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Il paradosso Hipster

paradosso hipsterUno dei termini più inflazionati del primo decennio del secondo millennio dopo Cristo è stato senza dubbio il sostantivo aggettivante hipster. L’etimologia del nome, come per succede con molte parole parecchio abusate, è indefinita e misteriosa. Secondo alcuni deriverebbe dall’attributo slang newyorkese “hip”, nomignolo dato dai jazzisti neri ai loro più appassionati ascoltatori bianchi, a quei giovani che ne imitavano lo stile trasgressivo, i comportamenti maudit e i modi, ovvero ai primi fan intellettualoidi della storia della cultura pop urbana. Un’altra scuola di pensiero guada al più generico “hop”, soprannome confidenziale dato nella prima metà del secolo scorso alle sostanze oppiacee. C’è diatriba anche sulla forma grammaticale del vocabolo: è hipster con la i o hypster con la y? Hype è lo stupore o il fermento che si crea intorno a qualcosa di nuovo, rilevante, chiacchierato… E sul fenomeno hipster abbiamo avuto molto hype. Il saggio di riferimento per analizzare il prototipo sociologico originario è un breve testo del romanziere americano Norman Mailer, The White Negro, pubblicato nel 1957. Qui l’autore definisce gli hipster come esistenzialisti americani, giovani bianchi che rifiutano il modello conservatore della società dominante e laboriosa per guardare a ideologie dettate da culture marginali di ribellione, come quella espressa dalla comunità nera e drammatizzata nei ritmi selvaggi del jazz be-bop… Con gli anni la parola è scomparsa dal linguaggio di strada e, per riflesso, dagli schemi critici a posteriori. Erano spariti gli hipster? No, avevano soltanto cambiato nome, associandosi a controculture più definite e catalogabili. Poi con l’avvento del postmodernismo e della globalizzazione, il passato è tornato d’attualità. Qualcuno ha rispolverato il vecchio lemma e gli hipster sono tornati alla ribalta… Il punto è capire chi sono, cosa vogliono e che grado di autocoscienza possono sopportare. Oggi, hipster è una categoria di riconoscimento e comportamento di una comunità sociale secondo il gusto particolare di un momento, autologicamente contro-culturale e fuori dalle mode, ma in definitiva totalmente inserita nella prospettiva di un discorso fashion.

E sì, perché volente o nolente la moda hipster ordina quali capi indossare, quali musiche ascoltare, quali locali frequentare e quali comportamenti adottare, per essere, come si conviene a un perfetto bohemien post-crollo-del-muro e snob con velleità artistiche, di volta in volta, fuori da ogni altra moda. Il tipico prodotto sociale di questa mania ha un’età circoscritta tra i venti e i trent’anni (nell’Europa dei bamboccioni, naturalmente, il limite finale impenna oltre i trentacinque), indossa capi giudicati kitsch o out, pescati con grande esercizio di ermeneutica postmoderna dalla storia della cultura giovanile degli ultimi quaranta, cinquant’anni, rifiuta di essere catalogato in una tipologia economica o culturale precisa, ostenta ironia o disimpegno rispetto ai valori più frivoli o più profondi della contingenza, è bulimicamente attratto da tutte le novità di nicchia e dai casi limite proposti dal web, ascolta musica alternativa, ben presentata in certi blog (Pitchfork docet) e certi giornali splendidamente annoiati, frequenta mercatini e negozi selezionati e si fa espressione di quella nostalgie de la boue, attrazione per il brutale, per il degrado, che sa molto di decadenza.

