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Paesaggi Black Metal

La storia del black metal è un racconto dall’intreccio complicato, fanatizzabile o indecifrabile, in cui oggettività e obiettività critica agiscono come impossibili categorie d’interpretazione, pregiudizi aprioristici di deliberata condanna, fanatica idealizzazione o diretta e screditante assoluzione. La forte caratterizzazione del genere e la drammatica infamità estetica e contenutistica inseguita e giocata dai suoi protagonisti conduce, infatti, a un pregiudizio formale che contamina inesorabilmente ragioni ed esiti dell’intero e contraddittorio fenomeno. Ciononostante proveremo a tracciare una storia minima della scena, dagli esordi artici all’esplosione mondiale.

Il sottogenere nasce nel 1982 o giù di lì, quando gli inglesi Venom pubblicano il loro secondo album di studio, intitolato appunto “Black Metal”. Le loro suono riprende il primissimo thrash metal e la forma basilare del NWOBHM, esasperando modi e retoriche attraverso una pesantezza quasi hardcore, atmosfere dark e una magniloquenza ossessiva mutuata da certo hard rock di inizio anni ’70. Il brano che apre il disco, la title-track, inneggia a Tiamat (divinità primigenia babilonese), Adramelch (dio assiro del sole, associato nella Bibbia alle forze malefiche), Acheron (personificazione degli inferi nella mitologia greca) e a Baal (oscura divinità fenicia, più volte contrapposta dagli antichi Giudei alla positività di Dio), invocando l’inferno e l’estasi malefica attraverso la potenza della musica metal, o più esattamente del nuovo “metal fucking black” proposto dal gruppo. Il sound appare consapevolmente degenerato, annichilito con l’esasperazione esecutiva e la brutalità espressiva per puntare a un senso di deprimente angoscia che contamina e appesantisce il respiro e la dinamica musicale. Ed è proprio l’esasperazione, condotta ai suoi massimi termini, che distingue il genere dalle precedenti concettualizzazioni artistiche di matrice esoterico-satanica inseguite, in diversa maniera, da gruppi come Black Sabbath, Black Widow, Led Zeppelin e più tardi da Iron Maiden e Saxon. Il gioco è complicato e amplificato, vissuto con sinistra “serietà” e passione. Nei Venom nascono ed evolvono i germi di quell’estetica che sarà dogmatizzata negli anni a venire, come stile o controcultura, dai blacksters di tutto il mondo: la chitarra distorta e ribassata, suonata a “zanzara”, ovvero in continuo tremolo picking, fissa su tonalità cupe e ossessive, lontane da qualsiasi concessione melodica o più strettamente solistica; la voce rotta, ringhiata e urlata con furore più punk che metal, simile al latrato di Cerbero che ammonisce e spaventa i dannati dell’Inferno dantesco (nel black, appunto, non si parla di growl, che è una tecnica diaframmatica più usata dal death metal, ma di scream, ovvero di continue grida prodotte dalle false corde vocali, o autodistruttivamente dalle vere corde vocali, impostato su un registro tonale più alto e disperato); la batteria marziale e potente, percossa con doppio pedale su grancassa e con tempi blast beat (a raffica), ossia con piatto e cassa in battere e rullante in levare, o viceversa, senza pausa, né sincope; testi violentemente iconoclasti e spaventosi, folli e scandalosi, che esprimono una nuova, o più antica, sacralità non religiosa.

In Nord Europa, intanto, iniziano a suonare e produrre dischi nuove band dal suono black, affascinate da tematiche sataniche e da un immaginario oscuro, sempre più concentrate su sonorità malefiche, confuse e grezze e su atteggiamenti provocatori. In Svezia, i Bathory del polistrumentista Quorthon (padrini del viking metal, deriva scandinavo-epica del black classico) eseguono brani dalle ritmiche più dure e pesanti, ma molto rallentate rispetto alla media metal, come marce ritualizzate o ballate dilatate, rivolte alla produzione di atmosfere espressamente dis-sacrali. Il nome del gruppo viene appunto da Elisabetta Bathory, la contessa sanguinaria del Seicento, leggendaria serial killer ungherese, accusata di aver torturato e ucciso trecento ragazze, a fine esoterico, o per meglio dire sadico (la contessa pensava che il sangue delle vittime avesse il potere cosmetico di farle ringiovanire la pelle). È a questo gruppo che si deve la riflessione ideologica che collega il satanismo alla mitologia norrena e pre-cristiana e l’evoluzione dello stile canoro in screaming. Contemporaneamente, i Celtic Frost, in Svizzera, disvelano un metal tenebroso dove morbosità e ricerca avanguardistica s’intrecciano in un’estetica radicale che stigmatizza nella brutalità black l’espressione più diretta e nichilista dell’angosciosa libertà ideologica e critica degli anni ’80. Alla superficialità dell’hair rock e all’ipocrisia muscolare del metal americano e inglese, i Celtic Frost contrappongono una musica ortodossa, che assolutizza i toni e le pretese di coerenza artistica, impatto sonoro e volontà polemica, senza mediazione alcuna. Questa particolare intransigenza si collega, paradossalmente, allo spirito primitivo del punk, a quella particolare esigenza di rottura di ogni compromesso e di anarchismo concettuale, che nel ’77 si atteggiava a espressione assoluta di purezza artistica e creativa. Integrità che, lo stesso punk, disperse in breve tempo… Con il metal nero vengono urlate rabbia, frustrazioni, estraniazione e orgogliose dichiarazioni di misantropia. S’inneggia al caos e al pandemonio, al paganesimo, a un nuovo titanismo e al recupero dell’autenticità delle tradizioni medievali: si ricerca una libertà spirituale, un punto di rottura che possa trasformarsi in paradigma ideale (quindi ideologia) di riferimento morale e culturale per anime perse o pericolosamente innamorate dell’oscurità. Ci si rivolge alla potenza decadente della distruzione, alla morte, al fascino dell’abisso e alla magnificenza del nulla, immensa matrice creativa da cui tutto deriva e dove tutto finisce, ma in cui niente è ancora determinato o determinabile.

