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K di The Kolors

Non seguo Amici di Maria De Filippi da quando si chiamava Saranno Famosi. Ricordo bene Dennis Fantina, il cantante triestino che, pur vincendo la prima edizione, è rimasto uno sconosciuto. In quel tempo, era il 2001, il sodalizio col mercato musicale consumatosi poi nel rapporto di coppia col festival di Sanremo (che ha portato l’anno passato addirittura Maria alla conduzione della kermesse insieme a Carlo Conti) era ancora da scrivere e la partecipazione al talent metteva solo sullo sfondo la possibilità di un successo.

Nel 2001 il talent non si chiamava neppure ancora talent. Era un programma da fascia pomeridiana, con un piccolo pubblico. Che tipo di pubblico? Eravamo tutti dei voyeur della prima ora, curiosi ma di certo non così appassionati e importanti come referenti. C’era bisogno di attrarre le masse, di contaminare i linguaggi, di fideizzare il telespettatore. Musica, ballo, talento, lacrime, sentimenti, arrivismo, sudore, divismo, dibattito, litigi, pedagogia. Maria ha continuato a fare della televisione la sua scuola e viceversa. E col tempo sempre più persone hanno iniziato a seguirla, a dare i voti da casa e sentenziare sulla giustizia della valutazione dai maestri dello spettacolo. Mentre il calcio scalava minuti di programmazione in televisione, la leva del talent addomesticava lentamente il pubblico. Come nasce un successo? Dal gusto del pubblico o dalle imposizioni dei produttori e delle case discografiche? Amici supera la dicotomica e irrisolta prospettiva binaria con una sintesi: i produttori consegnano al pubblico l’onere della costruzione e della manutenzione della scala reale del successo, così da mettere sul mercato un prodotto scafato, che ha superato ogni processo di falsificazione e marketing. Il siero finale, l’anima della selezione, la sostanza. La quintessenza del popolare, per evitare l’incertezza dei primi tempi e le cattive e rischiose velleità del gusto artistico. Così Maria si imponeva nel serale e imponeva nuova musica. Diventava prima donna, manager e produttrice esecutiva, madrina e matrigna. E portava nelle nostre case la guerra della musica: squadre bianche contro squadre azzurre. Platinette e Matteo Renzi, Saviano e Morgan.

Tra i tanti giovani di grandi e grandiose speranze che hanno trovato spazio ad Amici a me piacciono un sacco i The Kolors. Una rivoluzione. Basta con il cantante/la cantante simil-sanremese, con i vari Scanu e Alessandra Amoroso, che se dice culo, possono indovinare un singolo da cantare all’Ariston e trasformarsi in fenomeni con numeri buoni solo per e solo nel mercato italiano (altrimenti i risultati sono a dir poco imbarazzanti). Tutti cercavamo qualcosa di diverso. Io, per esempio, cercavo un gruppo. Un suono più contemporaneo e internazionale. Più sfacciato. Più sincero e crudele. Un fenomeno creato, allevato e levigato dalla televisione italiana, un azzardo in più, con la folle speranza di imporsi al mondo intero. E credo che loro, i tre campani ex mozzarellari, facciano al caso mio e nostro. I The Kolors sono tosti, hanno struttura; non sono le Lollipop.

Prima di tutto, i The Kolors rappresentano una immagine generazionale spendibile, almeno per i millennials. Tatuaggi, orecchini, ciuffi, vestiti (al di là delle divise) e atteggiamenti più vivaci. I The Kolors hanno un frontman che si chiama Stash che piace alle ragazze e con pretese divistiche. Ecco i trucchi e le caratteristiche apparenti, le mosse indovinate e i dettagli produttivi utili per sfondare. Il trio vince nel 2015 la quattordicesima edizione del talent show Amici di Maria De Filippi. E pensare che dietro di loro c’era già la mano di produttori di livello, l’aiuto di personaggi come Rocco Tanica (arrangiatore per “I Want”, l’album di debutto del 2014)… Arrivata la vittoria televisiva nazionale, la band si è subito imposta fuori dal programma grazie allo spot della Vodafone. Il brano “Everytime” aveva appeal, forza ritmica e coscienza. Spaccò.

Suonano così bene che sembra che non suonino affatto. Funzionano, un po’ perché si sforzano, perché si preoccupano di fare i simpatici, e anche un po’ perché evidentemente piacciono a un determinato pubblico finemente monitorabile per via anagrafica. “Out”, primo album prodotto dall’etichetta Baraonda Edizioni Musicali nel 2015, ha dato loro la giusta risonanza. Tre dischi di platino, singoli nella top 50 delle classifiche europee, pioggia di diritti, di contratti e di proposte. Hanno aperto un botto di concerti, in posti dedicati alla ricezione della musica di massa, i soliti eventi per il grande pubblico. E siamo a “You”, del 2017, sempre per la Baraonda.

La produzione audio-video poi si è fatta sempre più internazionale, come le collaborazioni che hanno circoscritto gli interessi delle major nel far viaggiare un po’ per il mondo questi giovani, sempre freschi e felici da trasmettere simpatia e buon umore. Le vendite non sono state ai livelli di “Out”, ma era prevedibile. I The Kolors hanno certamente un futuro. Possono fare ciò che vogliono. Non si fermeranno. Quello che più mi affascina di loro è proprio la travolgente sonorità liquida e senza anima che portano in scena, il loro essere fieri autori della cancellazione del passato per una sua attuale, indenne riproposizione: sanno tenere insieme senza nessuno scrupolo EDM e FM-Rock, funk, synth-pop e psichedelia, come copia brutta spiaccicata di Police, Pink Floyd, Michael Jackson, Prince, INXS o Nirvana. Che meraviglia. Questi musicisti rock 2.015 hanno sapientemente, serenamente messo in scena l’azione di distruzione della memoria, vera regola della produzione a marchio industria culturale. Altro che vaporwave e hi-tech accelerazionistico, la musica contemporanea è questa qui. Anestetica, sintetica, dissociativa, chirale, anticonvulsionante: ketaminica. Ma in microdosi, come è più saggio e conveniente.

Insomma, li seguo con passione questi ragazzi, pur senza volerli seguire, anche perché mentre sei a mangiare in quei posti che piazzano la tv sulla trasmissione di radio 102.5 può capitare sempre di imbatterti in un loro video. Ecco, mi fanno compagnia mentre mangio panino/hamburger – la misura della standardizzazione a tavola: cibo per le mie orecchie – soprattutto il ruminarne.

 

[Antonio Mastrogiacomo]

 

 

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