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Grateful Dead e Jerry Garcia

Il 1969 fu l’anno di Woodstock, della protesta di Praga, della rivolta di Stonewall, della morte di Brian Jones dei The Rolling Stones e della strage di Piazza Fontana… E fu l’anno in cui uscì “Live/Dead” dei Grateful Dead, album registrato all’Avalon Ballroom il ventisei gennaio e al Fillmore West di San Francisco il ventisette febbraio. In quanto espressione e testimonianza diretta di un evento cardine della morente stagione dei figli dei fiori, ambientato nella capitale della controcultura americana, questo disco di rock psichedelico live è certo una fondamentale traccia storica, uno dei capitoli e dei documenti essenziali e iconografici per comprendere e interpretare il contenuto artistico della cultura hippie californiana… Ciononostante si tratta solo di una rappresentazione parziale, una sfumatura abbastanza limitata, del genio creativo di Jerry Garcia, chitarra, voce e banjo dei Grateful Dead.

Jerry Garcia nacque, come Jerome John Garcia, nel 1942 a San Francisco. Chitarrista, compositore, cantante, pittore, in una sola parola artista, gran cerimoniere del sogno della Summer Of Love. È grazie alla sua sensibilità che i Grateful Dead riuscirono a imporsi come gruppo simbolo della Bay Area (e quindi del movimento psichedelico) e a dar vita a una musica così potente ed evocativa, costruita su una solida base blues, derivato dal bluegrass (musica folk anglosassone influenzata da tempi e accenti jazz) che egli tanto amò in gioventù. Questo barbuto e occhialuto musicista non ebbe mai paura di sperimentare con i linguaggi musicali del passato, del presente e dell’avanguardia, padroneggiando blues, country, folk, ma anche psichedelìa e attitudine rock… Fu blueman bianco, rocker, pioniere del suono acido e maestro di vita. Un uragano di idee e suggestioni. Soprattutto dal vivo, dove il gruppo si presentava nella sua migliore veste.

La band iniziò la sua storia prima col nome di Mother McGree’s Uptown, poi mutuato in Warlocks. Raggiunse il successo indipendente dopo il ’65 come Grateful Dead (un nome che Garcia scippò da una preghiera egiziana o, secondo altre leggende, aprendo due volte a caso il dizionario), live band nei concerti-happening, detti Acid Test, organizzati da Ken Kesey (lo scrittore, quello di Qualcuno volò sul nido del cuculo) nella sua fattoria nelle campagne di San Francisco, durante i quali musicisti, poeti, Hell’s Angels e pubblico sperimentavano droghe sintetiche (LSD, tra tutte) per l’espansione della creatività e della percezione secondo i dettami di Allen Ginsberg e di Timothy Leary (“l’acido ha trasformato completamente la mia consapevolezza individuale”, disse Garcia, conosciuto anche sotto il nome di Capitain Trips). I concerti dei Grateful Dead incuriosivano, scandalizzavano e ispiravano, richiamando un pubblico sempre maggiore. Nel gennaio del 1966 fu organizzata una serata al Fillmore di San Francisco, un concerto epocale che dette di fatto vita alla stagione psichedelica americana… Di lì in poi per i Grateful di Garcia non vi furono più limiti. Il blues rock delle prime esibizioni si trasformò in libera possibilità espressiva e sperimentale, aperta a suggestioni colte, rumorismo ed elementi estatici. Non si trattava di mere esibizioni strumentali: già all’epoca si parlava di eventi, riti, esperienze uniche e irripetibili in cui regnava l’improvvisazione, la magia dell’imprevisto e della meraviglia. Musicalmente la novità essenziale stava nella liquidità del suono e nelle lunghe improvvisazioni mantriche, nuove prospettive in grado di legarsi al bisogno di libertà ed emancipazione delle nuove generazioni. Al sound veniva poi associata l’esperienza dell’espressione artistica multiforme (giochi di luce, balli, poesie, recite…), in una sorta di teatro psichedelico senza limiti e censure. L’entourage del gruppo nella seconda metà degli anni ’60 è ricordato, non a caso, come una vera e propria comune hippie. Dopotutto la loro storia partiva dal distretto Haight-Ashbury di San Francisco, il quartiere più tossico e vivace della città-patria della controcultura americana e della rivoluzione psichedelica.

