L’incredibile storia di Luigi Ciavarola: Essere Gigione

Il mio primo incontro con Gigione avvenne tramite epifania televisiva. Niente YouTube. L’apparizione giunse inaspettata e scandalosa, tradotta dalle frequenze medie di una rete privata regionale. Durante lo zapping serale, tra una televendita e un’altra, trovai finalmente qualcosa che valesse la pena guardare: un signore sulla cinquantina (forse di più), con la faccia cattiva obbligata a un costante sorriso di circostanza, che cantava e ballava brani pseudo-dance in napoletano, perso in uno stanzino vuoto, tipo ripostiglio. Le canzoni parlavano di un certo zio Nicola, di Padre Pio, di campagnole con le cosce di fuori, lecca-lecca, banane e gelatini. Tra una volgarità e una preghiera alla Madonna dell’Arco, l’artista incitava i propri fan a chiamare in diretta. E la gente chiamava, continuamente. “Gigione, sii tropp bell, cantami chella canzone sulla mulignana pe’ mio marito carcerato”, lo pregava una adorante Concettina da Casoria. E Gigione la accontentava, estendendo il proprio saluto a tutti i detenuti di Poggioreale. Io non ero come Concettina, non avevo parenti in galera, né una cultura neomelodica, eppure partecipavo con grande attenzione e commozione al momento. L’atmosfera tutto sommato casereccia, il calore con cui Gigione rispondeva agli affezionati telespettatori, i suoi movimenti pelvici, i suoi doppi sensi assai grevi e ovviamente i testi assurdi delle canzoni facevano sì che la trasmissione mi intrigasse quale fenomeno di estrema trivialità e ignota poetica popolare. Gigione toccava il cuore di Concettina col marito carcerato ma anche il mio, che all’epoca frequentavo il primo anno di liceo e mi credevo una specie di eroina alternativa con la testa piena di indie, elettronica oscura e vecchio grunge.

Con il passare degli anni, pur non capitando con la stessa frequenza sulla trasmissione gigionesca, ho avuto modo di conoscere meglio il catalogo del cantante campano – precisamente di Boscoreale. Le sue canzoni, come “Ti piace o’ biscott”, “O’ Mercedes” e l’evergreen “A’ Campagnola”, riecheggiavano spesso per strada, e talvolta venivano ripetute e storpiate da compagni di classe in parentesi goliardiche o durante le prime feste di diciotto anni, quando “O’ ball r’o cavall” (pezzo di Alberto Selli, ma chiaramente ispirato alla poetica del doppio senso di Gigione, e quindi riregistrato anche dal cantante boschese) riusciva a trovare spazio e a spiccare tra i balli latino-americani più in voga. In seguito, ho conosciuto anche chi mi ha fatto colmare una grande lacuna cinematografica, ossia la mancata visione del film Grazie Padre Pio, con Gigione e il figlio Jo Donatello.

Passavano gli anni, cambiavano le mode (al di qua e al di là del limite del mercato neomelodico), ma Gigione continuava a registrare le sue odi dedicate ai santi e ai papi, i suoi elogi alla fellatio, le canzoni-parodie con traduzione in napoletano di hit euro-dance. Il suo faccione, con i capelli tinti, il berretto e il sorriso stereotipato, compariva sui muri di molti paesi dell’Italia del Sud e del Centro (da Palermo a Perugia) per sponsorizzare il prossimo concerto alla sagra del cinghiale o della patata rossa. Una faccia immutabile, sempre la stessa posa, la stessa locandina, dagli anni ’90 fino a oggi.

Come è capitato a me, Gigione è capitato a tutti. Era lì, senza esserci. Costantemente presente sugli schermi – prima televisivi e poi di tutti gli altri dispositivi – e continuamente sfuggente. Un volto senza età, senza storia. Un fenomeno per il popolino? Certo, ma non solo. Chiunque abbia visto o sentito almeno una volta nella vita Gigione sarà rimasto affascinato dal personaggio. Tutti, credo, hanno sviluppato una curiosità sull’uomo, sulla storia e sulle ragioni di un fenomeno del genere. Com’è nata la sua stella? In che modo si è sviluppata e poi sistemata la sua schizofrenica e triviale poetica che tiene insieme Papa Francesco, masturbazione, Frosinone in Serie A e carcioffole? Più di cinquant’anni di carriera. Centinaia di canzoni. Migliaia di concerti. Infiniti doppi sensi. Nessuno però ha mai capito chi è davvero Gigione. Nessuno è stato in grado di pesare il suo senso di moralità e di intelligenza, di capire la cifra finale del personaggio. E come si fa? Quella faccia ti fa immaginare tutto e il contrario di tutto. Gigione potrebbe essere un ironico e cinico cantore delle bassezze provinciali o un serissimo e grezzissimo interprete di disgusto. Forse il problema non riguarda neppure l’uomo. La ricerca dovrebbe insistere sull’essere e non sull’esistenza. Una questione antropologica e filosofica. Ed è per questo che ha senso che qualcuno si sia preoccupato di girare un docu-film sul personaggio. Il responsabile di questo lavoro è il regista beneventano Valerio Vestoso, giunto sul grande schermo dopo numerose altre esperienze acclamate dalla critica.