I danesi Marcyful Fate, partendo dall’estetica horror di Alice Cooper e Kiss, danno vita a un metal terrificante dalle tematiche epiche, filologicamente ossessionato da leggende pre-cristiane e medievali e dal satanismo di Crowley. Per sottolineare le loro fascinazioni esoteriche e occultistiche, si mostrano sul palco con volti dipinti e decorati con macabre croci e ombre di lineamenti cadaverici. È il primo esempio del face painting tipico del black: cerone bianco e ombre di correttore nero intorno agli occhi e sulla bocca, a simulare non la fisionomia di un panda, ma quella di un morto. Fondamentale per l’evoluzione del genere è anche il cantato di King Diamond, leader dei Marcyful Fate, sempre spiritato e decadente, gestito su contrasti di note stridule e gorgheggi profondi.

Sul finire degli anni ’80, nasce negli Stati Uniti il death metal, caratterizzato da strutture più nervose, potenti e articolate, da bruschi cambi di tempo, atmosfere ammalate e voce bassa in growling. Death, Possessed e Cannibal Corpes portano il genere a un buon successo di pubblico, dando il via a una fondamentale evoluzione della musica metal e a una serie di produttive contaminazioni con linguaggi vecchi e nuovi (come lo speed, il doom, l’epic, l’industrial, l’hc e l’avant). La nascita di questo nuovo sottogenere sembra almeno all’inizio fagocitare il black metal, piegandolo alla propria poetica più tecnica, muscolare e grind. Si chiude così quella che viene comunemente chiamata prima ondata del black metal. Ma la scintilla continua a covare il proprio mortifero incendio sotto la cenere, esasperandosi e incattivendosi nel buio claustrofobico e tracotante delle gelide notti scandinave. Il black metal riesce ad affascinare e, letteralmente, a intrigare, proprio attraverso il suo carattere oscuro e alla sua maledetta ambiguità, e più scompare, o si nasconde, dai canali ufficiali e dai palchi tradizionali del rock, più acquista valore ideologico ed espressivo, almeno per quelle psicologie insicure o nevrotiche, tipiche di un certo isolamento esistenziale o geografico. Sublimando nello sfogo musicale un disagio giovanile indice d’imbarazzo comportamentale, rifiuto della realtà esterna, divorzio dalla normalità e d’intolleranza sociale, il black viene innalzato a filosofia postmoderna basata sul rovesciamento etico, un idealismo estetico che contrappone alla positività relativa del “bene” comune e dei valori universalmente condivisi l’affrancamento mistico agito dall’oscurità e dal “male”. I blackster scandinavi interpretano nel concetto di crepuscolo e nell’ostentazione horror-nichilistica una possibilità di autenticità o di difesa dalla violenza della consuetudine e dell’artificialità. Così essi riaffermano la loro identità culturale schiacciata dalla storia dell’imperialismo spirituale e sociale cristiano e anglofono, rievocando i miti di una libertà pagana, fortemente radicata nel paesaggio incontaminato delle foreste artiche. Per questo una musica settaria, estrema, violentemente ideologizzata, brutale ed ermetica, riesce bene a tradurre la volontà di nichilismo agita e vissuta dalle nuove generazioni degli anni ’90, ormai disilluse rispetto a qualsiasi moda e a qualsiasi conato etico. Il black metal si fa portavoce d’istanze rivoluzionarie, in cui paganesimo e satanismo diventano espressioni radicali di protesta o di ricerca anticonformistica di verità, pessimismo diffuso, critica al progresso e alla globalizzazione dei costumi, fiera e ammalata misantropia, sempre più vicina a sensazioni razziste, xenofobe e isolazioniste.

mayemParecchie giovani band, poi conosciute e riconosciutesi nel collettivo The Black Metal Circle, organizzano a Osloun un gruppo semiclandestino di reietti, un circolo chiuso di adepti, dove far circolare la propria musica senza il supporto della discografia ufficiale e dove discutere e divinizzare un’ideologia mitica politicamente scorretta. Il locale in cui si sviluppa il fenomeno è l’Helvete, cioè “inferno”, un piccolo negozio di musica con palco e scantinato, dove tutta una nuova generazione di musicisti e appassionati si riunisce in nome del più puro e intransigente black metal. Ha così inizio, nella prima metà degli anni ’90, la cruenta e deviata seconda ondata del genere: il true norwegian black metal. Almeno all’inizio, non c’è alcuna volontà di diffondere la novità o di creare proselitismo. Gruppi come i Mayhem suonano un metal primitivo e brutale, pensato apposta per impressionare e scandalizzare, dunque allontanare chiunque, dal metallaro più avvezzo alla violenza sonora al fan dell’horror più smaliziato: non si era mai sentito o concepito nulla di così estremo e gli stessi gruppi black della generazione precedente storcono il naso, muovendo accuse stilistiche e criticando la scarsa abilità tecnica e il suono troppo indolente e angoscioso prodotto dalla band guidata da Øystein Aarseth, conosciuto anche come Euronymous. Ma è così che i  Mayhem si trasformano in una vera e propria band di culto, leggendaria sin dai primi demo, rara ed esclusiva sia per la sua radicalità estetica (soprattutto dopo l’arrivo del cantante Per “Dead” Yngve Ohlin), sia per le tirature limitatissime delle uscite discografiche. Si cerca di proteggere la musica da qualsiasi commercializzazione e di mantenere un approccio totalmente underground e, per questo, incontrollabile. Le uscite dei dischi, infatti, sono autoprodotte e i concerti rarissimi. Tutti i gruppi della scena (Thorns, Burzum, Fimbulwinter, Tulus…) cercano di chiudersi al mondo e di respingere l’uditorio, aggravando il peso morale o scenico delle loro esibizioni. Come in una sorta di rituale iniziatico, si sceglie di sottoporre l’ascoltatore a difficili prove di ascolto o visione, quasi volte a selezionare tra il pubblico, come possibili termini di ricezione, solo le menti più deviate, libere o macabre, ossia le meno impressionabili.

