in tute futuristiche; le connessioni con l’universo operaio e la controcultura giovanile; l’afflato spirituale ed esoticamente mistico (sotto la guida del Meher Baba); l’impulso ad alzare il volume al massimo e a sfasciare gli strumenti sul palco; l’abitudine di distruggere le stanze d’albergo durante i tour; dipingere il proprio furgoncino di colori psichedelici mentre all’interno i membri della band ci danno dentro con le droghe, ragazze e birre… atteggiamenti stravaganti diventati successivamente logore abitudini o stantie pose da rockstar: tutte cose sperimentate originariamente dei The Who… Fin qui si è parlato però solo di temi esteriori, ciò che fa da contorno alla musica, insomma. Ma proviamo a spingerci oltre, a interrogarci sul senso e la potenza di questi The Who… Cosa li rese tanto speciali? Innanzitutto la loro musica, che non è mai stata legata a un unico genere, come era avvenuto per molti dei complessi precedenti. I The Who sono stati probabilmente una delle prime band che ha saputo partire dalla commistione di ispirazioni varie e mutare la propria pelle e il proprio stile, continuando a evolvere, sperimentare e rischiare. E riuscendo ogni volta nell’intento.

I The Who sono nati come band di rhythm & blues bianco, ma nel breve volgere dei primi cinque anni di carriera hanno saputo sperimentare con il folk, il blues, il rock ‘n roll più fragoroso e nervoso, gli stilemi del nascente pop britannico, la psichedelia, l’hard blues con contaminazioni operistiche e persino il rock cupo e sofisticato, successivamente frainteso come rock progressivo. Durante i primi anni ’60 seppero affilare un personale e intelligente stile pop, profondamente influenzato da rhythm & blues e folk inglese, ma anche aperto a prospettive caricaturali e ironiche di grande libertà espressiva. Con “Tommy” arrivò la profondità lirica, il rock maturo, consapevole e vario, e dal vivo il gusto divenne sempre più hard e scintillante. Dopo Woodstock e con gli anni ’70, poi, diedero il loro personalissimo contributo a ciò che solo più tardi fu ridefinito come garage rock e proto-punk, continuando a perseguire la loro visione melodica e teatrale di hard-rock e ad attualizzare i motivi della tradizione mod e R&B con una ferocia esecutiva senza pari e un violentissimo impatto sonoro. Se il lettore fosse particolarmente affezionato alla tassonomia musicale, c’è anche chi li annovera come interpreti di power-pop, freakbeat e art rock… Quest’ultima definizione in particolare deriva da un chiodo fisso del chitarrista Pete Townshend: il voler comporre musica concettuale e sistemica, realizzando album che contenessero una trama forte (un lietmotiv), pronta a legare, tra di loro, tutti i brani. Sì, i “concept album” erano un pallino di Townshend… Rendere il rock la nuova musica classica, una forma di narrazione generazionale.

C’è chi obietterà che il primo concept album della storia del rock sia stato “Stg. Pepper’s Lonely Hearts Club Band” dei The Beatles, e tecnicamente non potremmo che dargli ragione. Ma bisogna chiarire due punti: il primo è che l’idea stessa del “concept” non è altro che un richiamo, una rivisitazione moderna, della tradizione classica e operistica (che sia musicalmente e narrativamente cercava l’unità concettuale a partire dalla trama del libretto); e secondo che in realtà sia i The Beatles che i The Who iniziarono a lavorare ai rispettivi primi concept album (i primi con il già citato “Stg. Pepper”, i secondi con il magnifico quarto album “Tommy”) nel medesimo anno: il 1966. I The Beatles riuscirono a compiere la loro opera, però, in un solo anno, mentre gli Who impiegarono più di due anni per portarla a termine: ne venne fuori uno dei dischi più immaginifici e creativi di sempre, la storia di un ragazzo sordo, muto e cieco, vittiama di abusi sessuali, di traumi familiari e angosce profonde; uno spirito minato da limiti e tristezze, che riesce a sentire il mondo attraverso le vibrazioni (quelle della musica o del flipper di cui è campione) e a sviluppare una propria sensibilità spirituale, fino alla liberazione finale.

