«

»

Sui giovani d’oggi ci scatarro su

avere-vent-anni-locandina(Del gusto perduto dell’alterità)

Premessa doverosa: questa è una storia triste, che tra l’altro sancisce il mio ufficiale, definitivo e irreversibile abbandono del mondo dei ggiovani. Ma tant’è.

L’altra sera sono andata al Mamamu, un posto dove mi sono sempre sentita a casa: suonato più volte, sentiti bei gruppi, passato grandi serate. L’altra sera, però, è successo qualcosa. Siamo entrati, io e Frusciante, abbiamo preso da bere, e come nostro solito siamo saliti al piano di sopra. Terminate le scale, ho avuto un violento flash-back vecchio di almeno dieci anni: ero dentro a una specie di mak π.

Fanciulle starnazzanti, strizzate in improbabili vestiti a festa dai toni pastello; manichini griffati in evidenti difficoltà motorie per i pantaloni eccessivamente attillati; ciuffi gelatinati ovunque, zaffate di profumi vari e fortissimi, chiacchiere vuote che ho dovuto subire per almeno un’ora. Avete capito bene: sono rimasta lì per più di sessanta minuti, seduta sul mio divanetto fumando con nonchalance, e l’ho fatto non per mero masochismo, ma per dovere di cronaca. Ho infatti deciso, col benestare della mia metà, d’intraprendere un’osservazione, uno studio antropologico su un campione bene assortito dei ventenni d’oggi, che in parte già conoscevo per il lavoro che ho fatto negli ultimi cinque anni, ma che non mi era mai capitato di vedere in azione, così da vicino, in contesti “sciolti”, non istituzionali. Chiaro che quella sera non avevo una cippa di meglio da fare.

Risultato: un’ora di foto. In un tripudio di reflex, si sono messi in posa per tutto il tempo, e ad ogni scatto pregustavano il momento del tag. Tutto qui. Pose plastiche, baci e abbracci, figure intere per far vedere il look studiatissimo, primi piani per risaltare il trucco multi-color. C’era la musica al piano di sotto, musica tra l’altro suonata dai loro amici (siamo capitati inconsapevolmente nel bel mezzo di una specie di contest di band emergenti), ma loro si facevano foto. Della musica (tra l’altro roba trita e ritrita, dai Nirvana ai Green Day – che ve lo dico a fare), loro se ne fregavano altamente.

Adesso starete pensando che questo sia un pippone moralizzatore da acida trentenne che invidia la spensieratezza che non può più avere, ma la notizia è questa: io là in mezzo ero palesemente la più adulta, e la cosa non mi dispiaceva affatto. Ero la vegliarda fuori luogo, e mi piaceva persino: ricordo di aver pensato che se essere ggiovani significa questo, io non voglio esserlo più. Ricordo di aver pensato, citando uno dei beniamini della mia adolescenza: Sui giovani d’oggi ci scatarro su.

Sui giovani d'oggi ci scatarro suLo so che questa cosa succede sempre, succede dalla notte dei tempi in virtù dei ben noti corsi e ricorsi storici: probabilmente, quando avevo 20 anni, ci sarà stata una, prossima ai trenta, che mi avrà guardato con gli stessi occhi carichi di orrore e rimprovero, o, peggio, con un senso di netta superiorità. Però io, a 20 anni, nel mio essere testa di cazzo, pure avevo una cosa che questi qui non sembrano possedere: l’orgoglio della singolarità. Mi compiacevo del mio essere un po’ diversa nei gusti e nei passatempi, mi c’impegnavo pure ad essere diversa, e non ero l’unica; c’era una specie di attitudine alla marginalità che ci rendeva tutti un po’ speciali e persino uniti, nelle nostre sacrosante individualità.

Questi, per carità, hanno proprio il terrore dell’essere “diversi”, non ci pensano nemmeno lontanamente a coltivare il piacere della soggettività consapevole e auto-costruita. Hanno tutti lo stesso modello di cellulare, s’iscrivono agli stessi social networks (l’apoteosi della loro vita relazionale), e ascoltano tutti la stessa solfa, nessuno che dica ad un altro: «hai sentito questo?». E’ la radio, è la televisione, è MTV che decide per loro.

Perché l’industria discografica è in piena decadenza? Perché siamo ostaggio degli amici di Maria De Filippi, delle americanate mielose, paracule o fintamente cattive, delle fotocopie a buon mercato degli anni ’70, degli anni ’80 e degli anni ’90, magari messi tutti assieme, così si risparmia tempo? Perché a loro va bene così, anzi benissimo. Loro non chiedono niente di più perché fanno altro, e si accontentano di qualunque sottofondo. E pazienza se le scene vanno alla deriva, se il pop ha perso ogni dignità, se la roba migliore è sommersa e i musicisti con le palle devono morire di fame. Pazienza se l’alternativo è il tuo papà.

Manuel Agnelli ce l’aveva con quelli finti; questi qui non si prendono nemmeno la briga di fingere: almeno sono un po’ più onesti. La loro vuotezza è palese, è una specie di manifesto. Ma a me fa tristezza e rabbia, perché io ci sono passata: sono stata una specie di sorella minore per qualcuno, ero praticamente tabula rasa (non ancora elettrificata), ma ricordo che avevo sete e fame di imparare, di conoscere, di essere altro e ancora di più. Questi invece hanno capito tutto, sanno già tutto quello che devono sapere e, cosa peggiore di tutte, ne sono sazi. Un po’ vittime e un po’ carnefici di questi tempi, una cosa di sicuro non la sanno: quello che si perdono.

Io, per mio conto, mi sono persa senza dubbio un’altra occasione di farmi i fatti miei. Quello che è certo, è che se qualcuno mi darà torto  sarò persino felice di sapere che mi sbagliavo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Puoi usare i seguenti tag ed attributi HTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Completa la seguente equazione (anti-spam) * Time limit is exhausted. Please reload CAPTCHA.

Continuando la navigazione su questo sito web acconsenti all'utilizzo di cookies. Per maggiori informazioni consulta la Cookie Policy

The cookie settings on this website are set to "allow cookies" to give you the best browsing experience possible. If you continue to use this website without changing your cookie settings or you click "Accept" below then you are consenting to this.

Close

_<_ _R_