Ancora una volta è il satanismo, con tutta la sua carica sulfurea e grottesca, a fornire il fondamento di espressione e concettualizzazione nichilistica di partenza, come una ragione ideologica decadente a partire dalla quale segnare il proprio distacco dal comune o dal normale. Satana è l’antieroe sconfitto materialmente, ma mai domato spiritualmente, il simbolo più puro e resistente della libertà creativa dei reietti. Attraverso il diavolo viene riaffermato il mito della sfida metafisica contro l’autorità di Dio, il fascino di una potenza che appare maestosa e orgogliosa anche nella sconfitta e nella rovina della sua maledizione. Si contrappone il satanismo al cristianesimo, ai concetti di colpa, sacrificio e prudenza, che, secondo l’ideologia black, avevano corrotto l’originaria purezza dell’anima scandinava, positivamente pagana e libera, ancestralmente legata all’inesauribile energia tracotante della vita e della natura. Tali concezioni, sicuramente semplicistiche o dettate da un’incerta e ingenua lettura nietzscheana dell’esistenza, però, non possono essere liquidate con facile ironia o un pregiudiziale rifiuto teorico. Rappresentano, in qualche modo, una deriva autentica, o per meglio dire spontanea, di un malessere culturale, di cui questa musica minacciosa e lugubre si fa spavaldo veicolo artistico.

Le band protagoniste di questa seconda ondata appartengono soprattutto alla scena norvegese e sono legate in modo più o meno diretto all’Inner Circle dell’Helvete: i già citati Mayhem (autori della pietra miliare “De Mysteriis Dom Sathanas”, disco spiritato e avvelenato da una reale e scandalosa atmosfera di crudeltà e barbarie), i Darkthrone (più volte accusati di derive neo-naziste, responsabili dello sporchissimo e cattivissimo “Panzerfaust” del 1994), gli Ulver, i Tulus, gli Arcturus, i Gehenna, gli Emperor, gli Immortal, i Gorgoroth (responsabili nel 1994 dell’epocale e controverso “Pentagram”) e i Burzum. A Bergen i capofila sono gli Hedel Almighty e gli Acient… In Svezia esplode il fenomeno dei Dark Funeral, dei Marduk (campioni incontrastati di blasfemia e anticattolicesimo) e dei Dissection (black-death tecnico ed umorale). Quindi arrivano gli Abruptum di It: la prima band black a spingersi in territori noise e avant. In Finlandia gli eroi, invece, si chiamano Impaled Nazarene.

Il black metal prodotto in questi anni raggiunge il suo picco massimo di oscurità e ostinazione, sistemandosi poeticamente in direzioni sempre più glaciali e rigorose: si evita il più possibile la matrice blues (considerata come un’espressione lontana dal background scandinavo delle band) e si produce musica rigidamente concettuale, fedele a precisi dogmi di riconoscibilità: chitarra a zanzara, sonorità grezze, ferali (“raw”) e ridondanti, niente assoli, blast beat fisso, melodie monocordi, screaming disperato, minimalismo e bassa fedeltà produttiva. Le uniche concessioni sono rivolte verso sperimentazioni più sinfoniche, ispirate alla drammaticità wagneriana e al lirismo dello Strauss di Also Sprach Zarathustra e quindi all’uso di tastiere, synth o di strumenti ad arco. Per il resto, prendono vita piccole faide tra le band che si accusano vicendevolmente di non essere abbastanza underground o cattive, di tradire il vero spirito del black metal.

I ragazzi del Black Metal Circle di Oslo uniscono, poi, all’espressione musicale vari atti violenti e provocatori, che via via si trasformano in un crescendo di follia. È la disastrosa e sciagurata avventura dei “Signori del Caos”, origine della fine del movimento iniziale. In pratica, questi ragazzini adoratori di Satana e di borchie, forse annoiati dalla triste e monotona vita norvegese, organizzano scampagnate nei boschi con profanazioni di cimiteri e passano le serate a incendiare o distruggere vecchie chiese di legno (nel 1992 sono dieci gli incendi dolosi imputati a membri o fan di band black metal, nel 1993 si conta solo un episodio in Svezia, nel 1994 e nel 1995 la situazione si esaspera con attacchi a chiese, campus cristiani e monasteri in tutta la Scandinavia), alcune delle quali considerate monumenti storici d’interesse architettonico (come la chiesa di Fantoft).

