L’ululato del vichingo Moondog
Me ne ero quasi dimenticato. Poi un lampo! Riascoltare “Bird’s Lament” di Moondog. L’ho fatto ed è stato come volevo. E quando mai il reale rispetta le attese del desiderio? Quando l’immaginato ha reale potere immaginifico, dico io. Questo succede molto raramente, in situazioni che potremmo definire di grazia. Ma le situazioni, cari miei, dipendono dalle persone. E allora c’è da concludere che questa qualità sta negli autori delle situazioni, in coloro che creano e coltivano, senza che voi lo sappiate, lo capiate, o ve ne accorgiate, un giardino di grazie. Auctor in latino, non a caso, significa proprio giardiniere, uno che fa crescere (auget) le cose, le sensazioni, i sentimenti. Moondog era un poeta, un inventore di strumenti, un compositore, un vignettista, un barbone. Un giardiniere di fragili fiori musicali e, quando voleva, creatore di magnifiche e sofisticate composizioni concettuali.
Amava travestirsi da vichingo. A tredici anni divenne cieco. Un incidente. A quel punto, la musica, di cui aveva già conosciuto la passione come batterista, divenne il codice di comunicazione, di codifica e decodifica, attraverso cui interagire con il mondo. Nacque in Kansas nel 1916, battezzato Louis Thomas Hardin. Passò l’infanzia in India, arricchendo la sua cultura con suggestioni indelebili e così lontane dalla sua storia. Tornato negli States, studiò la musica classica e il Jazz, e nel 1940, si trasformò nel vichingo cieco della 6th Avenue di New York. Il nome d’arte lo mutuò dalla visione di un cane scoperto a ululare contro la luna piena. Ne restò incantato e decise di farsi chiamare così: Moondog, il cane della luna. Sedeva all’incrocio con la 52° strada, suonando la sua musica concettualmente classica e minimale e distribuendo le sue poesie e gli spartiti delle sue composizioni. In testa aveva un elemetto vichingo, accanto ai piedi il piattino per raccogliere le elemosine. Diceva di sentirsi un europeo in esilio e di essere ispirato dalle divinità di Asgaros.
Da quasi vent’anni, la cinquantaduesima era la strada del Jazz, degli streap club, dell’eroina, dello Swing e del Be-bop. E molti musicisti divennero amici e ammiratori di Moondog, tra cui Charlie Parker, interessandosi alla sua arte e alla sua rivoluzionaria teoria musicale. L’artista cieco stava concependo proprio in quegli anni un’originale fusione di Contemporanea, Folk, Jazz, Avanguardia, classica romantica e musica concreta (utilizzava i rumori d’ambiente e del traffico urbano come elementi funzionali per l’arrangiamento dei suoi brani, accordandosi al rumore della metropolitana e delle auto, alle sirene della polizia, alle campane delle chiese e sfruttandone la ritmica).
Nel 1954 un dj radiofonico iniziò a farsi chiamare Moondog. Hardin lo denunciò e vinse la causa, aiutato dal clarinettista Benny Goodman e dal grande direttore italiano Arturo Toscanini, che testimoniarono in suo favore, confermando la sua caratura artistica e l’opinione che egli non fosse solo un barbone ma un vero e proprio compositore. Il direttore d’orchestra polacco Artur Rodzinski volle registrare la sua musica, raccogliendo singoli e Lp che furono poi pubblicati da label specializzate nella musica Jazz. Moondog, infatti, pur non sposando direttamente l’estetica Jazz, studiava armonie non convenzionali, basate su ritmiche dispari, in qualche modo vicine alle sperimentazioni del Free-Jazz a venire. Inventò un tempo percussivo, chiamato Snake time, con il quale mimava gli striscianti e torti movimenti dei rettili, dall’ispirazione tanto classica quanto primitivista. D’altra parte la sua musica era ancora fortemente caratterizzata in senso classico, vicina allo studio di Bach e della musica romantica. Le sue composizioni erano strutturate per quartetti d’archi o si sviluppavano come sinfonie. “Snaketimes Rhythm” e “Moondog’s Symphony” raccolgono le registrazioni del 1949 e del 1950, in cui la componente classica prevale sugli esperimenti concreti.
