Musica turca, dal saz all’arabesk

Musica turca, dal saz all'arabeskLa mia passione per la musica turca nasce grazie un prezioso dischetto, paradossalmente prodotto in Francia nel 1972, intitolato “Oriental Sound” e accreditato a Chettini and The Turkish Trio. Un album che pensavo poco importante e storicizzabile e che invece pare essere oggetto del desiderio per molti collezionisti. Vale insomma un sacco di soldi… su ebay le poche copie in circolazione vengono quotate dai 150 euro ai 400. Il fatto strano è che, nonostante la produzione francese, tutte le copie esistenti sono disponibili in Turchia. Per questo c’è una giustificazione, ovviamente, che affronteremo più avanti. Ma al di là delle questioni storiche e del fattore economico, stimo questo disco come un elemento importante della mia collezione di Lp perché, per quanto mi riguarda, è un apice del sound turco contemporaneo. Anche se siamo in quel solito territorio chiamato exotica, dove lo pseudo jazz incontra gli arrangiamenti del funk e del soul elettrico, sporcandosi con gli umori della musica locale e tradizionale (world), secondo le dinamiche dell’emulazione provinciale, la qualità dei brani in questione è così alta e la personalità degli interpreti così evidente che diventa ingiusto catalogarlo come un episodio di musica minore. Le prove di Chettini e del The Turkish Trio prendeno infatti il via dalla fusion turca, che va rispettata come un’espressione estetica storicamente e poeticamente degna, e ammantano le loro intuizioni con originali colori psichedelici e riadattamenti in chiave anatolica di tempi folk, funk e, come suggerisce il titolo, soul.

Bisogna partire da un luogo comune: la Turchia, data la sua posizione geografica e la sua storia, è stata sempre un crocevia di culture. L’orgogliosa, misteriosa e affascinante Istanbul, l’antica Bisanzio, è stata capitale dell’Impero Romano d’Oriente e dell’Impero Bizantino, ultimo baluardo della classicità e di resistenza alla cultura mediorientale, poi centro del Sublime Stato Ottomano. Città di scambi commerciali e di commistione etnica, dove influenza ittita, cappadociana, tracia, greca, semitica, persiana, ellenica, romana, qashqai, araba, selgiuchide, sunnita, slava, abcasa, tartara e turca si sono allacciate e scontrate con particolare vivacità. Non è semplicistico definirla come una metropoli metà europea e metà asiatica… Ancora oggi la città sembra vivere ed esprimersi intorno alla dicotomia e alla dialettica Occidente-Oriente. Certe volte la combinazione è fruttuosa e indolore, altre volte vengono a galla le frizioni, i dolorosi contrasti e le contraddizioni. Ma è così da sempre, e i turchi non possono sottrarsi a questa natura ambigua: nascono lacertati, divisi tra Est e Ovest, e il loro ruolo è proprio quello di incarnare, gestire, tale doppiezza.

I Turchi (uso la lettera maiuscola per indicare la famiglia storica) erano una popolazione di stirpe mongolica proveniente dalla Siberia che, non si sa precisamente come, intorno all’anno 1000 presero il potere in Anatolia sconfiggendo il califfo selgiuchide. Probabilmente seguirono l’avanzata di Ghengis Khan, il mongolo, e si stabilirono in Medio Oriente convertendosi all’Islam. Dapprima lavorarono come mercenari al servizio dell’Impero selgiuchide e delle fazioni sunnite, poi si organizzarono militarmente e politicamente. Nel 1453 un turco, Maometto II detto il conquistatore, espugnò Costantinopoli mettendo fine alla storia dei Bizantini e chiudendo di fatto il Medioevo.

dervisciSicuramente influenzati dalla cultura persiana, così come dallo sciamanesimo dei popoli mongoli, durante la modernità, ovvero dopo il Seicento, i Turchi si aprirono religiosamente ed esteticamente a forme di espressione più mistiche ed esteriori rispetto a quelle tollerate o inseguite dalla cultura e dall’arte tipiche degli altri Paesi arabi. In pratica in Turchia si è sempre fatta musica, anche quando l’Islam ne vietava o limitava la pratica in quasi tutte le altre nazioni,