In Norvegia cresce la paura rispetto al black metal, ai ragazzi vestiti di nero e truccati da cadaveri. Vengono messi all’indice i testi fortemente individualisti e infernali, spesso a sfondo nazista o violento, che inneggiano provocatoriamente a omicidi o distruzione di chiese. L’Inner Circle perde il suo carattere musicale per trasformarsi in una specie di organizzazione criminale o occulta. Si parla di NSBM (National Socialist Black Metal), neo-nazismo norvegese. Il primo episodio penale di risonanza mondiale è l’omicidio di Magne Andreassen, un gay dichiarato, per mano del batterista degli Emperor Bård Guldvik “Faust” Eithun.  Nell’agosto del 1993 il già citato Euronymous, chitarrista e fondatore dei Mayhem, nonché animatore e proprietario dell’Helvete, viene brutalmente ucciso a coltellate da Count Grishnackh (al secolo Varg Vikernes) polistrumentista dei Burzum, allora anche bassista dei Mayhem. La lite scoppia tra i due musicisti per ragioni ancora oggi oscure. Si parla di questioni economiche o, più romanticamente, di questioni ideologiche: Vikernes (esponente di spicco della frangia più violenta e fanatica del neo-nazismo black norvegese) accusa Aarseth di essere un venduto e di non rispettare la vera filosofia black. Nel 1991, Euronymous, infatti, dopo il suicidio del suo compagno di band Yngve Ohlin (che giustamente si faceva chiamare Dead) era diventato leader incontrastato del gruppo, introducendo alcune tematiche di stampo marxista nei testi e mostrando un atteggiamento etico più cauto o discografico, prendendo, ad esempio, le distanze dagli incendi dolosi prodotti dal circolo. Euronymous non prende bene queste accuse e controbatte argomenti per i quali si becca ventiquattro coltellate. Burzum, condannato a ventidue anni di carcere, sostiene ancora oggi di aver agito per legittima difesa. Pare, infatti, che il chitarrista volesse seviziarlo e riprendere con una telecamera la tortura, per ristabilire la sua supremazia sul movimento. Sembra un’assurdità, ma è pur vero che dopo il suicidio di Ohlin, Aarseth, scoprendo il cadavere del compagno di band in casa propria, decise di fotografarlo e di usare gli scatti come cover per l’album live bootleg “Dawn of the Black Hearts” e che appena un anno prima era stato condannato a quattro mesi di carcere per aver sfregiato con una bottiglia rotta due giovani, rei di aver guardato la sua ragazza alla fermata dell’autobus. Parliamo di personaggi esaltati e invasati dal proprio ruolo e dal proprio assurdo immaginario di “malvagità”, confusi e illusi oltre ogni limite di decenza, vittime di un vano delirio di onnipotenza. Tanta insensata violenza conduce il black metal dell’Inner Circle alla sua miserevole fine. Ne conseguono, infatti, una sovraesposizione mediatica e una condanna sociale che trasformano il fenomeno in volgare e superficiale moda giovanile: tutto ciò che il black aveva sempre evitato di rappresentare. Nascono migliaia di band in tutto il mondo, naturalmente mitigate da un approccio più commerciale o da un’ispirazione meno iconoclasta… e quelli che erano seguaci di un movimento si trasformano in fan. Nella seconda metà degli anni ’90 spopolano i gruppi di black metal sinfonico e black metal melodico, come i Diabolical Masquerade, i Satyricon, i Graveworm, i Cradle Of Filth e i Dimmu Borgin (band che incarneranno il paradosso di produzioni major, tour internazionali e trasmissioni su MTV, trasformando l’ideale underground del genere in innocuo shock rock da classifica).

Intanto Burzum, il conte incarcerato, diventa una vera e propria figura di culto mondiale. Beneficiando dei miti regolamenti carcerari norvegesi, prosegue la sua avventura discografica, producendo nuovi album con una chitarra e una tastiera (“Dauði Baldrs” del 1997, “Hlioskjàlf” del 1999). I brani, ancora influenzati da ideologia nazista e naturalismo pagano, scelgono però una direzione quasi ambient (probabilmente molto dettata dalla strumentazione tecnica disponibile in cella), dando vita al filone dello spiritual black metal. Se da un lato il suo ego sembra fossilizzarsi in un delirio narcisistico e paranoico, la sua musica riesce a veicolare una tensione espressiva più matura e interessante, vagamente mistica. Le sue derive minimaliste e folk, infatti, dipingono paesaggi musicali sempre più oscuri e misteriosi, ipnotici e autoctoni, che conservano originale valore musicale in prospettiva atmosferica (dark) ed etnica (folk-viking). Il black continua in qualche modo la propria storia discografica, emancipandosi dal suo carattere primigenio: è la fase delle contaminazioni e delle sperimentazioni, che lo trasformano in business, in costola estrema del mercato heavy. Si va dal black sinfonico (Anorexia Nervosa, Dimmu Borgin, Satyricon), al più estremo e sperimentale black/noise (Sun Of Nothing, Alpha Drone, Murmuure, Striborg, Hammemit), dalle divagazioni industriali e avveniristiche alla riproposizione degli stilemi classici del genere (gli italiani Spite Extreme Wing e i violentissimi Ravensblood), dal gothic black metal (ben rappresentato dai portoghesi Moonspell) al depressive black metal (Norrt, Shining, Abruptum), dal black elettronico (Limbonic Art e Mortiis, ex bassista degli Emperor, che si presenta in pubblico truccato da ridicolo elfo nero) a quello più folk e ambientale (Xasthur, Falkenbach, Hail, Procer Veneficus e gli ucraini Nokturnal Mortum). Più intransigenti e coerenti si dimostrano le correnti del blackned death metal, del blackned doom e del già citato spiritual black metal. C’è poi anche spazio per il black a tematica cristiana, il cosiddetto unblack metal, e via degenerando, fino al delirio NSBM (black a contenuto esplicitamente nazista). Tutta roba carina e tranquilla, insomma.

Francia e Stati Uniti diventano le nuove patrie del genere, che perpetua la sua tragica avventura mistico-rivoluzionaria fino ai giorni nostri. Si perde però quell’unicità e quella caratterizzazione estrema che aveva fatto del black metal un grande fenomeno underground, puro e idealisticamente incontaminato, come un impenetrabile e ostile bosco norvegese. Un genere? Non proprio, meglio parlare di atteggiamento, stile subculturale dal suono più vario di quanto il dogma avesse previsto. E allora addio black e addio Novecento, addio a quell’età, ingenua o romantica, delle passioni ideologiche e anti-ideologiche: nulla ha più il fascino e non esiste il coraggio necessario per dare vita a movimenti e controculture. Si teme il ridicolo o ci si annoia dopo cinque minuti. Meglio sentirsi liberi e distaccati. Meglio essere fruitori esterni, maturi e protetti. Meglio che il black metal sia solo una sezione, tra le tante, di musica heavy. Come dire, “il metal si esprime in varie forme”… ma ecco a voi un’ottima guida all’estetica black metal…

Discografia essenziale

Venom – Black Metal, 1982 (Neat Records)

Barthory – Under the Sign of the Black Mark, 1987 (Black Mark Production)

Mayhem – De Mysteriis Dom Sathanas, 1994 (Deathlike Silence Productions)

Emperor – In the Nightside Eclipse , 1994 (Candlelight)

Satyricon – The Shadowthrone, 1994 (Moonfog)

Darkthrone – Panzerfaust, 1995 (Moonfog)

