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L’ululato del vichingo Moondog

Louis Thomas HardinMe ne ero quasi dimenticato. Poi un lampo! Riascoltare “Bird’s Lament” di Moondog… L’ho fatto ed è stato come volevo, oltre ogni possibile forzatura morale o psicologica, quindi assurdo… E quando mai il reale rispetta le attese del desiderio? Quando l’immaginato riesce davvero a esprimere un concreto potere immaginifico? Succede raramente, in situazioni che potremmo definire di grazia. Ma le situazioni, cari miei, dipendono dalle persone. E allora c’è da concludere che questa qualità sta negli autori delle situazioni, in coloro che creano e coltivano, senza che voi lo sappiate, lo capiate, o ve ne accorgiate, un giardino di grazie. Auctor in latino, non a caso, significa proprio giardiniere, uno che fa crescere (auget) le cose, le sensazioni, i sentimenti. Moondog era un poeta, un inventore di strumenti, un compositore, un vignettista, un barbone. Un giardiniere di fragili germogli musicali e, quando voleva, creatore di magnifiche e sofisticate composizioni concettuali.

Amava travestirsi da vichingo. Immaginarsi in un mondo pieno di spiriti e divinità pagane. A tredici anni divenne cieco. Un incidente. A quel punto, la musica, che aveva già conosciuto come batterista autodidatta, divenne il codice di comunicazione, di codifica e decodifica, attraverso cui interagire con il mondo. Nacque in Kansas nel 1916, battezzato Louis Thomas Hardin. Passò l’infanzia in India, arricchendo la sua cultura con suggestioni indelebili e così lontane dalla sua storia. Tornato negli States, studiò la musica classica e il jazz, e nel 1940, si trasformò nel vichingo cieco della 6th Avenue di New York. Il nome d’arte lo mutuò dall’incontro con un cane che ululava contro la luna piena. Ne restò incantato e decise di farsi chiamare così: Moondog, il cane della luna. Sedeva all’incrocio con la 52° strada, suonando la sua musica concettualmente classica e minimale e distribuendo le sue poesie e gli spartiti delle sue composizioni. In testa aveva un elemetto da normanno, accanto ai piedi il piattino per raccogliere le elemosine. Diceva di sentirsi un europeo in esilio e di essere ispirato dalle divinità di Asgaros.

Non stava lì buttato per caso. Da quasi vent’anni, la cinquantaduesima era la strada del jazz, degli streap club, dell’eroina, degli hipster, dello swing e del be-bop. Molti musicisti divennero amici e ammiratori di Hardin, tra cui Charlie Parker. Si interessavano alla sua arte e alla sua rivoluzionaria teoria musicale. L’artista cieco stava concependo proprio in quegli anni un’originale fusione di musica contemporanea, folk, jazz, avanguardia, classica romantica e musica concreta (utilizzava i rumori d’ambiente e del traffico urbano come elementi funzionali per l’arrangiamento dei suoi brani, accordandosi al rumore della metropolitana e delle auto, alle sirene della polizia, alle campane delle chiese, sfruttandone la ritmica e il timbro dronico) sulla scia di Edgar Varèse e Charles Ives…

Nel 1954 un dj radiofonico iniziò a farsi chiamare Moondog. Hardin lo denunciò e vinse la causa, aiutato dal clarinettista Benny Goodman e dal grande direttore italiano Arturo Toscanini, che testimoniarono in suo favore, confermando la sua caratura artistica e il giudizio che egli non fosse solo un barbone sciroccato ma un vero e proprio compositore. Il direttore d’orchestra polacco Artur Rodzinski volle registrare la sua musica, raccogliendo singoli e lp che furono poi pubblicati da label specializzate nella musica jazz. Moondog, infatti, pur non sposando direttamente l’estetica jazz, studiava armonie non convenzionali, basate su ritmiche dispari, in qualche modo vicine alle sperimentazioni del free a venire. Inventò un tempo percussivo, chiamato snake time, con il quale mimava gli striscianti e torti movimenti dei rettili, dall’ispirazione tanto classica quanto primitivista. D’altra parte la sua musica era ancora fortemente caratterizzata in senso classico, vicina allo studio di Bach e della musica romantica. Le sue composizioni erano strutturate per quartetti d’archi o si sviluppavano come sinfonie. “Snaketimes Rhythm” e “Moondog’s Symphony” raccolgono le registrazioni del 1949 e del 1950, in cui la componente classica prevale sugli esperimenti concreti.