Dopo “Tommy”, il successo negli Stati Uniti e l’effervescente “Live at Leeds” del 1970 (uno dei dischi live più apprezzati della storia), i The Who continuarono a voler seguire questa scia operestica suggerita dal genio di Townshend… si prepararono a nuove registrazioni collegate all’idea centrale del brano “Pure and Easy”. Il progetto era quello di dar vita a un nuovo concept multimediatico (canzoni, immagini, resa teatrale, grafica…) intitolato “Lifehouse”, ma le difficoltà tecniche e i primi dissapori all’interno della band spinsero gli Who a ripiegare su un disco di canzoni scollegate, registrate con il solito Kit Lambert a New York. Il nuovo materiale uscì sotto il titolo di “Who’s Next” ed ebbe un ottimo riscontro commerciale, anche grazie all’uso avanguardistico di sintetizzatori e all’appeal radiofonico di brani come “Won’t Get Fooled Again”… Ma per Townshend il discorso operistico non era ancora chiuso. Nel 1973, infatti, i The Who pubblicarono una seconda opera-rock: “Quadrophenia”, parola intraducibile dall’inglese poiché è la fusione di due termini: “quadrofonia” e “schizofrenia”, laddove la quadrofonia rappresentava, per il tempo, una nuova e avanguardistica tecnica di registrazione audio e la schizofrenia un concetto critico e sociale da applicare alla modernità e un simbolo biografico relativo al suono della band, all’animo turbolento di Townshend, alla foga scenica del cantante Roger Daltrey e dell’imprevedibile batterista Keith Moon.

keith moonTownshend è di certo lo spirito più inquieto della band. Le sue musiche, anche quelle più dirompenti o apparentemente leggere, contengono una cifra di inequivocabile tristezza… Il chitarrista verrà spesso ricordato per il “vezzo” di sfasciare il proprio strumento al termine dell’esibizione. Un gesto iconico e di rottura non solo materiale che consentì agli Who di rimanere impressi nelle retine di chi, nel mitico agosto del 1969, ebbe la fortuna di essere al festival di Woodstock e di godere della performance principale (e di chiusura) del secondo giorno del megaconcerto. Townshend ebbe anche diverse grane con la polizia quando, negli anni ’70, fu incriminato per “commercio illegale di sintetizzatori”. La storia è la seguente: visto che Townshend passava la maggior parte del tempo libero nel suo studio casalingo a giocare con nastri, strumenti e macchine musicali, gli capitò di essere avvicinato nel tempo dalle più disparate case di produzione di strumenti. Il chitarrista fu uno dei primi musicisti pop a specializzarsi nell’uso dei sintetizzatori e questo gli consentiva di avere, prima degli altri, strumenti letteralmente introvabili sul mercato. Ma Townshend, dopo averli sfruttati, registrati o scartati, rivendeva gli apparecchi a colleghi musicisti o negozianti inglesi. E fu pizzicato. Ma se la cavò abbastanza bene, decisamente meglio di quando più tardi fu colto in flagrante per un altro reato, quello di detenzione di materiale pedo-pornografico, scaricato in rete. Qui il discorso si fa perverso, torbido e comunque si allontana inesorabilmente dalla musica, ma per chi ama capire le ragioni dell’arte c’è un elemento importante che in quel processo per pedofilia venne a galla. Townshend, per la prima volta in vita sua, dichiarò di avere subito da bambino degli abusi, proprio come Tommy, il protagonista del suo disco più famoso. E senza voler scomodare i più illustri e fini conoscitori della psiche umana, questo potrebbe chiarire il perché, dentro di sé, avesse tanta rabbia da smaltire, sempre qualcosa da sfasciare e perché ll’indole riservata e razionale non abbia mai avuto la meglio sul nichilismo e l’istinto di autodistruzione. Una ricerca umana che porterà lo stesso Townshend a confrontarsi più volte con l’alcolismo e l’abuso di droghe.