La California fricchettona aveva il suo punto di riferimento proprio nei Dead, dove, assieme a Jerry, militavano Bob Weir (chitarra), Phil Lesh (basso, tra le altre cose allievo di Luciano Berio e appassionato di Stockhausen), Tom Constanten (tastiere), Bill Kreutzmann (percussioni), Mickey Hart (batteria), Ron “Pigpen” Meckernan (voce e organo), che pesava appena quarantacinque chili quando morì alcolizzato nel 1973 a soli ventisette anni. Un gruppo di bluesman prestati o iniziati alla sperimentazione, accompagnati spesso da tante altre persone della comune, i Merry Pranksters, nata con gli Acid Test di Kesey (il paroliere Robert Hunter, lo scrittore Stewart Brand, una dozzina di buddhisti Hare Krishna, spacciatori, ballerine, barboni, motociclisti, fricchettoni spirituali chiamati The Family Dog e un chimico personale) e da un pubblico di fedelissimi, meglio conosciuti come Deadheads.

Il loro primo album omonimo venne registrato in soli quattro giorni a Los Angeles sotto la produzione David Hassinger (fonico per i Rolling Stones e già a lavoro con gli Electric Prunes). Nove brani di cui sette blues classici reinterpretati in chiave psichedelica e due brani originali, “The Golden Road (To Unlimited Devotion)” e “Cream Puff War”, come riduzioni sistemate delle jam che il gruppo suonava ogni sera agli Acid Test o all’Avalon. Il secondo disco ufficiale fu “Anthem of the Sun” del 1968, il primo registrato con un doppio batterista (Mickey Hart si affianca a Kreutzmann donando complessità alla ritmica e atmosfere quasi tribali) e consapevolmente orientato a una produzione sperimentale e psichedelica

Nel giugno del 1969 uscì lo storico “Aoxomoxoa”, l’ultimo con Constanten: un capolavoro di acid rock interamente scritto da Garcia con il paroliere Robert Hunter, dove la forma-canzone cerca di limitare o strutturare le sfuriate free-form e psichedeliche  grazie a connessini con il folk americano e il blues più crepuscolare. “Live/Dead”, il doppio disco dal vivo dello stesso anno, rappresenta la summa della proposta sonora dei Dead alla fine degli anni ’60: lunghissime canzoni visionarie (l’acidissima “Dark Star”, in apertura, dura ventitré minuti), pura psichedelìa, il country (“St. Stephen”, l’unico brano ripreso da un lavoro precedente, ovvero “Aoxomoxoa”), percussioni latine (“The Eleven”), postmoderne sperimentazioni di contaminazione (“Turn On Your Love Light”), blues tetro (“Death Don’t Have No Mercy”), rumoristica (“Feedback”, e come intitolarla sennò…) e tradizione (“And We Bid You Goodnight”). Il tutto suonato con impeto e coinvolgente trasporto poetico. Secondo molti fan si tratta del disco perfetto per consumare droga. Non fu di certo quello il motivo ispiratore e poetico principale che portò alla produzione di “Live/Dead”, ma è innegabile che Jerry e compagni fossero particolarmente sensibili all’argomento… Per chi volesse vedere un Jerry Garcia d’eccezione, nel film di “Woodstock” (ovviamente, quello del 1969), c’è uno spezzone in cui il musicista mostra una canna e borbotta: “Marijuana, reperto A”, con quella faccia bonacciona, dietro gli occhiali e la barba, come fosse un fratello maggiore cui in fondo non puoi non voler bene.

Il momento d’oro del gruppo resta comunque confinato negli anni ’60, visto che con la fine della cultura psichedelica, anche il gruppo californiano perse smalto e senso. Pur sperimentando nuove strade sonore, negli anni ’70, i Dead produssero dischi che lasciano perplessi (“Grateful Dead From The Mars Hotel”, “Blues for Allah”, “Terrapin Station”, “Shakedown Street”). Negli anni successivi optarono soprattutto per i concerti, così fino agli anni ’80 (tra cui, i due ottimi doppi live, l’acustico “Reckoning” e “Dead Set”), che sanno di arresa o calo di ispirazione.