Immortal – Battles in the North, 1995 (Osmose)

Dissection – Storm of the Lights Bane, 1995 (Nuclear Blast)

Ulver – Nattens Madrigal – Aatte Hymne Til Ulven I Manden, 1996 (Country Media)

Limbonic Art – Moon in the Scorpio, 1996 (Nocturnal Art Production)

Abruptum – Vi Sonus Beris Nigrae Militiae, 1996 (Full Moon Productions)

Burzum – Filosofem, 1996 (Misanthropy Records/Cymophan)

Burzum – Hliðskjálf, 1999 (Misanthropy Records/Cymophan)

Carpathian Forest – Morbid Fascination of Death, 2001 (Avatgarde Music)

Arcturus – The Sham Mirrors, 2002 (The End Records)

Leviathan – The Tenth Sub Level of Suicide, 2003 (Moribund Records)

 

La storia del Black Metal è un racconto dall’intreccio complicato, fanatizzabile o indecifrabile, in cui oggettività e obiettività critica agiscono come impossibili categorie d’interpretazione, pregiudizi aprioristici di deliberata condanna o diretta e screditante assoluzione. La forte caratterizzazione del genere e la drammatica infamità estetica e contenutistica inseguita e giocata dai suoi protagonisti conduce, infatti, a un pregiudizio formale che contamina inesorabilmente ragioni ed esiti del fenomeno. Il sottogenere nasce quando nel 1982 gli inglesi Venom pubblicano il loro secondo album di studio, intitolato appunto “Black Metal”. Le loro influenze musicali sono il Thrash Metal e la NWOBHM, esasperate attraverso una pesantezza quasi hardcore, atmosfere dark e la magniloquenza ossessiva mutuata da certo hard rock di inizio anni ’70. Il brano che apre il disco, la title track, inneggia a Tiamat (divinità primigenia babilonese), Adramelch (dio assiro del sole, associato nella Bibbia alle forze malefiche), Acheron (personificazione degli inferi nella mitologia greca) e a Baal (oscura divinità fenicia, più volte contrapposta dagli antichi Giudei alla positività di Dio), invocando l’inferno e l’estasi malefica attraverso la potenza della musica metal, del nuovo “metal fucking black” proposto dal gruppo. Il suono è annichilito e degenerato attraverso esasperazione esecutiva e brutalità espressiva, un senso di deprimente angoscia contamina e appesantisce il respiro musicale. Ed è proprio l’esasperazione, condotta ai suoi massimi termini, che distingue il genere dalle precedenti concettualizzazioni artistiche di matrice esoterico-satanica inseguite, in diversa maniera, da gruppi come Black Sabbath, Black Widow, Led Zeppelin e più tardi da Iron Maiden e Saxon. Il gioco è complicato e amplificato, vissuto con sinistra “serietà” e passione. Nei Venom ci sono molti germi di quell’estetica che sarà dogmatizzata negli anni a venire, come stile o controcultura, dai blacksters di tutto il mondo: la chitarra distorta e ribassata, suonata a “zanzara”, ovvero in continuo tremolo picking, concentrata su dinamiche cupe e ossessive, lontane da qualsiasi concessione melodica o più strettamente solistica; la voce rotta, ringhiata e urlata con furore più punk che metal, simile al latrato di Cerbero che ammonisce e spaventa i dannati dell’Inferno dantesco (nel Black, appunto, non si parla di “growl”, che è una tecnica diaframmatica più usata dal Death Metal, ma di “scream”, ovvero di continue grida prodotte dalle false corde vocali, o autodistruttivamente dalle vere corde vocali, impostato su un registro tonale più alto e disperato); la batteria marziale e potente, percossa con doppio pedale su grancassa e con tempi “blast beat” (a raffica), ovvero con piatto e cassa in battere e rullante in levare, o viceversa; testi violentemente iconoclasti e spaventosi, folli e scandalosi, attraverso cui esprimere una nuova, o più antica, sacralità non religiosa.

In Nord Europa, intanto, nascono nuove band dal suono black, affascinate da tematiche sataniche e da un immaginario oscuro, sempre più concentrate su sonorità malefiche, confuse e grezze. In Svezia, i Bathory del polistrumentista Quorthon (padrini del Viking Metal, deriva scandinavo-epica del black classico) suonano brani dalle ritmiche più dure e pesanti, ma molto rallentate, come se ritualizzate o rivolte alla produzione di atmosfere espressamente dis-sacrali. Il nome del gruppo viene appunto da Elisabetta Bathory, la contessa sanguinaria del 1600, leggendaria serial killer ungherese, accusata di aver torturato e ucciso trecento ragazze, a fine esoterico, o per meglio dire sadico (la contessa pensava che il sangue delle vittime avesse il potere cosmetico di farle ringiovanire la pelle). È a questo gruppo che si deve la riflessione ideologica che collega il satanismo alla mitologia norrena e pre-cristiana e l’evoluzione dello stile canoro in screaming. Intanto, i Celtic Frost, in Svizzera, disvelano un metal tenebroso dove morbosità e ricerca avanguardistica s’intrecciano in un’estetica estrema che stigmatizza nella brutalità black l’espressione più diretta e nichilista dell’angosciosa libertà ideologica e critica degli anni ’80. Alla superficialità dell’Hair Rock e all’ipocrisia del Metal americano e inglese i Celtic Frost contrappongono una musica ortodossa, che esaspera toni e coerenza artistica, impatto sonoro e attitudine polemica, senza mediazione alcuna. Questa particolare intransigenza si collega, paradossalmente, allo spirito primitivo del Punk, a quella particolare volontà di rottura di ogni compromesso e di anarchismo concettuale, che nel ’77 si atteggiava a espressione assoluta d’integrità artistica e creativa. Integrità che il tempo non seppe preservare o sviluppare. Con il metal nero vengono urlate rabbia, frustrazioni, estraniazione e orgogliose dichiarazioni di misantropia; s’inneggia al caos e al pandemonio, al paganesimo, a un nuovo titanismo e al recupero dell’autenticità delle tradizioni medievali: si ricerca una libertà spirituale, un punto di rottura che possa trasformarsi in prospettiva ideale di riferimento morale e culturale per anime perse o pericolosamente innamorate dell’oscurità. Ci si rivolge alla potenza decadente della distruzione, al fascino dell’abisso e alla magnificenza del nulla, immensa matrice creativa da cui tutto deriva, ma in cui niente è ancora determinato o determinabile.