Tornando alla musica, altra peculiarità che permise al chitarrista londinese di lasciare il proprio nome negli annali sta nel modo stesso in cui ha approcciato il suono del suo strumento principale, la chitarra. Da piccolo Townshend aveva studiato il banjo, il che gli consentì una magistrale padronanza dell’arpeggio e della ritmica… una volta passato alla chitarra elettrica in particolare riuscì a concentrarsi mirabilmente nei riff, dimostrandosi un musicista solido e per niente autoindulgente. I suoi assolo sono semplici e incisivi (solitamente arpeggi molto veloci), perfettamente legati al contesto armonico del brano. Poi, la cura del suono elettrico, la sensibilità acustica, la gestione della distorsione e del volume fanno il resto. Il suo badare innanzitutto alla ritmica ha permesso a John Entwistle, il bassista degli Who, di riempire i brani con abbellimenti e digressioni armoniche, ricche di toni cupi e melodie create per la prima volta al basso in contesto rock. Le capacità tecniche dei musicisti, unite alla loro grande energia, resero gli Who uno dei più importanti live band della storia. Il tumultuoso e sfortunato Keith Moon (deceduto nel 1978) non ha mai suonato un tempo standard. Pur rimanendo ancorato ai 4/4 e alla ritmica blues-rock, seppe rinnovare il suono della batteria pop, introducendo la doppia cassa, l’uso del crash opposto all’hi-hat, il dinamismo espressivo dei fill e lo stile melodico del tempo.

the whoI The Who hanno sempre stupito per il loro impatto sul pubblico, e che si parli di impatto visivo o sonoro non cambia molto. Negli anni ’60 hanno prima colpito con il loro look “alla moda”, legato alla swinging London e allo stile beat-mod, ma hanno anche strabiliato quando hanno suonato con abiti in stile-impero in diversi live per la televisione britannica. Il loro stile fu fenomeno e modello per tutta la generazione mod, di cui diventarono paladini, fornendo dei veri e propri inni come “My Generation” e “The Kids Are Alright”. Un caso in realtà parecchio ambiguo. Perché gli Who musicalmente erano più vicini a un’estetica rock, che ai veri mod inglesi non è che andasse troppo a genio (in “Quadrofenia” sono per esempio drammatizzate e riportate le epiche risse che i fieri mod intavolavano con i rockers).

Nei loro tour gli Who hanno saputo assimilare le influenze del mondo che li circondava, cogliendone l’anima. E forse anche per questo la loro immagine sul palco di Woodstock appare tanto diversa da quella adottata agli inizi della loro carriera; via le tute per nuovi pantaloni a super-zampa e camicie strettissime, via i capelli stirati e baffi lunghi per John, via il taglio corto per Roger, che si trasforma nel prototipo del cantante hippie con capello riccio lungo e ribelle, jeans e torso nudo… il tutto mentre Keith (famoso poi per le sue divise da gerarca nazista) continuava a ridefinire il proprio caschetto e a distruggere la sua batteria. Proprio questa immagine è dei The Who catturata dalla pellicola cinematografica ispirata alla loro opera “Tommy”, di cui Roger Daltrey è anche attore principale. E non solo, gli Who sono stati anche quelli che hanno offerto al proprio pubblico, in anticipo su tutti, uno spettacolo di luci leggendario. Furono i primi a puntare contro il pubblico la macchina del fumo e le luci al laser, creando uno spazio metafisico all’interno del quale le melodie più psichedeliche del loro repertorio sapevano far esplorare mondi sconosciuti anche all’ultimo dei loro fan. Nel 1976, dopo aver suonato al Charlton Athletic Football Ground, si videro recapitare un guinness dei primati per aver suonato “il concerto a volume più alto della storia”. Una bella soddisfazione… Insomma, guinness dei primati, due film ispirati ai loro album, inni generazionali, infinite sperimentazioni, una vita in giro per il mondo saltando di palco in palco, droghe, sesso, capi d’accusa, due voci sul palco (una robusta e ruvida, l’altra acuta e angelica), strumenti sfasciati, ritmi indiavolati, melodie indimenticabili, due componenti morti a causa degli abusi di alcol e droga, cento milioni di dischi venduti in giro per il mondo, la partecipazione a Woodstock, brani leggendari, dischi storici… questo è ciò che sa ispirare i migliori, e non è un caso se quasi tutti gli artisti in giro per l’America o l’Inghilterra alla domanda “Who inspires you?” (Chi vi ispira?) la risposta suona quasi come una domanda “Who? The Who!”.

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