Nel gennaio 1985, Garcia venne arrestato al Golden Gate Park di San Francisco, per possesso di eroina, e nel luglio 1986 finì per cinque giorni in ospedale a causa dell’abuso di stupefacenti, dopo quindici mesi d’intensa cura disintossicante, rischiando la morte per coma diabetico. Finalmente nel 1987 il gruppo tornò in studio per un ottimo disco, “In The Dark”. È di questo periodo la collaborazione con Bob Dylan, una delle più grandi ispirazioni della band californiana insieme ai Beatles, di cui si fanno gruppo spalla. Garcia si aprì alle collaborazioni a tutto tondo e venne coinvolto in un gran numero di partecipazioni con altre band: il live “Almost Acoustic” della Jerry Garcia Acoustic Band e “Jerry Garcia Band”, che contiene cover di Beatles, il già citato Bob Dylan e The Band.

jerryIl 9 agosto 1995, a causa di un attacco cardiaco, Jerry morì, ponendo fine alla storia dei Grateful Dead… Jerry lascia un’enorme quantità di inediti, e un piccolo (ma molto remunerativo) impero di abbigliamento e oggettistica con il marchio dei Dead. Vi capita mai di vedere su una vecchia auto o moto un teschio con fulmini e fiori? Ecco, quella è roba dei Grateful Dead. Il gruppo, inoltre, ha lasciato moltissimi dischi postumi, tra bootleg, live, improvvisazioni, come testimonia l’imponente collana dei “Dick’s Picks” (diciassette volumi pubblicati tra il 1993 e il 2000) assai apprezzati da collezionisti e nostalgici. Materiale non sempre di prima qualità, ma storicamente rilevante per richiamare il mito dell’epoca psichedelica.

Il Garcia musicista e band leader fu un precursore e un conservatore, un vivace intellettuale prestato alla musica e un ottimo frontman… Il Garcia chitarrista fu musicista eclettico e creativo, che non smise mai di sperimentare con chitarre ed effetti speciali, restando sempre al passo coi tempi, anche dal punto di vista tecnologico (l’uso del Guitar Synth negli anni ’90, contrapposto ai primi esperimenti con il Wah negli anni ’60). La sua cultura folk ne faceva un maestro del fingerpicking, del ragtime e del pedal steel guitar; l’amore per il blues lo portava a un tocco spesso primitivo o istintivo dello strumento. Tra l’altro, Jerry non aveva l’ultima falange del dito medio destro, perso a quattro anni mentre tagliava la legna con suo fratello Clifford “Tiff”…

Un terzo aspetto importante della vita artistica di Garcia fu l’amore per la pittura. Iniziò a lavorare con colori e pennelli da bambino, per poi perfezionarsi alla San Francisco Art Institute. Negli ultimi anni della sua vita si avvicinò anche all’uso delle moderne tecnologie (il PowerBook). Jerry ha creato circa cinquecento opere tra il 1985 e il 1995, usando acquerelli, matite, inchiostro e strumenti informatici e multimediali. L’energia che traspare dai suoi disegni è contenuta nel tratto, nei colori e nei soggetti. L’iconografia dei Dead sta tutta in due simboli: la rosa (usata spessissimo e in vari contesti) e il teschio con un fulmine sopra (il vero e proprio logo del gruppo): tutte fascinazioni vicine alla sensibilità esoterica del musicista. E come non citare il palindromico (quanto impronunciabile) album “AOXOMOXOA” del 1969? Un disco leggendario le cui canzoni fanno parte di un ciclo, tutte collegate tra loro, senza mostrare in realtà il loro significato. Un nome, inoltre, che può essere spezzato in tre parti: AO, X, OM. Ecco quindi l’AO che sta per Alfa ed Omega (il principio e la fine); la X, che può simboleggiare il simbolo matematico del tempo, o la croce cristiana, o un semplice intermezzo tra le altre due parti e, non ultimo, l’incognita; e infine OM, che è un simbolo sacro del Buddismo, dei mantra, della meditazione. Erano questi elementi che facevano grandi i Grateful Dead: il mistero, la tradizione, la sperimentazione, la melodia, la rabbia, la psichedelìa e i traditional. Tutti assieme, mescolati nelle giuste dosi, ci hanno regalato questa immortale quanto ancora sottovalutata band, nella quale militava questo tranquillo, divertente e un po’ matto chitarrista.

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