Per comprendere il valore e la bellezza della sua musica di strada bisogna però ascoltare l’album “Moondog” (edito dalla Prestige, nel 1956). Si tratta di un disco arrangiato per piccoli ensemble di quattro o cinque persone al massimo, dove rumori d’ambiente e voci occasionali (passanti, ospiti, errori) intervengono come elementi chiave della partitura. In “Street Scene” registra un assolo di batteria (dalla ritmica molto orientale) sovrapposto a rumori di fondo del traffico di Manhattan. Moondog stava giocando con la musica concreta, l’Anti-Folk e l’Avanguardia, anticipando generi e soluzioni della musica colta a venire. Il disco è composto da sonate pianistiche, recital poetici, musica da camera, esperimenti di cut-up, fusioni esotiche, drum suite dove si esprime un tecnicissimo studio di poliritmia, minimalismi infantili, filastrocche dadaiste e improvvisazioni pseudo-jazz. Stupefacenti i brani “animalisti”: in “Tree Trail” duetta con il canto degli uccelli, in “Frog Bog” si mette a imitare il verso delle rane e in “Big Cat” ruggisce come una tigre.
Ancora per la Prestige registra altri album importanti e sperimentali come “More Moondog” (da cui Janis Joplin riprenderà la triste “All Is Loneliness”; recentemente cantata anche da Antony and The Johnsons) e “The Story of Moondog”, dove l’artista compie studi di commistione tra musica classica e world music, soprattutto indiana e cubana, concentrandosi su composizioni percussive (suonando batteria, bongos, maracas, trimbas in 1/4, 7/8, 5/4 e 7/4) e improvvisazioni pianistiche. Il bizzarro si mescola al serio e il colto al primitivo. Piccoli schizzi si alternano a potenti scritture da conservatorio.
Nel 1959, collabora con l’attrice Julie Andrews (che è niente popo di meno che Mary Poppins), che recita le sue poesie nell’album “Tell It Again” (dove Moondog suona le percussioni e scrive tutte le musiche). Poi il musicologo Tony Schwartz lo inserì in una compilation che raccontava il suono delle strade di New York: Moondog incise una canzone per bambini insieme a Julie Andrews.
Negli anni seguenti compone soprattutto sinfonie, registrando attraverso sovraincisioni i suoi strumenti inventati (un’arpa triangolare detta “Oo”, una cetra elettrica e cose del genere), spesso da solo o aiutato da gruppi improvvisati di swing o piccolissime orchestre classiche, alle quali aggiungeva i suoi abbellimenti. La Columbia, raccoglie tutti questi lavori nel monumentale “Moondog” del 1969. Un disco in cui i finissimi arrangiamenti applicati alle strutture minimali introducono a un’estetica postmoderna dove solennità classica e povertà logistica si incontrano in un’avanguardia ricca di spunti pop e di elementi fortemente sperimentali. L’album incuriosisce molti artisti e molti addetti ai lavori, trasformando Moondog in un outsider di culto.
“Moondog II” (Columbia, 1971) è un disco di madrigali, allestiti per canone rinascimentale con cori a sei o sette voci. L’artista compie una fusione tra materiale sacro e solarità esotica, scrivendo per organo, clavicembalo, celesta e arpa.
Nel 1974 si trasferisce in Germania, dove viene ospitato da una fan. Finisce così la sua esperienza da barbone, ma inizia la sua vita nel paese che più ama culturalmente (per via dei suoi studi di musica classica) e folkloristicamente (per la sua passione vichinga e di mitologia nordica). Continua a incidere dischi sperimentando ancora un linguaggio personale e assurdo in cui possano convivere musica classica, Avanguardia, Jazz, Folk americano, scale orientali e ritmi caraibici. Un documento importante per questa fase è il doppio “The German Years 1977-1999”, stampato nel 2004 dalla Roof Music, in cui splendono le gemme “Bird’s Lament”, dedicata all’amico Charlie Parker, e l’onirica percussività di “Marimba Mondo”. Qui è contenuto molto del genio del compositore: le lunge suite jazzistiche, le composizioni da camera, i piccoli affreschi barocchi e le fragili canzoni minimaliste. Nel 1998 la sua musica è usata dai fratelli Cohen per la colonna sonora del film cult Il grande Lebowski. Un anno dopo Moondog muore ascendendo al paradiso dei freaks. Un posto bellissimo dove i più grandi scoppiati del mondo, Skipe Spence, Glenn Gould, Syd Barrett, Giacinto Scelsi, Luciano Berio, Miles Davis ed Earle Brown suonano insieme, facendo un gran casino. Almeno io me lo immagino così.









































