Il fragile epilogo di Moltheni

Parlare di Italia e di italiani è sempre un po’ avvilente. Come cadere in una spirale di ottusa decadenza: non ha più senso guardare verso l’alto, da dove si sta precipitando, ma è più sensato e naturale rivolgersi con lo sguardo al suolo, dove ci spiaccicheremo. E automaticamente, il palato si prepara al gusto amaro della disdetta e le narici si dispongono a ricevere lezzo di rifiuti in decomposizione o di aria bruciata e malata. Anche il giudizio sorride beffardo, quasi auto-compiacendosi del luogo comune, intuendo (da pregiudizio) lo squallore aprioristico e la ovvia mestizia della situazione.

La storia particolare che ci porta a queste solite considerazioni riguarda il corso artistico un cantautore pop che ha resistito nel mercato per una decina d’anni prima di dire basta, di alzare le mani al cielo e arrendersi. Un discreto artista, che è partito cercando (con scarso successo) di conquistare il pubblico mainstream ed è finito col ritagliarsi un posticino di relativo prestigio nel mondo indie. Una voce densa di significato e di interesse, un cantante che ho visto suonare con la stessa dignità sul palco di Sanremo e in un localino schifoso di provincia, davanti a quattro ragazzini annoiati che manco se lo cacavano. Non proprio uno sconosciuto, ma neppure un interprete famoso. Probabilmente un antipatico: un’anima ombrosa ma troppo romantica, troppo vogliasa di comunicare, attraverso una musica leggera, ma troppo difficile… Un’autenticità che, inevitabilmente, nella grettezza di certe dinamiche si eprime e si riflette come volontà di autoesclusione, rifiuto e incomunicabilità. Forse perché troppo introverso e spigoloso sia per il mercato delle classifiche che per quello della mafietta alternativa, o forse perché troppo italiano. Uno senza la faccia giusta, troppo viscerale e quindi, in diversa maniera, troppo pesante sia per gli uni che per gli altri. Con il nome d’arte di Moltheni questo artista ha prodotto sei album (di cui almeno tre davvero riusciti: “Splendore Terrore” del 2005, “Toilette Memoria” del 2006 e “I Segreti del Corallo” del 2008) e un “Best of” (“Ingediente Novus” del 2009), lottando per trovare uno spazio stilistico autonomo e una forma di riconoscimento esteriore tra il pop, l’alternative rock e poi il folk. E poi si è stancato, ritirato, nascosto, arreso, cedendo al gioco del vittimismo e dell’incomprensione.

Stanco della serissima stupidità della musica, della fame e delle umiliazioni di chi vuole vivere (che non significa solo campare e fare soldi, ma semplicemente trovare senso, realizzazione e ragione esistenziale) da musicista in Italia, dell’ignoranza e della prepotenza degli addetti ai lavori e dell’apatia degli ascoltatori, Umberto Maria Giardini aka Moltheni ha ufficialmente chiuso la sua carriera cantautorale, o almeno ritirato il nome con cui si era presentato alla scena.  E così l’Italia ha perso uno dei rarissimi talenti in circolazione. Come da copione. Una storia di limiti, meschinità e sprechi che fa tristezza da ogni lato la si guardi. Fa male per l’atteggiamento di etichette (major e indipendenti), giornalisti, appassionati e fruitori, così insensibili e distruttivi da svilire e poi uccidere qualsiasi slancio di creativa qualità; ma fa anche specie la reazione di Umberto Giardini, anch’essa così tipicamente italiana nel suo vittimismo e nella sua rancorosa e piccata reattività, per la disillusione colma di rinuncia e di fatalismo attraverso cui ha trovato epilogo. Ma è impossibile e ingiusto giudicare l’individuo, la complessa e intima specificità sentimentale delle sue ragioni. Doveroso, invece, è continuare ad arrabbiarsi con chi non ha saputo o voluto coltivare, rispettare e difendere l’arte, il talento, il diritto (per altro conquistato con la gavetta e la qualità) di espressione. Per questo mi sento in dovere di risegnalare la produzione di questo autore a chi non lo conosce, a chi lo conosce attraverso il pregiudizio e a chi, invece, lo conosce o lo ha conosciuto sinceramente. C’è davvero molto da scoprire nelle canzoni di Moltheni. Innanzitutto una preziosa poeticità, altra e meno retorica rispetto all’insopportabile standard cantautorale italiano, e una grande passione musicale, raffinata e minimale, che si esprime nel rock, nel pop stilistico e nel folk ben suonato e mai banale, nella ballata e nell’affresco impressionistico, nel lirismo e nella spontaneità tecnica. Un caso unico, da salvaguardare. C’è a tal proposito un brano dello stesso Moltheni intitolato “Per Carità di Stato” la cui sincerità poetica ha del disarmante, la cui evidenza è tanto autentica e viscerale da non temere di sfiorare il luogo comune o la disperata rassegnazione ed è perfetto per chiosare questa Italia e questa storia così malsanamente italiana: “L’Italia che affonda/ L’Italia che galleggia sopra un’onda/ in un mare di volgarità/ l’Italia che dà ciò che non occorre/ L’Italia inquinata/ l’Italia che apparentemente reagisce/ e poi finisce in un TG al tasto 4 del mio telecomando/ L’Italia che urlando pare ce la faccia/ puttana di un governo come carta straccia/ che mi indispone e mi convince /che non va bene… Io sono l’Italia che muore”.

(questo video pescato su YouTube ha una bellissima introduzione da Pasolini, ringraziamo l’anonimo autore)

Autore dell'articolo: La Giustizia

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