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Paolo Renosto aka Lesiman

Paolo Renosto è un’autorità dimenticata della musica colta e popolare italiana. Eclettico compositore, sperimentatore, ricercatore sonoro, docente, fine pianista e autore di testi, è tra i personaggi italiani che ha maggiormente contribuito (con la sua musica e la sua azione creativa) allo svecchiamento di stilemi accademici, all’emancipazione della musica pop nazionale e al dialogo tra due mondi spesso opposti: la conservazione della musica colta e la spensieratezza della musica leggera. Nei panni di compositore “serio”, inserito nel contesto della Nuova Consonanza (associazione di musicisti dediti alla promozione dell’avanguardia), rivoluzionò la musica orchestrale trasformandola in nuovo artigianato, assecondando (dall’alto e di fianco) il lavoro dei sonorizzatori e dei commentatori audiofili degli anni ’60 e ’70. Da collaboratore della RAI riuscì a inoculare il germe dell’avanguardia in trasmissioni radiofoniche e televisive con somma grazia, dirigendo orchestre e componendo musiche di grande personalità ed estro.

Nato a Firenze nel 1935, fu allievo di Luigi Dallapiccola, Roberto Lupi e Bruno Maderna, di cui fu discepolo e grande amico. Appassionato di ricerca estetica musicale e jazz, tentò di portare l’improvvisazione nella musica orchestrale, coniugandola alla dodecafonia e all’astrattismo. Riuscì presto a imporsi nello scenario internazionale grazie a ottimi lavori sinfonici tra i quali ricordiamo “Due Studi su C. Pavese” del 1958, per soprano e nove strumenti. Negli anni ’60 affiancò alla ricerca sinfonica lavori corali, cameristici e soprattutto teatrali. Nel ’68 concepì “Forma op.7”, una composizione per grande orchestra dove la lezione di Maderna è trasfigurata in un avanguardistico studio strutturalista, quasi puntinista. Si avvicina a Cage, insomma, ma mantenendo forte l’aspetto ludico e oggettualistico della musica. Sono gli anni dell’abbandono della dodecafonia e dell’ortodossia artistiche. Renosto decise di buttarsi corpo e anima nella sperimentazione cromatica. Spogliandosi della propria cultura accademica (o post-accademica), il pianista volle, in effetti, confrontarsi con diverse musiche di cui era solamente amatore o curioso spettatore. Compose movimenti profondi, acuti e pervasivi, spesso prendendosi in giro e giocando con se stesso e tutta la tradizione dei suoi studi. Puntando in alto o in basso, anelando la perfezione o la semplicità.

La sua grande intuizione “classica” riguarda la libertà espressiva e compositiva di struttura… allora si chiamava l’alea, “musica aleatoria”, e significava in parole povere saper perdere il controllo, dirigere senza dirigere, o tenere la rotta verso il naufragio. I musicisti erano spronati alla libertà e insieme controllati dal direttore, che oltre a supervisionare il visibile e l’effettivo si metteva a controllarne l’emotività, la fantasia, la follia… Qualcosa di immensamente complicato. E di riuscito, in senso avanguardistico post-weberiano. È fuori strada chi pensa a un direttore assente o troppo permissivo. In “Andante Amoroso”, per voce femminile, nastro e alcuni strumenti del 1970, Renosto si aprì totalmente al teatro. La protagonista della piece è una psicolabile chiusa in manicomio che perde capacità cognitive e vede deteriorare la propria abilità linguistica. Così man mano che la composizione va avanti assistiamo alla dissoluzione del linguaggio canonico per ascoltare suoni analogici, animaleschi, senza senso. Il commento sentimentale è dato dal nastro che doppia “parole”, “suoni” e “rumori” secondo corrispondenze emotive. Affascinato dalle possibilità elettroniche e magnetiche, Renosto si mette a sperimentare gli apparecchi fonici e a manipolare le frequenze dei suoni “umani”. Così alla produzione squisitamente teatrale (“La Camera degli Sposi” del 1972, “L’Ombra di Banquo” del 1976, “Le Campanule” dell’1981), sempre attenta a temi importanti, esplorazioni analitiche e psicologiche, affiancò l’attività di ricerca di una nuova musica “aperta”, “neo-artigianale”.

I lavori di fine anni ’70 furono tutti all’insegna della modificazione sonora orchestrale, tramite nastri e filtri analogici, complessi e strumentisti variabili, del dialogo tra strumentazione classica e musica leggera. La sperimentazione è solo intenzionale perché in pratica i suoni si fanno sempre più nitidi e comunicativi. In Morricone c’è tanto Renosto per intenderci, e viceversa. Il compositore frequentò infatti anche il cinema sotto pseudonimo o collaborando dietro le quinte. In tale ambito, bisogna per forza di cose citare il cult horror del 1966 Un Angelo per Satana di Camillo Mastrocinque, Irene Irene di Peter Del Monte e La Lama nel Corpo di Hamilton. Si racconta di molte sue collaborazioni semi-anonime in colonne sonore storiche del western e del poliziesco all’italiana. Anzi, all’epoca si diceva che i suoi fossero i migliori movimenti sonori per inseguimenti cinematografici tra guardie e ladri. Sua anche la musica del programma televisivo A come Agricoltura. Ci furono poi molte collaborazioni con il mondo della canzone e del jazz. Interessante è ad esempio il sodalizio con il sassofonista jazz Francesco Santucci. Infine mirabile è stato il lavoro sempre sotto pseudonimo nell’ambito della library music e del pop sperimentale. Firmandosi Lesiman, Renosto scrisse pagine meravigliose di easy listening, criminal-jazz e musica d’atmosfera. Per la Vedette, nel corso degli anni ’70, furono registrati dischi che ancora oggi rappresentano la gioia assoluta per molti fan del b movie e appassionati di lounge music, mondo exotica e sound library. Si tratta della famosa serie “Here And Now”, con “Moto Centripeto” del 1973, e dei volumi intolati “High Tension”. Materiale rispolverato dalla ottima Easy Tempo nel 1998 in raccolte come “The Future Sound of Lesiman”. Bassi funky e atmosfere astratte, momenti dark e drammatici, soluzioni esotiche e derive soul creano un paesaggio sonoro unico e insuperato che fanno del grande compositore classico uno dei più coinvolgenti, divertenti e ammiccanti produttori di musica “facile” degli anni Settanta. Che facile, poi, è solo in apparenza. Il maestro seppe infatti dar vita a una musica fondamentalmente doppia… Una schizofrenia che trovo geniale, perfettamente riuscita ed estremamente pingue. Renosto fu un grande personaggio della musica italiana, morto prematuramente nel 1988 a Reggio Calabria, dove dirigeva con amore e grande stimolo il conservatorio locale. Gente così non deve essere dimenticata.

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