Inattuale sugli inattuali Viet Cong

Inattuale sugli inattuali Viet Cong(À la recherche du temps perdu)

Mentre scrivo, il timore di sminuire troppo semplicisticamente la next big thing del momento mi sfiora più di una volta. Voglio dire, con i Viet Cong e tutto il clamore suscitato dal loro omonimo lavoro, siamo di fronte a un fenomeno che non si esaurisce nel discorso musicale. È qualcosa di più di un gruppo o di un disco: è una narrazione estetica che insegue la memoria, che un (bel) po’ la restaura e un po’ (meno) la costruisce. Ma è anche un nodo irrisolto di questo tempo, di questa contemporaneità che si comporta come la risacca.

Partiamo dalla musica. Per quanto sia certa di stare trattando un gruppo d’indiscutibile valore, capace di partorire un inno epico come “Continental Shelf” (che è e resterà uno dei singoli migliori di questo principio di 2015, per non parlare del video semplicemente pazzesco), mi vedo costretta ad ammettere che c’è qualcosa che non mi convince appieno nell’impianto complessivo dell’album. E non è soltanto per gli stilemi ostentatamente citazionisti – le sonorità ricreate ad arte, le strutture dei brani scarnificate, la vocalità che rimanda continuamente alle matrici sacramentali del post-punk e della new wave – ma anche e soprattutto per una crescente piattezza che forse deriva proprio dal voler celebrare un’impossibile fedeltà alla memoria. Impossibile perché il nostro tempo è questo, e non quello.

In pezzi pur all’apparenza riusciti, puntualmente familiari negli arrangiamenti, a un certo punto avverto, inesorabile, un accenno di tedio simile all’insofferenza. La stessa di quando si sta per troppo tempo nella stessa posizione, una specie d’intorpidimento fastidioso. Sarà la voragine della nostalgia, sarà il bisogno di una qualche melodia multitonale, sarà che non ne avrò mai abbastanza di certe cose, purché siano quelle lì e non loro pallide reviviscenze.

E così veniamo al meta-discorso dell’eterno ritorno, di questo bisogno dilagante di guardare indietro per non sporgersi in avanti, di questo interessante fenomeno culturale d’impossibili resurrezioni che si riflette in gesti estetici vari ed eventuali, dalla scelta della montatura dell’occhiale al taglio del maglione, passando per il culto del dimenticato al mercatino dell’usato, giungendo alla palese operazione nostalgia delle serate a tema. Io, che pure tendenzialmente sono un’inguaribile retromane, osservo con una certa diffidenza il narcisistico rifiuto dell’oggi. Non lo capisco perché è palesemente finto, perché in quanto emulazione di un tempo perduto (se non addirittura contraffazione o plagio), nega a se stesso qualunque barlume di autenticità. Non riesco a sposarlo appieno perché lungi dall’includere (e dunque dal darsi la possibilità di arricchirsi, crescere, progredire), sceglie la negazione, la chiusura, la comfort-zone del risaputo.

La nostra identità stratificata, in cui legittimamente si sommano e si sovrappongono decenni di cose andate e tornate, dovrebbe poter trovare anche un tempo suo proprio, e in esso esprimersi credibilmente.

Tornando ai canadesi Viet Cong, auspico che trovino una chiave per sviluppare in senso evoluzionistico quanto già in loro (e in nostro) possesso. Nel frattempo, a dispetto dei clamori e bollori suscitati, il mio voto è un sei meno.

 

Autore dell'articolo: Valentina Zona

"Ciascuno è tanto più autentico, quanto più assomiglia all'idea che ha sognato di se stesso". Ovviamente non è mia.

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