I danesi Marcyful Fate, partendo dall’estetica horror di Alice Cooper e Kiss, danno vita a un Metal terrificante dalle tematiche epiche, filologicamente ossessionato da leggende pre-cristiane e medievali e dal satanismo di Crowley. Per sottolineare le loro fascinazioni esoteriche e occultistiche, si mostrano sul palco con volti dipinti e decorati con croci e ombre di lineamenti cadaverici. È il primo esempio del face painting tipico del Black Metal: cerone bianco e ombre di correttore nero intorno agli occhi e sulla bocca, a simulare non la fisionomia di un panda, ma quella di un morto. Fondamentale per l’evoluzione del genere è anche il cantato di King Diamond, leader dei Marcyful Fate, sempre spiritato e decadente, gestito su contrasti di note stridule e gorgheggi profondi.

Contemporaneamente, sul finire degli anni ’80, nasce negli Stati Uniti, il Death Metal, caratterizzato da strutture più nervose, potenti e articolate, da bruschi cambi di tempo, atmosfere ammalate e voce bassa in growling. Death, Possessed e Cannibal Corpes portano il genere a un buon successo, dando il via a una fondamentale evoluzione della musica Metal e a una serie di produttive contaminazioni con linguaggi vecchi e nuovi (come lo Speed, il Doom, l’Epic, l’Industrial e l’Avant). La nascita di questo nuovo sottogenere sembra almeno all’inizio fagocitare il Black Metal, piegandolo alla propria poetica più tecnica, muscolare e grind. Ha così fine quella che viene comunemente chiamata prima ondata del Black Metal. Ma la scintilla continua a covare il proprio mortifero incendio sotto la cenere, esasperandosi e incattivendosi nel buio claustrofobico e tracotante delle gelide notti scandinave. Il Black Metal riesce ad affascinare e, letteralmente, a intrigare, proprio attraverso il suo carattere oscuro e alla sua maledetta ambiguità e più scompare, o si nasconde, dai canali ufficiali e dai palchi tradizionali del rock, più acquista valore ideologico ed espressivo, almeno per quelle psicologie insicure o esasperate, tipiche di un certo isolamento esistenziale o geografico. Sublimando nello sfogo musicale un disagio giovanile indice d’imbarazzo comportamentale, rifiuto della realtà esterna, divorzio dalla normalità e d’intolleranza sociale, il Black Metal diventa una filosofia postmoderna di rovesciamento etico, che contrappone alla positività relativa del “bene” comune e dei valori universalmente condivisi l’affrancamento mistico agito dall’oscurità e dal “male”. I  blacksters scandinavi interpretano nel concetto di crepuscolo e nell’ostentazione horror-nichilistica una possibilità di autenticità o di difesa dalla violenza della consuetudine e dell’artificialità. Così essi riaffermano la loro identità culturale schiacciata dalla storia dall’imperialismo spirituale e sociale cristiano e anglofono, rievocando i miti di una libertà pagana, fortemente radicata nel paesaggio incontaminato delle foreste artiche. Per questo una musica settaria, estrema, violentemente ideologizzata, brutale ed ermetica, riesce bene a tradurre la volontà di nichilismo agita e vissuta dalle nuove generazioni degli anni ’90, ormai disilluse rispetto a qualsiasi moda e a qualsiasi ideale. Il Black Metal si fa portavoce d’istanze rivoluzionarie, in cui paganesimo e satanismo diventano espressioni radicali di protesta o di ricerca anticonformistica di verità, di pessimismo diffuso, di critica al progresso e alla globalizzazione dei costumi, di fiera e ammalata misantropia, sempre più vicina a sensazioni razziste, xenofobe e isolazioniste.