Moondog

Per comprendere il valore e la bellezza della sua musica di strada bisogna però ascoltare l’album “Moondog” (edito dalla Prestige, nel 1956). Si tratta di un disco arrangiato per piccoli ensemble di quattro o cinque persone al massimo, dove rumori d’ambiente e voci occasionali (passanti, ospiti, errori) intervengono come elementi chiave della partitura. In “Street Scene” registrò un assolo di batteria (dalla ritmica molto orientale) sovrapposto a rumori di fondo del traffico di Manhattan. Hardin stava giocando con la musica concreta, l’anti-folk e l’avanguardia, anticipando generi e soluzioni della musica colta europea e americana. L’album è composto da sonate pianistiche, recital poetici, musica da camera, esperimenti di cut-up, fusioni esotiche, drum suite dove si esprime un tecnicissimo studio di poliritmia, minimalismi infantili, filastrocche dadaiste e improvvisazioni pseudo-jazz. Stupefacenti i brani animalisti: in “Tree Trail” l’artista duetta con il canto degli uccelli, in “Frog Bog” si mette a imitare il verso delle rane e in “Big Cat” ruggisce come una tigre.

Ancora per la Prestige registrò altri album importanti e sperimentali come “More Moondog” (da cui Janis Joplin riprenderà la triste “All Is Loneliness”; recentemente cantata anche da Antony and The Johnsons) e “The Story of Moondog”, dove il compositore compì studi piuttosto rilevanti di commistione tra musica classica e world music, soprattutto indiana e cubana, concentrandosi su composizioni percussive (suonando batteria, bongos, maracas, trimbas in 1/4, 7/8, 5/4 e 7/4) e improvvisazioni pianistiche. Il bizzarro si mescola al serio e il colto al primitivo. Piccoli schizzi si alternano a potenti scritture da conservatorio.

Nel 1959, collaborò con l’attrice Julie Andrews (niente popo di meno che miss Mary Poppins, per intenderci), la quale recitò le sue poesie nell’album “Tell It Again” (dove Moondog suonava le percussioni e firmava tutte le musiche). Poi il musicologo Tony Schwartz lo inserì in una compilation che raccontava il suono delle strade di New York: Moondog incise una canzone per bambini insieme alla solita Andrews.

Negli anni seguenti compose soprattutto sinfonie, registrando attraverso sovraincisioni i suoi strumenti inventati (un’arpa triangolare detta Oo, una cetra elettrica e cose del genere), spesso da solo o aiutato da gruppi improvvisati di swing o piccolissime orchestre classiche, alle quali aggiungeva i suoi abbellimenti. La Columbia, raccolse poi tutti questi lavori nel monumentale “Moondog” del 1969. Un disco in cui i finissimi arrangiamenti applicati alle strutture minimali introducono a un’estetica postmoderna dove solennità classica e povertà logistica si incontrano in un’avanguardia ricca di spunti pop e di elementi fortemente sperimentali. L’album incuriosì molti artisti e molti addetti ai lavori, trasformando Moondog in un outsider di culto.

“Moondog II” (Columbia, 1971) fu un disco di madrigali, allestiti per canone rinascimentale con cori a sei o sette voci. Qui il vecchio vichingo mise in atto una fusione tra materiale sacro e solarità esotica, scrivendo per organo, clavicembalo, celesta e arpa.

Nel 1974 si trasferì in Germania, dove venne ospitato da una fan. Si concluse così la sua esperienza da barbone… Moondog si era spostato nel Paese che più amava culturalmente (per via dei suoi studi di musica classica) e folkloristicamente (per la sua passione vichinga e di mitologia nordica). Continuò a incidere dischi sperimentando ancora un linguaggio personale e assurdo in cui possano convivere musica classica, avanguardia, jazz, folk americano, scale orientali e ritmi caraibici. Un documento importante per questa fase è il doppio “The German Years 1977-1999”, stampato nel 2004 dalla Roof Music, in cui splendono le gemme “Bird’s Lament”, dedicata all’amico Charlie Parker, e l’onirica percussività di “Marimba Mondo”. Qui è contenuto molto del genio del compositore: le lunge suite jazzistiche, le composizioni da camera, i piccoli affreschi barocchi e le fragili canzoni minimaliste. Nel 1998 la sua musica è usata dai fratelli Cohen per la colonna sonora del film cult Il grande Lebowski. Un anno dopo Moondog morì ascendendo al paradiso dei freak… Un posto bellissimo dove i più grandi scoppiati del mondo, Skipe Spence, Glenn Gould, Syd Barrett, Giacinto Scelsi, Luciano Berio, Miles Davis ed Earle Brown suonano insieme, facendo un gran casino. Almeno io me lo immagino così.

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