Nu Guinea nel neapolitan will to power, l’immaginario musicale della nuova Napoli ad alta definizione

Da alcuni mesi la sigla Nu Guinea compare ripetutamente sulla mia home. Non in radio, nemmeno in giro. Mi raggiunge tramite tag indicizzati con post vari, con annessi saluti, pensieri stereotipati e dedichine malinconiche. Si tratta di un duo musicale che in passato ha giocato con la dance colta, l’afrobeat e il funk. Li avevo ascoltati live il 9 maggio, in apertura al concerto evento di Liberato. Tra il pubblico c’era già qualcuno che li indicava con aria saputa sospirando un “ma certo, i Nu Guinea… hanno omaggiato Tony Allen”. C’era chi millantava una conoscenza pedissequa delle loro vecchie sub-hit. Di lì a poco sarebbero usciti con un album d’effetto e di successo. Un dischetto dal titolo presuntuoso che rasenta la mezzora, poi sold out in tutte le sue versioni fuorché la digital. Titolo dell’opera: “Nuova Napoli”, in sette tracce.

La stampa non si è lasciata sfuggire l’occasione di dire la sua sull’iniziativa, sospinta da tutti gli appetibili riferimenti alla Città del Sole: e vai con il raccontino a partire da un caffè che sembra finalmente aver tranquillizzato tutti. Senza dubbio, i Nu Guinea hanno saputo confezionare un prodotto trapassato e attuale, ben calato nell’immaginario corrente – uditivo ed esperenziale – ipernostalgico e colto – che bagna Napoli. Una mezza furbata tra neapolitan power, fusion, dance contemporanea, idm e recupero cult di rare grooves partenopei (pre-neomelodia, Tonica & Dominante, crime-jazz da sceneggiata). Il target è quello dei trentenni orfani del lirismo dialettale delle posse e perversamente attratti dal kitsch del neomelodico, e degli splendidi quarantenni che rimpiangono the original and ancient Pino Daniele. E poi si acchiappano con comodo pure i ventenni già consumati dalla storia e liberati dal peso della coscienza diretta. Dopotutto, il tempo della nostalgia si coniuga all’infinito presente. Facciamo tutti a gara a chi rimpiange di più. Reifichiamo noi stessi nella condizione di un amarcord da rivivere sul momento… Tutti in una vecchia cartolina. Ricalibrata in alta definizione.

Il 19 settembre i nostri due amici sono stati chiamati ad animare l’ex ospedale militare dei Quartieri Spagnoli. Bella situazione, con il duo espanso in formazione al completo. NUOVA NAPOLI LIVE BAND.

La musica della nuova Napoli (il boss della situazione si chiama Massimo Di Lena) su disco e live offre un coacervo di sonorità andate in libero ritorno. Eco di anni passati in eco di riattualizzazione. Il passato sospeso e sempre presente si esprime nel minimalismo, facendo leva sul motore immobile della ripetitività delle frasi musicali. Così, la salda costruzione compositiva unita a una esperienza strumentale eterogenea ha aiutato il gruppo a farsi strada, a fare rumore tanto sui social quanto nei festival. La partecipazione di un certo numero di musicisti chiave nel definire un certo suono della Napoli che suona oggi vidima il prodotto del suo valore storiografico; un certo impiego dell’elettronica, a partire da un uso ricorsivo degli strumenti, ovatta la trama ed effetta la traccia al punto da diluire il sensi sonoro nel suo decorso temporale. Ne consegue una produzione decisamente in linea con le sonorità abituali della dance, con un po’ di fusion futuribile, con l’artigianato pseudo-funk anni ’70 della Napoli sotterranea (per la quale i collezionisti giapponesi impazziscono) e tanta maniera pop-hip-hop-trap-hi-tech, da godere a partire dalla propria riconoscibilità.

Torna di continuo il tema della necessità di una nuova Napoli in musica, come uno slogan elettorale, una misura governativa a misura di Sud, una sorta di eterno ritorno dell’antico nel modo di fare rèclame. Eppure, con Napoli, la stessa necessità di novità rifiuta per costituzione ogni forma di suono veramente nuova. E il vecchiume più banale si aut-opreserva come operazione di revisione e riedizione musicale. In ultima analisi, mi piacerebbe davvero poter contestualizzare questa roba nell’innovativo panorama di una città stancamente autopromossa a simbolo, tra identità e tradizione, come diciamo a Napoli, come facciamo a Napoli, come suoniamo a Napoli. La Nuova Napoli dei Nu Guinea, infatti, ha groove e melodia così come deve essere, ma poca, pochissima originalità poetica. A questo punto appare molto più interessante la compilation “Napoli Segreta Volume 1”, uscita su Early Sound e strettamente collegata all’universo dei Nu Guinea (quindi a Di Lena), dove suonano brani introvabili o quasi degli anni ’70 e ’80 partenopei, pezzi in bilico tra rock-jazz, funky, neomelodico e R&B. Con roba eccezionale, tipo “Gugliù” di Pino Amoruso o “Cicogna” di Tonica & Dominante. Ed è qua che c’è il senso. Nell’humus. Nel vero e puro sottobosco segreto. I Nu Guinea invece sono una radura. Se capite cosa intendo. E Napoli? Napoli è un deserto.

Autore dell'articolo: Antonio Mastrogiacomo

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