Parecchie giovani band, conosciute con il nome collettivo di “The Black Metal Circle”, danno vita a Oslo a un gruppo semiclandestino di reietti, a un circolo chiuso di adepti, dove far circolare la loro musica e la propria ideologia mitica. Il locale dove gravita il fenomeno è l’Helvete, cioè “inferno”, un piccolo negozio di musica con palco e scantinato, dove tutta una nuova generazione di musicisti e appassionati si riunisce in nome del più puro e intransigente Black Metal. Ha così inizio la cruenta e deviata seconda ondata del genere: il True Norwegian Black Metal. Almeno all’inizio, non c’è alcuna volontà di diffondere la novità o di creare proselitismo. Gruppi come i Mayehem suonano un metal primitivo e brutale, pensato apposta per impressionare chiunque, dal metallaro più avvezzo alla violenza sonora  al fan dell’horror più smaliziato: non si era mai sentito o concepito nulla di così estremo e gli stessi gruppi black della generazione precedente storcono il naso, muovendo accuse stilistiche e criticando la scarsa abilità tecnica e il suono troppo indolente e angoscioso prodotto dal gruppo. Ma è così che i  Mayhem si trasformano in una vera e propria band di culto, leggendaria sin dai primi demo, rara ed esclusiva sia per la sua radicalità estetica, sia per le tirature limitatissime delle uscite discografiche. Si cerca di proteggere la musica da qualsiasi commercializzazione e di mantenere un approccio totalmente underground e, per questo, incontrollabile. Le uscite dei dischi, infatti, sono autoprodotte e i concerti rarissimi. Tutti i gruppi della scena cercano di scandalizzare il più possibile, aggravando il peso morale o scenico delle loro esibizioni. Come in una sorta di rituale iniziatico, si sceglie di sottoporre l’ascoltatore a difficili prove di ascolto o visione, quasi volte a selezionare tra il pubblico, come possibili termini di ricezione, solo le menti più estreme, libere o macabre, ossia le meno impressionabili. Ancora una volta è il satanismo, con tutta la sua carica sulfurea e grottesca, a fornire il fondamento di espressione e concettualizzazione nichilistica di partenza, come una ragione ideologica decadente a partire dalla quale segnare il proprio distacco dal comune o dal normale. Satana è l’antieroe sconfitto materialmente, ma mai domato spiritualmente, il simbolo più puro e resistente della libertà creativa dei reietti. Attraverso il diavolo viene riaffermato il mito della sfida metafisica contro l’autorità di Dio, il fascino di una potenza che appare maestosa e orgogliosa anche nella sconfitta e nella rovina della sua maledizione. Si contrappone il satanismo al cristianesimo, ai concetti di colpa, sacrificio e prudenza, che, secondo l’ideologia black, avevano corrotto l’originaria purezza dell’anima scandinava, positivamente pagana e libera, ancestralmente legata all’inesauribile energia tracotante della vita e della natura. Tali concezioni, sicuramente semplicistiche o dettate da un’incerta e ingenua lettura nietzscheana dell’esistenza, però, non possono essere liquidate con facile ironia o un pregiudiziale rifiuto teorico. Rappresentano, in qualche modo, una deriva autentica, o per meglio dire spontanea, di un malessere culturale, di cui questa musica minacciosa e lugubre si fa spavaldo veicolo artistico. Le band protagoniste di questa seconda ondata appartengono soprattutto alla scena norvegese e sono legate in modo più o meno diretto all’Inner Circle dell’Helvete: i già citati Mayhem (autori della pietra miliare “De Mysteriis Dom Sathanas”, disco spiritato e avvelenato da una reale e scandalosa atmosfera di crudeltà e barbarie), i Darkthrone (più volte accusati di derive neo-naziste, responsabili dello sporchissimo e cattivissimo “Panzerfaust” del 1994), gli Ulver , i Gehenna, gli Emperor, gli Immortal e i Burzum. In Svezia esplode il fenomeno dei Dark Funeral, dei Marduk (campioni incontrastati di blasfemia e anticattolicesimo) e dei Dissection (black-death tecnico ed umorale). In Finlandia gli eroi, invece, si chiamano Impaled Nazarne. Il Black Metal prodotto in questi anni raggiunge il suo picco massimo di oscurità e ostinazione, sistemandosi poeticamente in direzioni sempre più glaciali e rigorose: si sceglie di evitare il più possibile la matrice blues (considerata come un’espressione lontana dal background scandinavo delle band) e di produrre musica rigidamente concettuale, fedele a precisi dogmi di riconoscibilità: chitarra a zanzara, sonorità grezze, ferali (“raw”) e ridondanti, niente assoli, blast beat, melodie monocordi, scraming disperato, minimalismo e bassa fedeltà produttiva. Le uniche concessioni sono rivolte verso sperimentazioni più sinfoniche, ispirate alla drammaticità wagneriana e al lirismo dello Strauss di “Also Sprach Zarathustra” e quindi all’uso di tastiere, synth o di strumenti ad arco. Per il resto, prendono vita piccole faide tra le band che si accusano vicendevolmente di non essere abbastanza underground o cattive, di tradire il vero spirito del Black Metal.

I ragazzi del Black Metal Circle di Oslo uniscono, poi, all’espressione musicale vari atti violenti e provocatori, che via via si trasformano in un crescendo di follia. È la disastrosa e sciagurata avventura dei “Signori del Caos”, origine della fine del movimento iniziale. In pratica, questi ragazzini adoratori di Satana e di borchie, forse annoiati dalla triste e monotona vita norvegese, organizzano scampagnate nei boschi con profanazioni di cimiteri e passano le serate a incendiare o distruggere vecchie chiese di legno, alcune delle quali considerate monumenti storici d’interesse architettonico (come la chiesa di Fantoft). In Norvegia cresce la paura rispetto al Black Metal, ai ragazzi vestiti di nero e truccati da cadaveri. Vengono messi all’indice i testi fortemente individualisti e infernali, spesso a sfondo nazista o violento, che inneggiano provocatoriamente a omicidi o distruzione di chiese. L’Inner Circle perde il suo carattere musicale per trasformarsi un una specie di organizzazione criminale o occulta. Si parla di NSBM (National Socialist Black Metal), neo-nazismo norvegese. Nell’agosto del 1993 Euronymous (al secolo Oystein Aarseth), chitarrista e fondatore dei Mayhem, nonché animatore e proprietario dell’Helvete, viene brutalmente ucciso a coltellate da Count Grishnackh (al secolo Varg Vikernes) polistrumentista dei Burzum, allora anche bassista dei Mayhem. La lite scoppia tra i due musicisti per ragioni ancora oggi oscure. Si parla di questioni economiche o più romanticamente di questioni ideologiche: Vikernes (esponente di spicco della frangia più violenta e fanatica del neo-nazismo black norvegese) accusa Aarseth di essere un venduto e di non rispettare la vera filosofia black. Euronymous, infatti, dopo il suicidio del suo compagno di band Yngve Ohlin (che molto giustamente si faceva chiamare Dead) era diventato leader incontrastato del gruppo, introducendo alcune tematiche di stampo marxista nei testi e mostrando un atteggiamento etico più cauto o discografico, prendendo, ad esempio, le distanze dagli incendi dolosi prodotti dal circolo. Euronymous non prende bene queste accuse e controbatte argomenti per i quali si becca 24 coltellate. Burzum, condannato a 22 anni di carcere, sostiene ancora oggi di aver agito per legittima difesa. Pare, infatti, che il chitarrista volesse seviziarlo e riprendere con una telecamera la tortura, per ristabilire la sua supremazia sul movimento. Sembra un’assurdità, ma è pur vero che dopo il suicidio di Ohlin, Aarseth, scoprendo il cadavere del compagno di band in casa propria, decise di fotografarlo e di usare gli scatti come cover per l’album live bootleg “Dawn of the Black Hearts” e che appena un anno prima era stato condannato a 4 mesi di carcere per aver sfregiato con una bottiglia rotta due giovani, rei di aver guardato la sua ragazza alla fermata dell’autobus. Parliamo di personaggi esaltati e invasati dal proprio ruolo e dal proprio assurdo immaginario di “malvagità”, confusi e illusi oltre ogni limite di decenza, vittime di un vano delirio di onnipotenza. Tanta insensata violenza conduce il Black Metal dell’Inner Circle alla sua miserevole fine. Ne conseguono, infatti, una sovraesposizione mediatica e una condanna sociale che trasformano il fenomeno in macabra e superficiale moda giovanile: tutto ciò che il Black Metal aveva sempre evitato di rappresentare. Nascono migliaia di band in tutto il mondo, naturalmente mitigate da un approccio più commerciale o da un’ispirazione meno iconoclasta e quelli che erano seguaci di un movimento si trasformano in fan. Nella seconda metà degli anni ’90 spopolano i gruppi di Black Metal sinfonico e Black Metal melodico, come i Diabolicum Masquerade, i Satirycon, i Graveworm, i Cradle Of Filth e i Dimmu Borgin (band che incarneranno il paradosso di produzioni major, tour internazionali e trasmissioni su MTV, trasformando l’ideale underground del genere in innocuo shock rock da classifica).