Il trend, riconosciuto negli Stati Uniti già nel 2000, e con consapevolezza alla fine del 2004, ha preso piede in Europa solo negli ultimi anni, quando media e moda (ufficiale) ne hanno intuito il senso e le possibilità commerciali. E da qui alla fisima (inteso come leggerissimo e ossessivo capriccio) il persocorso è stato incredibilmente breve. Già, perché oggi come oggi, è pure rischioso isolarne i tratti distintivi e gli elementi di riconoscimento, visto che appena riconosciuti sono ripudiati dagli stessi interpreti. Musicalmente il discorso è puramente attitudinale. Padrini della scena potrebbero essere il Beck di “Loser”, i The Strokes che hanno riportato di moda il post-punk e  il rock alternativo americano anni ’70 o i Dandy Warhols di “Bohemian Like You”, ma una ragnatela di artisti e sottogeneri incasina il quadro fino a renderlo inintelligibile. Si va dal post punk (revivalistico) di Death Cab For Cutie, The Libertines e The Rapture, al dance-punk di Bloc Party, The Gossip, CSS e Klaxons; dalla weird music di CocoRosie e Animal Collective fino all’indie folk di Grizzly Bear… Entrano nel contesto pure il grime di M.I.A., il drone dei Grouper e Tim Hacker, l’electro di Four Tet, la vapor-wave di James Ferraro, un certo tipo di pop scandinavo (Peter Bjorn and John, The Radio Dept. e Shout Out Louds) e l’hypnagogic pop, o glo-fi, che dir si voglia, che riprende tutto e niente, dalla disco anni ’80 al folk rock springsteeniano (i casi di Neon Indian e Kurt Vile, tanto per fare due nomi importanti).

220px-TheWhiteNegroProprio il concetto di ipnagogia ci aiuta a capire o fraintendere qualcosa in più del fenomeno hipster. È ipnagogica l’esperienza subconscia, quasi allucinata, per la quale immagazziniamo, sviluppiamo e tradiamo diverse suggestioni esterne collegate al nostro gusto. Nel senso che molti di noi hanno avuto un cugino o un amichetto metallaro che ci violentava con cazzate allora molto affascinati come i dischi dei Sepultura et similia, o abbiamo ascoltato distrattamente motivetti euro-dance di scandalosa fattura. Bene, anche se siamo convinti di aver rifiutato in tronco queste influenze, e di seguire altri e più nobili modelli stilistici, ipnagogicamente ne siamo gravidi e presto o tardi le sperimeremo. Perché, agevolati dall’avvento della cultura digitale di massa e dal crollo delle barricate sociali o storiche, misceliamo tutto e giochiamo con i fantasmi del passato. Così gli hipster sembrano voler recuperare tutto ciò che è stato ignorato dal sistema mainstream, e con esso il marcio e l’impossibile del passato più vergognoso o reietto per riabilitarlo sentimentalmente e concettualmente… Il verbo sembrare è d’obbligo, perché in realtà, il recupero non ha nulla di veramente rischioso o di critico. Si sceglie tra situazioni e contenuti intuibili e “santificabili”, per risultare brillanti. Roba dimenticata degli anni ’70, molto dei vituperati e poi esaltati anni ’80, poi i ’90. Ora gli anni ’20 e ’30; tra un po’ toccherà (di nuovo) ai ’40 e ai ’50. E il tutto al riparo da approfondimenti o idealismi. La politica, le ideologie e le analisi socio-estetiche sono bandite. E fin qui nulla di male. Voglio dire, si scartano cose che sarebbe stato peggio conservare.

Alla fine del secolo scorso si parlava di gusto alternativo, indipendenza… Ma oggi queste categorie sono superate, perché inapplicabili: si è compreso che un’alternativa vera non può esistere e che tutto, anche l’indipendenza, dove arrendersi al dominio del sistema-moda, che è la più diretta e pervasiva espressione dell’impero tecno-globale del capitale. Al di là di tale constatazione, quella di alternativo (dal latino alter, altera, alterum, l’altro, il diverso) poteva essere intesa come una generalizzazione negativa, deducibile dalle differenze e dall’autonomia rispetto alle mode dominanti e allo stile di vita mainstream. L’hipster compie una scelta più o meno consapevole (contingentemente conscia) e orgogliosa, e vi applica attenzione formale, anche se relativa a fenomeni più particolari che sostanziali. La musica rock ha smesso da tempo di essere espressione di una qualsiasi liberazione o di una ricerca di identità, trasformandosi in nuovo strumento di normalizzazione. Un tempo atteggiamenti e suoni alternativi, infatti, significavano un rifiuto di certi schemi, emancipazione. Basti pensare a cosa hanno significato per i giovani in termini di libertà il rock con i suoi balli scatenati e disinibitori e i suoi temi di ribellismo negli anni  ’50, o l’esperienza psichedelica negli anni ’60 e ’70. Ora che questa emancipazione è totale e indiscriminata, ossia liberalizzata e tollerata dal sistema, le pose e le ricerche indipendenti od originali non sanno più dialogare con la realtà o significare una qualche ragione profonda, e diventano estrinsecazione formale di criticità tenue, arrendevolezza compiaciuta, post-negazione adattata e piena di sé, motivo di ricercatezza… Tutto è volutamente marginale in ottica hipster, protetto dalla scusa del sarcasmo e della precarietà.