La musica popolare tipica della Turchia è il türkü, suonato con il saz, uno strumento a corda simile a un liuto dal manico lungo e dal suono dolce. Alla famiglia del saz appartengono altri cordofoni più piccoli o dall’accordatura più bassa. Tra questi la cura, la blagama, il divan e la tambara (che spesso viene confuso, per forma e suono, con un sitar indiano). La musica türkü può essere strumentale o cantata, spesso è associata a poesie, vecchie nenie tramandate attraverso i secoli sia di argomento sentimentale che politico. I suoni del genere sono di due fondamentali categorie: quelli armonici e quelli disarmonici, i primi volti al commento sonoro di racconti e testi lirici, mitologici e storici, i secondi legati alla danza e alle celebrazioni mistiche. Una di queste danze è lo zeybek in 9/4 che alterna parti meditative a sezioni di ritmo ossessivo. Tra gli altri strumenti tipici di questo stilema storico c’è il ney, un flauto in legno di origine iraniana usato anche dai dervisci nei loro riti ascetici e nei famosi balli vorticosi accompagnati dall’esicasmo “la ilaha illa llah” (non c’è altro Dio se non Allah), il kemenche, un arco in legno a una o tre corde, la zurna, uno strumento a fiato corto simile all’oboe, il kanun, un’arpa orizzontale (a tavolo) a settantanove toni, e il kaval, un flauto traverso conosciuto anche nel mondo slavo. Di origine persiana è il tar, un liuto a manico lungo adoperato nei riti religiosi o sociali a sfondo psichedelico, che per la sua versatilità melodica ha molto spazio nella musica folk turca moderna. Gli interpreti turchi più conosciuti da turisti e dagli amanti della world music sono gli asiklar, cantori o stumentisti popolari che suonano musica ozan. L’artista che ha portato alla ribalta tale genere è Asik Veysel, un cantante-poeta, virtuoso della blagama e non vedente, morto nel 1973, da molti considerato come il più alto interprete della conservazione poetica turca. L’ozan contaminato dal folk occidentale si è trasformato poi in özgün, la tradizionale musica di protesta sociale il cui maggior rappresentante è Zulfu Livaneli.

Tornando ai dervisci, il cui nome deriva dall’antico persiano “dar wish”, che significa bussare alla porta per mendicare (come metafora della ricerca della verità), e al suono nostalgico e naturale del ney, bisognerebbe poi approfondire tutta l’estetica mistica, trascendente e devozionale del sema, la danza sacra, quindi le musiche, i canti (kafi), la poesia e i ritmi che diventano elementi costitutivi e accessori dei tipici balli rituali dal grande impatto catartico e psichedelico. Dal Seicento in poi il sema divenne una sistemazione classica del suono religioso turco e dall’insegnamento tasāwwuf. Uno strumento per annullarsi in Dio, che i dervisci hanno articolato fin dal dodicesimo secolo in poemi musicali e opere di strordinario valore culturale.

Lveysel-i-hatirladia musica classica ottomana espresse il massimo della propria forma nel şarkı, un componimento artistico in fasil semi improvvisati caratterizzati da droni, scale arabe e assoli ipnotici. La melodia tipica della canzone è il makam, note sostenute e vibrate, simili al raga indiano, su una struttura ritmica circolare chiamata usul. Esiste poi il kanto, una particolare commistione tra opera italiana e musica bizantino-turca, che ebbe particolare successo all’inizio del ‘900.