La storia antecedente al film è ormai già nota: Vestoso ha corteggiato Gigione per circa un anno – quest’ultimo, dopo essersi accertato di chi fosse il regista, ha finalmente accettato. Il Consiglio dei Ministri ha valutato l’opera come culturalmente rilevante e meritevole, quindi l’ha sovvenzionata. Il pubblico di Gigione ha appreso la notizia e ha cominciato ad attendere con curiosità la messa in onda del lavoro.

Così, il 18 gennaio 2018, si è arrivati alle prime del film, cui Gigione e Vestoso hanno presenziato con orgoglio e un pizzico di sorpresa. Dopo Napoli, infatti, i due – con Jo Donatello – hanno proseguito verso gli altri cinema campani e nazionali per incontrare centinaia di fan e giornalisti. A Napoli c’ero anche io, e per la prima volta ho visto Gigione dal vivo. Prima della proiezione, Gigione è stato disponibile a scattare foto e scambiare qualche parola con tutti coloro che gli si sono avvicinati: tutti i dischi registrati, i concerti e i film non gli hanno fatto venire la febbre da rockstar da cui sono presi tanti altri, compreso ragazzini che hanno suonato giusto un paio di volte nel pub della propria città. Quest’ultima mia considerazione potrebbe suonare un po’ scontata e illusa, ma la disponibilità e la semplicità di Gigione mi hanno davvero colpito, a prescindere da tutto il resto.

Il docu-film Essere Gigione – L’incredibile storia di Luigi Ciavarola parte con la stridente alternanza di frammenti live di Gigione con quadri neri musicalmente caratterizzati da pianismi d’atmosfera (su cui scorrono, presuntuosi ed estetizzanti,  i primi titoli). Poi arrivano le inquadrature di un acquario che forse intendono richiamare la varietà di persone ammaliate o coinvolte dalla storia del cantante: tutti lo conoscono, tutti sanno o credono di sapere di cosa stiamo parlando. Il messaggio è che Gigione è apprezzato da tutti o quasi: dalla teppa alle famiglie, dai trogloditi ai ragazzi alla moda, e un po’ anche dagli intellettuali. A Gigione, invece, discorsi del genere non sono mai interessati. Nel corso del documentario ripete più volte (parlando alla terza persona) che la musica di Gigione è fatta per il popolo. Un popolo che non coincide con la povertà o la classe sociale disagiata, ma che si riconosce dalla genuinità e dall’amore con cui partecipa alle sue performance. Da qui, mi concedo un pensiero personale sulla differenza che separa davvero il popolo dagli intellettuali, che Vestoso include tra gli estimatori di Gigione: il popolo ha più dignità come pubblico e ha maggiore diritto di apprezzare Gigione, perché riesce a spogliarsi della necessità di ricercare o costruirsi sempre e comunque un filtro di estetizzazione e perché sa fare a meno della vanità d’ascolto in virtù di una partecipazione di cuore. Il popolo non giudica, non affronta le emozioni con la logica delle contraddizioni, a prescindere del se si stia parlando di campagnole o di Santa Rita. L’intellettuale che ha necessità di schernire o sopravvalutare e fraintendere  continuamente quel mondo altro (o marginale) è per forza di cose fuori da quell’acquario, e osserva gli altri pesci con una superiorità che sa di aridità. Un’aridità che mette in dubbio l’utilità della sua partecipazione a fenomeni del genere.

Il docu-film è per la maggior parte un lungo montaggio di video, alcuni dei quali facilmente reperibili su YouTube, live e stralci di varie trasmissioni. Non mancano le occasioni per conoscere al meglio la band che affianca Gigione da decenni e ci sono anche un paio di interessanti accenni di dibattito sui fili conduttori fondamentali della poetica dell’artista, quali la famiglia (Gigione viene da una famiglia di musicisti e anche i suoi figli, Jo Donatello e Menayt, lo sono) e la religione. Poco si parla di sessualità e della carica erotica che il personaggio investe implicitamente ed esplicitamente nelle sue produzioni: non c’è nulla da aggiungere, Gigione dice tutto quello che gli passa per la testa nelle sue canzoni e non vuole commentare o giustificarsi a posteriori. Anche sulla vita privata, il cantante si mette sulla difensiva. Racconta che la sua vita è la musica, e forse è vero. Non manca, inoltre, la possibilità di ascoltare qualche improvvisazione funkeggiante che fa capire che Gigione e la sua band ci sanno fare come musicisti, anche se su disco hanno spesso prodotto canzonacce costruite su basi midi o brutti arrangiamenti di tastiera. Da quel che ho capito, per Gigione, la semplicità coincide con la spontaneità e l’emotività, talvolta con l’oscenità e lo scurrilità. E questo vale anche musicalmente: una vera e propria scelta stilistica