daria cartoonIl discorso è infatti pienamente legato alla moda, all’apparenza. L’hipster riconosce e afferma se stesso soprattutto attraverso una divisa. Tra gli accidenti indossati, i più identificativi sembrano essere i jeans super attillati e corti sopra le caviglie (unisex) alla Ramones, t-shirts appariscenti con immagini o loghi di band dimenticate degli anni ’80 o ’90, o meglio ancora di icone da sottogenere (metal, punk, hip hop, pop, dance, cinema B-movie), il berretto da camionista americano (il famigerato trucker hat) e occhiali da vista à la Buddy Holly (la montatura grossa e nera del Wayfarer Ray-Ban) da meta-nerd e altri accessori non disponibili alle masse (cioè disponibili solo attraverso particolari canali). Ai piedi, invece, sono d’obbligo Converse o Reebook, e più il modello è desueto e ridicolo, meglio è. Tra un po’ torneranno di moda quelle scarpe da basket assurde che si gonfiavano. Ve le ricordate? Fanno un figurone pure baffoni e barba da boscaiolo. I colori scelti si muovono con studiata indecisione tra sfumature dark e accese esplosioni estive, abbaglianti tonalità solari e flemma primaverile. I tessuti mischiano passato e presente, vintage e futurismo, povero e lussuoso, kitsch e decadenza, inseguendo ora il romantico, poi il folk, prima il naif e poi il contemporaneo o il grunge. Il tutto centrifugato e confuso in un unico e inimmaginabile pot-pourri di stili e attitudini devianti.

Tutto lascia pensare a un’estetica minimal, casuale, ma in realtà ogni dettaglio è studiato e calibrato per differenziarsi dalle mode ufficiali e risultare in qualche modo contraddittorio o trasandato. Il paradosso è dietro l’angolo: l’hipster non si definirà mai hipster, perché è nel nichilismo senza fondamento morale e nel disimpegno totale della fine di ogni narrazione idealizzabile che si caratterizza questa moda. Ma è una delle poche novità che la controcultura giovanile sembra aver fornito dal basso al mondo della moda e del costume e ad ogni modo è espressione contenutistica e formale dello spirito dell’epoca… Anni di basso e saccente riciclo, di spensierata o rassegnata coesistenza di istinti antitetici (ribellione e reazione). Un’epoca vichianamente barbara. Il problema è che a farci i conti sembrano essere più gli stilisti e i glamour addicted che i critici musicali e gli ascoltatori. Ma non era un fenomeno musicale? Fortunatamente era solo una moda, e come per ogni moda è già arrivato il tempo della sua morte. Amen. I paradossi di una volta, prendi quello di Zenone, duravano più a lungo. Almeno duemila anni.

“Aliquid monstri alunt” (Terenzio, Andria, atto I, scena 5)

4 comments

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  1. Tadd Euro

    Un grande articolo!!!
    Grazie 🙂

  2. topa

    bello ..

  3. franza

    e forza elinside 🙂

  4. elinside

    ForzaFranza! Ho divulgato queste righe su Twitter, habitat eletto dell’hipster. Vediamo se qualcuno è disposto a scendere per cinque minuti dal proprio olimpo glorioso per tornare a leggere, magari tra le righe…

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