Tale breve introduzione illumina sulla ricchezza sostanziale della musica turca e sulle diverse influenze che essa ha subito da elementi bizantini, arabi, persiani e indiani. Nel ‘900, però, l’influenza maggiore per l’evoluzione del patrimonio artistico turco arrivò dall’Occidente. Nel secondo dopoguerra i turchi iniziarono a importare, più o meno sistematicamente, musica jazz e pop, europea e americana. I primi jazzisti turchi nacquero ascoltando la tromba di Armstrong e provando a riprodurne i suoni con gli strumenti tradizionali della cultura anatolica. Con la fine della dittatura politica di Atatürk e della Seconda Guerra Mondiale, la Turchia concluse infatti il processo di laicizzazione e occidentalizzazione iniziato negli anni ’20 del Novecento; il controllo della religione islamica sullo Stato diminuì e i giovani turchi si affacciarono fiduciosi alle novità della cultura popolare occidentale. Molto apprezzata dai cantanti dell’epoca era la musica leggera di Frank Sinatra. Infatti artisti come Erol Buyukburc e Ilham Gencer si misero a riproporre pari pari i temi di alcune hit americane sullo stile crooner (tipo Nat King Cole e Sinatra) dando vita a un pop anglofono ancora insicuro, ma venato di armonie sensuali di chiara impressione sentimentale coerenti con il patrimonio storico del türkü. Da qui, all’inizio anni ’60, si fece strada l’esigenza di un pop cantato in lingua nazionale, strutturalmente derivato dalla musica anglosassone ma armonicamente collegabile al kanto e al makam. Ed è così che grandi parolieri, come Sezen Cumhur Onal, si misero a scrivere per i musicisti di Istanbul e Ankara che volevano sperimentare le nuove sonorità americane, inglesi e francesi. Secondo le testimonianze dirette di critici e fan, il pop turco nasce con “Bak Bir Varmis, Bir Yokmus” di Ilham Gencer, che coverizza la hit del 1961 “C’est Ecrit Dans Le Ciel” di Bob Azzam.

Negli anni ’70 c’è il salto di qualità. Il pop anatolico raggiunse una precoce maturità formale e venne spinto oltre i confini nazionali grazie ad artisti di grande presa, soprattutto sul mercato balcanico, come l’affascinante Ajda Pekkan, famosissima in Turchia tanto da essere stata nominata cantante di Stato dal Governo di Ankara, e gli MFO (Mazhar-Fuat-Özkan), alfieri del pop-rock nazionale (i Bee Gees del Medio Oriente)… Tra tutti, a trionfare era la regina del pop turco: Sezen Aksu, esplosa a metà anni ’70 e dominatrice delle classifiche nazionali per oltre vent’anni. Al di là di tali esempi non proprio raffinati e creativi, la Turchia produsse in questi anni anche tanta musica d’avanguardia, contaminando i suoni mediorientali col folk britannico, il free jazz, il funk, il surf, il rock, il beat e la psichedelia. Il rock anatolico, infatti, è oggi riconosciuto come un genere a sé, un sound non troppo strutturato o maturo, ma comunque fortemente caratterizzato e apprezzato, ricco di interpreti talentuosi e di derive suggestive, che da un lato conservano la forte e inequivocabile impronta dell’umore mediorientale, dall’altro si aprono con passione a tutto ciò che è nuovo e provocatorio. I musicisti turchi degli anni ’60 e ’70 non rinunciarono mai a inserire nei suoni “nuovi” che avevano imparato a maneggiare tutte quelle atmosfere e quei contenuti che erano propri della loro tradizione e del loro istinto. La regola non scritta a cui sottendono tutti gli artisti del primo garage e del rock era cercare di conservare, rinforzare e vivificare, quindi non rivoluzionare, il senso del folklore attraverso le novità elettriche e controculturali che arrivavano da Londra e San Francisco. Per questo la stagione psichedelica turca (da metà anni ’60 ai primi ’80) è assai fiorente e assai riconoscibile: c’è un marchio di fabbrica che contraddistingue quasi tutte le produzioni dell’epoca, ossia il legame con la tradizione storica e melodica della nazione e l’uso di strumenti autoctoni. La contaminazione è naturale: l’incontro tra Est e Ovest non è forzato né superficiale, perché i turchi sperimentano a livello profondo ed esistenziale tale particolare stato di compresenza e opposizione.

Secondo un diffuso racconto, prima ancora dei The Beatles ad Ankara arrivò la musica dei The Shadows, e per questo la base comune di molte band turche sarebbe il surf. In realtà è più sensato pensare che il ritmo veloce e coinvolgente degli strumentali surf richiamasse sonorità più vicine alla sensibilità nazionale turca e si adattasse meglio ai contenuti melodici mediorientali. Tra le prime registrazioni prettamente beat ritroviamo qualche singolo degli L.S.D. Orkestrasi, nati nel 1967. Proseguirono su questa strada gli Haramiler, i Çığrışım e i Bunalim. Le cose più belle arrivarono però dopo il 1972. Basti pensare al lavoro di commistioni tra melodie sufi e suoni rock agito da Cem Karaca, l’ispiratore del rock progressivo nazionale, o al türkü elettrico della stella psych-pop Neşe Karaböcek. Con loro si muovevano tanti altri eroi minori del rock e della psichedelia anatolica, come lo sperimentatore Baris Manço, poi icona del movimento anatolian rock (inteso come sintesi formale di tradizione e gusto esterofilo), il genio psych Erkin Koray e (già chitarrista dei citati Bunalim, un power trio che si rifaceva a Hendrix), anche conosciuto come leader dei sabbathiani İlahi Morluk, i Mavi Isikla, Fikret Kizilok (chitarrista, virtuoso del saz e del sitar), Umut Adan e i psichedelici Mogollar, tutti testimoni e creatori di sintesi tra suono contemporaneo occidentale e antico orientale.