Il film è tecnicamente inattaccabile. Sul piano narrativo si ha però l’impressione che il regista sia stato investito da così tanto materiale da riuscire a restituire solo poche sfumature del mondo di Gigione. A parte ciò, Gigione non pare mai intenzionato a compromettere il suo mito; l’artista non si mette a nudo, e non contrasta nessuno dei preconcetti di cui è vittima. A Gigione piace essere conosciuto come “quello della Campagnola”, anche se è un musicista professionista, partito dal beat e dalla canzone napoletana classica, anche se per qualcuno potrebbe anche essere il Johnny Cash di Boscoreale, anche se il suo essere estremamente popolare lo pone al di là del bello e del brutto.

La caratura coscientemente popolate di Gigione emerge sin dall’inizio, quando per esempio, parlando del rifacimento di “La Isla Bonita” (ricordiamo anche la cover di “The Rhythm of the Night”, “Living on My Own” e la più recente “Sofia”), l’artista spiega come gli sia venuta l’idea di riscrivere i testi di hit dance mondiali in napoletano: le persone di strada, gli ignoranti, che apprezzano una canzone straniera sono spesso bloccate e intimorite dalla pronuncia e dal signidicato di una lingua che non capiscono (nulla di troppo lontano da quello che accadeva con molti gruppi italiani degli anni ’60…), quindi è giusto offrire al popolo una versione mediata, comprensibile e rinnovata, attraverso l’uso della metrica linguistica napoletana. Oltre a questa trovata, Gigione si impegna a sviscerare lo spirito le popolo preoccupandosi di affrontare temi universali con concetti disponibili a tutti: il sesso, la religione, il cibo, la famiglia e la bellezza femminile. In altri momenti del film lo si vede interrogarsi su come poter rendere una canzone più cantabile: ciò che sembra funzionare, secondo Gigione, è l’ulteriore ripetizione di un ritornello prima che riattacchi un’altra strofa e l’inserimento di domande che introducano aspettative sul chorus (come “che teneva? Che teneva?”). Questi sono alcuni degli ingredienti che hanno scatenato ciò che lui stesso definisce Gigiomania, una mania trasversale e sotterranea che unisce migliaia di fan nel culto di Gigione. Nel documentario si incontrano persone che da Gubbio si recano a Boscoreale per vederlo in concerto, poi si conosce un fanclub di Orte che vanta una teca con tutta la discografia ufficiale del cantante (“A’ Campagnola”, “Lecca Lecca”, “A Postina”, “Pregate per noi”, “Gino o’ camionista”…), infine ci sono bambini ora adolescenti che lo imitano in tutte le sue movenze. I fan di Gigione sono dovunque, e hanno quasi tutti in comune la gioia e l’ingenuità dei bambini, anche se hanno superato i settant’anni.

Tutte le canzoni del musicista potrebbero sembrare un’invenzione casuale, ma sono in realtà frutto di ricerche abbastanza mirate. Gigione ascolta la musica “nuova”, si tiene aggiornato sui trend, e punta alla perfezione pop. Costruisce melodie con schemo simili alle logiche strutturate dai produttori di grandi hit: non è un caso chè le canzoni di Gigione riescano a rimanere in testa allo stesso modo dei pezzi di Rihanna. La grande e vera differenza che sussiste tra il mainstream del pop milionario e il trash provinciale del cantante boschese sta nel fatto che la musica di Gigione sembra essere mossa dalla volontà di creare partecipazione ed entusiasmo in una fascia di pubblico che si sente inadeguata rispetto ai grandi artisti da classica. Gigione vuole semplificare la musica che crede bella e portarla in giro e in basso, il più in basso possibile, in perfetto accordo con l’umiltà e la disponibilità che caratterizza il suo atteggiamento anche lontano dagli schermi.

In conclusione: ci si reca a vedere Essere Gigione – L’incredibile storia di Luigi Ciavarola con atteggiamento goliardico ma se ne esce avendo imparato qualcosa. Sebbene Vestoso abbia avuto il merito di aver intuito la potenzialità di un film su di lui, tutte le ragioni del successo e dell’interesse sono esclusivamente relative a Gigione stesso. Lo sa Concettina e lo so io. E lo sapete pure voi.

Autore dell'articolo: Ambra Benvenuto

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