Intanto Burzum, il conte incarcerato, diventa una vera e propria figura di culto mondiale. Beneficiando dei miti regolamenti carcerari norvegesi, prosegue la sua avventura discografica, producendo nuovi album con una chitarra e una tastiera (“Dauði Baldrs” del 1997, “Hlioskjàlf” del 1999). I brani ancora influenzati da ideologia nazista e naturalismo pagano, scelgono però una direzione quasi ambient (probabilmente molto dettata dalla strumentazione tecnica disponibile in cella), dando vita al filone dello Spiritual Black Metal. Se da un lato il suo ego sembra fossilizzarsi in un delirio narcisistico e paranoico, la sua musica riesce a veicolare una tensione espressiva più matura e interessante, vagamente mistica. Le sue derive minimaliste e folk, infatti, dipingono paesaggi musicali sempre più oscuri e misteriosi, ipnotici e autoctoni, che conservano originale valore musicale in prospettiva atmosferica (dark) ed etnica (folk-viking). Il Black Metal continua in qualche modo la propria storia discografica, emancipandosi dal suo carattere primigenio: è la fase delle contaminazioni e delle sperimentazioni, che lo trasformano in business, in costola estrema del mercato Heavy Metal. Si va dal Black sinfonico (Anorexia Nervosa, Dimmu Borgin, Satyricon), al più estremo e sperimentale Black/Noise (Sun Of Nothing, Alpha Drone, Murmuure, Striborg, Hammemit), dalle divagazioni industriali e avveniristiche alla riproposizione degli stilemi classici del genere (gli italiani Spite Extreme Wing), dal Gothic Black Metal (ben rappresentato dai portoghesi Moonspell) al Depressive Black Metal (Norrt, Shining, Abruptum), dal Black elettronico (Limbonic Art e Mortiis, ex bassista degli Emperor, che si presenta in pubblico truccato da ridicolo elfo nero) a quello più folk e ambientale (Xasthur, Falkenbach, Hail, Procer Veneficus e gli ucraini Nokturnal Mortum). Più intransigenti e coerenti si dimostrano le correnti del Blackned Death Metal e del già citato Spiritual Black Metal. C’è poi anche spazio per il Black a tematica cristiana, il cosiddetto Unblack Metal, e via degenerando. Francia e Stati Uniti diventano le nuove patrie del genere, che perpetua la sua tragica avventura mistico-rivoluzionaria fino ai giorni nostri. Si perde però quell’unicità e quella caratterizzazione estrema che aveva fatto del Black Metal un grande fenomeno underground, puro e idealisticamente incontaminato, come un impenetrabile e ostile bosco norvegese. E allora addio Black Metal e addio Novecento, perché è ormai tramontata l’era, ingenua o romantica, delle passioni ideologiche e anti-ideologiche: nulla ha più il fascino e non esiste il coraggio necessario per dare vita a movimenti e controculture. Si teme il ridicolo o ci si annoia dopo 5 minuti. Meglio sentirsi liberi e distaccati. Meglio essere fruitori esterni, maturi e protetti. Meglio che il Black Metal sia solo una sezione, tra le tante, di musica heavy. Come dire, “il metal si esprime in varie forme”… ma ecco a voi un’ottima guida all’estetica Black Metal…

Discografia essenziale

Venom – “Black Metal”, 1982 (Neat Records)

Barthory – “Under the Sign of the Black Mark”, 1987 (Black Mark Production)

Mayhem – “De Mysteriis Dom Sathanas”, 1994 (Deathlike Silence Productions)

Emperor – “In the Nightside Eclipse” , 1994 (Candlelight)

Satyricon – “The Shadowthrone”, 1994 (Moonfog)

Darkthrone – “Panzerfaust”, 1995 (Moonfog)

Immortal – “Battles in the North” – 1995 (Osmose)

DissectionStorm Of The Lights Bane”1995 (Nuclear Blast)

Ulver – “Nattens Madrigal – Aatte Hymne Til Ulven I Manden” – 1996 (Country Media)

Limbonic Art – “Moon In The Scorpio” – 1996 (Nocturnal Art Production)

Abruptum – “Vi Sonus Veris Nigrae Malitiae” – 1996 (Full Moon Productions)

Burzum – “Filosofem”, 1996 (Misanthropy Records/Cymophan)

Burzum – “Hliðskjálf” – 1999 (Misanthropy Records/Cymophan)

Carpathian Forest – “Morbid Fascination Of Death” – 2001 (Avatgarde Music)

Arcturus –“ The Sham Mirrors” – 2002 (The End Records)

Leviathan – “The Tenth Sub Level of Suicide” – 2003 (Moribund Records)

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