Mustafa Ozkent va invece considerato come il Morricone turco, un ispirato sperimentatore che mescolava con abilità elettronica, rock, musica da camera e lounge. Tra i personaggi storici segnaliamo pure Timur Selçuk, tastierista e cantautore esploso negli anni ’80, ma soprattutto Ersen, che suonò anche nei già citati Mogollar, poi con i Kardaslar e alla fine con i Dadaslar. Tutti questi artisti o quasi partivano dalle intuizioni di The Beatles, Rolling Stones, Led Zeppelin, Cream, Genesis e le piegano alle scale mediorientali musicando poesie, epiche tradizionali e proclami para-politici o sociali. Accanto all’anatolian rock intanto si faceva strada l’arabesk. Con la crisi economica molti abitanti dell’entroterra si spinsero a Istanbul e verso la costa portando con loro l’amore per la vecchia musica tradizionale turca. Ed è così che le coordinate occidentali vennero ancora una volta scalzate, o per meglio dire riequilibrate, dalla cultura orientale. Si strutturò un movimento folk, legato alla protesta sociale e politica, che diede voce ai ribelli, ai poveri e agli emarginati. Il padre del genere è il virtuoso della baglama Orhan Gencebay che compose brani folk ispirati alla cultura autoctona, ai contenuti lirici musulmani e ai classici della musica classica turca. Ciò non vuol dire che i cantori arabeschi non fossero aperti ai suoni fusion, a qualcosa di jazz, all’ambient e al country. Usavano categorie moderne per riprendere la poetica storica della tradizione popolare, come fece Bob Dylan in America dopotutto… Altri importanti esponenti dell’arabesk sono Ibrahim Tatlises e Muslum Gurses. Le donne sono grandi protagoniste dalla musica pop, folk, rock e sperimentale turca. Affascinante la musica (su baglama elettrificata) e la voce di Hülya Süer. In particolare il suo primissimo singolo “Şeker Oğlan” datato 1970.

 

Tra le interpreti di pop e musica popolare vanno citate la raffinata Gönül Yazar, Zehra Sabah, Sevim Deran e Kamuran Akkor, ma l’anima più creativa, ispirata e coraggiosa è quella della folksinger Selda (Selda Bağcan, una delle prime rocker donna e cantautrici di protesta a proprio agio tanto con la tradizione che con l’elettricità psichedelica), dotata di una bellissima voce e di un’ottima tecnica chitarristica, su baglama, chitarra acustica e mandolino. Ma a questo punto stiamo già parlando di un underground cosciente e culturalmente forte, quello del periodo anni ’80, quando il nuovo folk filo arabo divenne la musica più ascoltata in Turchia.

arabeskLa Turchia negli anni ’70 produsse moltissima musica contaminata di ambito jazz, rock e folk. I collezionisti fanno a gara per accaparrarsi album che scimmiottano i Rolling Stones, i Doors o i Black Sabbath, perdendosi in un mare di uscite sotterranee in cui è facile affondare. Per quanto riguarda la sterminata corrente psych turca (il cui disco migliore e più originale è forse “Elektronik Türküler” di Erkin Koray), bisogna considerare che la maggior parte degli artisti e dei movimenti musicali agirono nei confini limitanti di un’estetica di sintesi tra elementi occidentali e autoctoni riuscendo di rado a produrre contenuti veramente originali o semplicemente autonomi. Ciononostante la scena turca anni ’70 offre molte cose interessanti, diversi gioielli tra il kitsch e la rielaborazione del patrimonio tradizionale anatolico. Soprattutto in ambito jazz (spesso contaminato come nel caso della Aksu Orkestrası e di Emin Fındıkoğlu), prog-rock e di commento sonoro a film (il filone di B-movie turchi è davvero impressionante) c’è moltissimo da scoprire. Ma è anche impossibile, dunque, orientarsi tra le mille etichette (spesso fondate da turchi in Francia o in Olanda, per aggirare la censura del Governo turco e per non pagare eccessive tasse), tutte le compilation e gli innumerevoli gruppi di cultura alternativa attivi a Istanbul o Ankara tra i ’60 e gli ’80.

