L’esoterismo sinfonico del dottor Wakhévitch
Compivo le mie sfigate ricerche su gliutub su pezzi italiani di Library Music un po’ sconnessa e sghemba (si chiama Library quella produzione generica di suoni o commenti tematici musicali che fino a qualche decennio fa’ veniva raccolta in album per essere poi sfruttata su documentari, film e programmi radiofonici o televisivi), quando mi sono miracolosamente imbattuto in qualcosa di finalmente degno. Era tempo che non mi accadeva una cosa del genere. Ero sostanzialmente e serenamente rassegnato al fatto di essere ormai incapace di sincero entusiasmo per quanto riguarda il mondo musicale, giudicando irrimediabilmente tramontata l’età delle fascinazioni idealistiche e fatalmente compromessa la curiosità dell’ingenuità. Da quanto non scoprivo qualcosa di così prezioso e nutriente? Eoni! E che sconcerto!
Per farla breve, ho scoperto la musica di Igor Wakhévitch, un compositore francese, pianista, sperimentatore avant-garde, pioniere elettronico e manipolatore di nastri dalla meravigliosa caratura artistica. Un diamante. Ho subito reperito tutto il reperibile e mi sono documentato, sconvolgendomi non poco della mia crassa ignoranza. Infatti, in ambito teatrale, e più precisamente in ambito di balletti e opere, il signor Wakhévitch è un pezzo grosso, anche se a modo suo, visto che le sue composizioni non possono dirsi troppo classiche o canoniche. Fatto sta che Salvador Dalì chiamò l’artista di origini russe per musicare nel 1974 la sua opera in sei atti “Etre Dieu”, un pandemonio di Rock psichedelico, al limite del progressivo, contaminato da musica orchestrale, lampi pop e squarci di sperimentazione selvaggia.
Wakhévitch ha prodotto nell’arco degli anni ’70 sei album di studio: sei capolavori assoluti di affascinante e spaventosa morbosità musicale. Dovendo tirare le somme parlerei di Psichedelia alchemica, nella quale convivono momenti operistici, esperimenti di Concrete musique, Elettronica analogica, Lounge depravata, Jazz minimale e satanico, tribalismi rumoristici, Rock anfetaminico, esotismi asiatici, proto-doom infernale, freddo nichilismo bohemien e decadente spirito esistenzialista da musica classica contemporanea francese. Prendete Strauss, mischiatelo con Wagner, Morricone, l’ambient dark più allucinato e elettrico che potete immaginare, i Black Sabbath, John Cale, i Soft Machine (da cui Wakhévitch si dichiara manifestamente ispirato), gli esperimenti più rudimentali ed esoterici dei Kraftwerk, l’orchestra di Sun Ra ed estremizzate il tutto in un sogno, o in un incubo, di riverberi, sintetizzatori, chitarre, percussioni, archi e rumori elettronici.
Il suo primo disco del 1970 s’intitola “Logos – Rituel Sonore” ed è una composizione per orchestra dove elementi lirici, armonie classiche e anti-classiche e divagazioni sinfonico-tribali danno vita a un allucinante viaggio iniziatico nel mistero dell’intelligenza. Se nel brano “Homo Sapiens Ignorabimus” il musicista gioca con timpani, percussioni concrete e effetti su nastro, creando effetti atmosferici inquietanti, in “Dance Sacrale” dirige una piccola band psichedelica in un Rock acido e malefico, tutto nervosismo, rumorismo e angoscia. Il confine tra musica colta e informale è una coordinata posta e superata da Igor Wakhévitch e risolta attraverso la drammatizzazione della mania della libertà espressiva. Le tastiere suonano assurde e corrosive, la batteria impazzita e i suoni brillano o diffondono la propria tenebra come sovrabbondanza nell’imprevedibile implosione cosmica della creatività polimorfa dell’autore. Cori tragici e salmodie religiose conferiscono alla produzione un fascino sinistro, che diventa la cifra estetica dei suoi esoterici lavori, sempre caratterizzati da un sapore arcano e lacerati da inquietudini profonde.
“Docteur Faust” è il secondo album, nato come coreografia di un balletto. Un balletto per un saba di stregacce immagino. Raramente ho ascoltato qualcosa di più oscuro e deviato. Nel senso che nella mia vita ho ricercato e frequentato molti suoni del genere, ma tutti in qualche modo dominati dalla sproporzione estetica, da un’ineluttabile ineleganza intrinseca, congiunta alla tracotanza del significato espresso. Le composizioni qui proposte, invece, inseguono sì il racconto dell’oscurità, descrivono in suoni la convulsione, il terrore, l’intorpidimento, la sofferenza e la contraddizione, ma senza mai perdersi nella gratuità o nel cattivo gusto. Molte soluzioni ricordano stilemi da colonna sonora dell’orrore, ma c’è di più. Il tenore dell’opera è tragico, lo stile magniloquente, eppure sempre aperto a effetti di rottura o estraniazione poetica: il gotico è vicino al bizzarro, il gelo neoclassico al vitalismo dionisiaco, l’ironia alla serietà. La sovversione non è mera provocazione o esercizio di stile, ma una necessaria espressione dell’arte dell’autore. Organi e chitarre rock bilanciano l’andamento classico inasprendone l’atmosfericità, gli arrangiamenti esprimono malinconica crudeltà riattualizzando sperimentazioni jazzistiche o avanguardistiche à la Can. È il caso di “Materia Prima”, secondo brano in scaletta, in cui onde di organi, beat minimali, chitarre in wah, sospiri e oscuri recitati si sovrappongono come colori sempre liquidi in un dipinto cosmico e cangiante. Per il resto agiscono suggestioni nebulose di micro-suoni e una fluidità sonora vicina ai primi lavori dei Pink Floyd. Un disco dinamico e drammatico, pur nella sua tragica monotonia, gonfio di cattiva coscienza e di ombre, intense. Un capolavoro.