Nel 2005 è uscito un bel film documentario dedicato alla scena musicale di Istanbul dal titolo “Crossing the Bridge: The Sound of Istanbul“, che fa luce sul meglio dell’underground di Istanbul tra gli anni ’70 e ’80. Un documento divertente che propone artisti sconosciuti, ripercorre la storia di glorie del rock turco come Sezen Aksu e Orhan Gencebay, e mostra un ispirato Alexander Hacke (sperimentatore noise degli Einsturzende Neubauten, e responsabile della colonna sonora del film La sposa turca di Faith Akin, che è anche il regista del documentario) in giro per la città alla ricerca di band da registrare, come i Baba Zula, gruppo simbolo della nuova psichedelia turca. La compilation “Anatolia Rocks”, uscito per la Worldwind in Francia nel 2009 è fondamentale per iniziare a orientarsi nell’universo turco. Per quanto riguarda il sottogenere garage un buon documento è “Turkish Delights, Ultrarities from Beyond the Sea of Marmara”…

C’è tanto da ascoltare, ma nessuna delle produzioni famose (o quasi famose) dell’epoca, soprattutto in ambito fusion, riesce a tradurre tanta energia o esprimere tanta fantasia come l’Lp francese intitolato “Oriental Sound”, da cui siamo partiti. Un altro disco fondamentale per comprendere la vivacità culturale turca tra gli anni Sessanta e Settanta è “Bosporus Bridges – A Wide Selection of Turkish Jazz And Funk 1969-1978”, una bella compilation uscita per Twimo Records. Tornando a Chettini e al suo trio, qui siamo in contesto jazz, una metacategoria che spinge a una certa libertà ma anche a soluzioni di comodo che portano molti brani a suonare un po’ come pezzi di Carosone. Il resto è immaginifico. C’è tutto, dall’imitazione dell’hard soul anni ’60 al jazz elettrificato di Miles Davis, tutto fritto in olio turco. Su internet si trovano pochissime informazioni sul Turkish Trio. L’unico membro famoso è tale Çetin Bükey, un clarinettista attivo per tutti i ’60 e i primi ’70 in ambito jazz. Il disco conta otto tracce, tutte energiche e spumeggianti. Composizioni di contrasto, frizione e sintesi. Dicotomia continua e viva… in pieno stile turco.

(“Istanbul non porta la tristezza come una malattia temporanea, oppure un dolore di cui liberarsi, ma come una scelta.“, Orhan Pamuk, scrittore turco)

Autore dell'articolo: Giuseppe Franza

cose che mi piacciono: cocacola, nietzsche pre-crepuscolo degli idoli, sonic youth, goleador (alla cocacola), céline, mario bava, controriforma, hegel, le anime morte, penne staedtler permanent, giambattista basile, segnalazioni cinematografiche del centro cattolico, the stooges...

2 commenti su “Musica turca, dal saz all’arabesk

    Franza

    (17 maggio 2014 - 15:15)

    ciao Davide. Esiste un documentario recente intitolato Jazz in Turkey di Akyol, non dovrebbe essere difficile trovarlo su internet. Poi puoi cercare qualcosa del batterista Durul Gence che in campo jazz è uno degli artisti più longevi. Il problema è che della musica turca pop o filo-occidentale prima degli anni ’60 si sa poco. In contesto jazz, ma moderno, il disco migliore secondo me è la compilation Bosporus Bridges, A Wide Selection Of Turkish Jazz And Funk 1969-1978… Ma come vedi andiamo più in là con gli anni…

    Davide

    (12 maggio 2014 - 18:12)

    Salve, veramente interessante, mi interesserebbe conoscere, se esiste, la scena turca del jazz fine 40 e primi 50, se ha qualche formazione da segnalarmi.
    Saluti da Trieste

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Completa la seguente equazione (anti-spam) * Time limit is exhausted. Please reload CAPTCHA.