“Hathor” (con sottotitolo “Lithurgie du Souffle Pour la Resurrection des Morts”!) si apre all’uso di tastiere, sintetizzatori e ragioni elettroniche. Freddezza d’eccezione, estetica minimal, una grazia tecnologica che serpeggia sibilante, con accessi di alienazione e innaturalità, nel potente effetto sinfonico costruito per la danza dedicata al culto dell’antichissima dea egizia della vita e della morte. A completare il quadro ci sono i soliti cori gregoriani e le interferenze rumoristiche. Nel brano “Rituel De Guerre Des Esprits De la Terre” il compositore anticipa certa techno marziale anni ’80: le percussioni incalzano inquietanti e sinth rotolanti si allargano delittuosi come contaminazioni. È il 1973, ma Igor Wakhévitch è già avanti di almeno 6 o 7 anni. Soprattutto, egli carica questi suoni di un’epicità e di un significato più affascinante e misterioso rispetto a ciò che il genere elettronico riuscirà nelle sue future declinazioni a produrre, immaginando un collage sonoro in cui opera lirica e modernità tecnologica si avviluppano incestuosamente in un mostro di personale élégance, colmo di espirit.
Con “Les Fous d’Or” il discorso si fa ancora più sinfonico e, come dire, post-wagneriano. Vocalizzi bizzarri e droni elettronici realizzano un mostruoso disperatamente pacificato. Una voce narrante racconta l’apocalisse. Corde di soprano e poi di tenore si arrampicano sugli orditi tasti-eristici musicando il crepuscolo degli idoli. L’eco spaventoso di una new age perversa e terrorifica affresca lo spazio con chiaroscuri pianistici e schizzi psichedelici. L’elettronica si muove dalle parti della computer music e delle manipolazioni digitali di Charles Dodge, ma è del tutto analogica.
“Naugual” è un esperimento ambient che inaugura un nuovo modo di concepire la New Age. Nulla a che vedere con le insipide e insopportabili cretinate pseudo-spirituali o pseudo-meditative tipo Ludovico Einaudi et similia. La musica del francese ha una sostanza profondamente diversa, caratterizzata com’è da una natura oscura e spaventevole. L’album esce nel 1977 e Wakhévitch inizia a giocare con campane tubulari (come di moda), carillon inquietanti e cascate di note pianistiche pregne di eco e ritardo. S’intuiscono fascinazioni orientali e le tensioni del passato, gradualmente, vanno distendendosi, nonostante smarrimento e angustia resistano ancora come i sentimenti principali in cui si canalizzata la musica del compositore.
“Let’s Start” del ’79 è un trionfo estetico di sofisticato nichilismo artistico (fatta eccezione per la copertina fallica). I suoni dominanti di questa contemporanea elettronica progressiva sono soprattutto lunghi droni ambientali, note sostenute e feedback ancestrali. Le tastierine cominciano ad assomigliare sempre più pericolosamente all’estraniante tappezzeria di note brillanti e assolute dei brani di Vangelis, ma le dinamiche sono ancora imprevedibili e anarchiche. Dark Wave, Post Rock, Shoegazing derivano in qualche modo da questi esperimenti. Ma non lo sanno. L’arte di Wakhévitch è surreale e psichedelica, un lungo concerto di tasti riverberati, che ipnotizza e provoca allucinazioni. Un nuovo inizio, che non ha un vero e proprio seguito.
L’avanguardia elettro-acustica di Wakhévitch è un momento importantissimo della storia della musica ed è un peccato che non ci sia (e non ci sia stata) troppa attenzione rispetto al suo lavoro, se non da parte dei soliti cultori delle rarità e dell’estravagante. Ma ridurlo a una specie di fenomeno da baraccone sarebbe immorale. Siamo di fronte a un grande artista, ancora in attività. Oggi i suoi lavori non conservano troppo di quella pazzia e di quel furore creativo presenti nei dischi degli anni ’70, ma c’è comunque il suo genio a cui dovremmo tributare i meritati onori. Iniziamo, modestamente, da qua. Sperando di aver incuriosito qualcuno… Perché tanta partecipazione? Ve l’ho detto, è uno dei pochissimi ascolti che è riuscito a entusiasmarmi. E speriamo pure che questo “entusiasmo” duri più di due settimane. Vi avverto, sarà comunque difficile recuperare alcuni di questi album. Per i più impazienti c’è un piccolo e vile escamotage… Forse non è proprio legale sai (per dirla con gli Afterhours) ma c’è quel famoso programmino per Firefox che permette di trasformare i video di iutub in Mp3. File di scarsa qualità, s’intende. Ma trattandosi di un surrogato momentaneo è perdonabile.
“Wo viel Licht ist, ist auch viel Schatten”
(Dove c’è molta luce l’ombra è più nera).
Goethe, Doctor Faust








































