Grateful Dead e Jerry Garcia

Il 1969 fu l’anno di Woodstock, della protesta di Praga, della rivolta di Stonewall, della morte di Brian Jones dei Rolling Stones e della strage di Piazza Fontana. E fu l’anno in cui uscì il disco “Live/Dead” dei Grateful Dead (registrato all’Avalon Ballroom e al Fillmore West di San Francisco). Nel pieno della generazione dei figli dei fiori, questo disco di rock psichedelico dal vivo è una grande testimonianza, ma dall’altro lato solo una parte, del genio creativo di Jerry Garcia, chitarra, voce e banjo dei Grateful Dead.

Jerry Garcia nasce, come Jerome John Garcia, nel 1942 a San Francisco. Fu chitarrista, compositore, cantante, pittore, in una sola parola artista, gran cerimoniere del sogno della Summer Of Love. È grazie alla sua sensibilità che i Grateful Dead riescono a dar vita a una musica così potente ed evocativa, costruita su una solida base di Blues, derivato dal Bluegrass che egli tanto amò. Questo barbuto e occhialuto musicista non ebbe mai paura di sperimentare con i linguaggi musicali del passato e del presente, padroneggiando Blues, Psichedelìa e attitudine rock… Soprattutto dal vivo, dove il gruppo si presentava nella sua migliore veste.

La band inizia la sua storia live nei concerti-happening, detti Acid Test, di Ken Kesey, durante i quali musicisti, poeti, Hell’s Angels e pubblico sperimentavano droghe sintetiche (LSD, tra tutte) per l’espansione della creatività e della percezione (“l’acido ha trasformato completamente la mia consapevolezza individuale” disse Garcia, conosciuto anche sotto il nome di Capitain Trips). I concerti dei Grateful Dead, infatti, sono eventi, esperienze uniche e irripetibili in cui regna l’improvvisazione, la magia dell’imprevisto e della meraviglia. L’entourage del gruppo nella seconda metà degli anni ’60 è ricordato come una vera e propria comune hippie, con tanto di domicilio a San Francisco (la patria della controcultura americana e della rivoluzione psichedelica). La California fricchettona aveva il suo punto di riferimento proprio nei Dead, dove, assieme a Jerry, militavano Bob Weir (chitarra), Phil Lesh (basso), Tom Constanten (tastiere), Bill Kreutzmann (percussioni), Mickey Hart (batteria), Ron “Pigpen” Meckernan (voce e organo), che pesava appena 45 chili quando morì alcolizzato nel 1973 a soli 27 anni, e a volte, tante altre persone della comune (uno per tutti, il paroliere Robert Hunter). Questo doppio disco dal vivo, rappresenta la summa di tutto ciò che erano i Dead in quel momento dal vivo: lunghissime canzoni visionarie (l’acidissima“Dark Star”, in apertura, dura 23 minuti), pura psichedelìa, il country (“Saint Stephen”, l’unico brano ripreso da un lavoro precedente), percussioni latine (“The Eleven”), postmoderne sperimentazioni di contaminazione (“Turn On Your Love Light”), blues tetro (“Death Don’t Have No Mercy”), rumoristica (“Feedback”, e come intitolarla sennò…) e tradizione (“And We Bid You Goodnight”). Il tutto in queste meravigliose sette tracce.

E, per chi volesse vedere un Jerry Garcia d’eccezione, nel film di “Woodstock” (ovviamente, quello del 1969), c’è uno spezzone in cui il musicista mostra una canna e borbotta: “Marijuana, reperto A”, con quella faccia bonacciona, dietro gli occhiali e la barba, come fosse un fratello maggiore cui in fondo non puoi non voler bene. Il momento d’oro del gruppo restano comunque gli anni ’60, visto che seguiranno poi, negli anni ’70, dei dischi che lasciano perplessi (“Grateful Dead From The Mars Hotel”, “Blues For Allah”, “Terrapin Station”, “Shakedown Street”), una preferenza per i concerti rispetto ai dischi negli anni ’80 (tra cui, i due ottimi doppi live, l’acustico “Reckoning” e “Dead Set”).

Nel gennaio 1985, Garcia viene arrestato al Golden Gate Park di San Francisco, per possesso di eroina, e nel luglio 1986 collassa per cinque giorni a causa dell’abuso di stupefacenti, dopo 15 mesi d’intensa cura disintossicante, rischiando la morte per coma diabetico. Finalmente nel 1987 il gruppo torna in studio per un ottimo disco, “In The Dark”. È di questo periodo la collaborazione con Bob Dylan, una delle più grandi ispirazioni del gruppo californiano insieme ai Beatles, di cui si fanno gruppo spalla. Garcia è coinvolto in un gran numero di partecipazioni con altre band: il live “Almost Acoustic” della Jerry Garcia Acoustic Band e “Jerry Garcia Band”, che contiene cover di Beatles, il già citato Bob Dylan e The Band.

Il 9 Agosto 1995, a causa di un attacco cardiaco, Jerry muore, ponendo fine alla storia dei Grateful Dead. Jerry lascia un’enorme quantità di inediti, e un piccolo (ma molto remunerativo) impero di abbigliamento e oggettistica con il marchio dei Dead. I Grateful Dead, inoltre, hanno lasciato moltissimi dischi postumi, tra bootleg, live, improvvisazioni, come testimonia l’imponente collana dei “Dick’s Picks” (17 volumi pubblicati tra il 1993 e il 2000). Il Garcia musicista, inoltre, ha la compagnia del Garcia chitarrista, musicista eclettico e creativo, che non teme di sperimentare con chitarre ed effetti speciali, restando sempre al passo coi tempi, anche dal punto di vista tecnologico (l’uso del Guitar Synth negli anni ’90, contrapposto ai primi esperimenti con il Wah negli anni ’60). La sua cultura folk ne faceva un maestro del Fingerpicking, del ragtime e del pedal steel guitar; l’amore per il Blues lo portava a un tocco spesso primitivo o istintivo dello strumento. Tra l’altro, Jerry non aveva l’ultima falange del dito medio destro, perso a 4 anni mentre tagliava la legna con suo fratello Clifford “Tiff”.

Un terzo aspetto di Garcia fu l’amore per la pittura. Iniziò a lavorare con colori e pennelli da bambino, per poi perfezionarsi alla San Francisco Art Institute. Negli ultimi anni della sua vita si avvicinò anche all’uso delle moderne tecnologie (il PowerBook). Jerry ha creato circa 500 opere tra il 1985 e il 1995, usando acquerelli, matite, inchiostro e strumenti informatici e multimediali. L’energia che traspare dai suoi disegni è contenuta nel tratto, nei colori e nei soggetti. L’iconografia dei Dead sta tutta in due simboli: la rosa (usata spessissimo e in vari contesti) e il teschio con un fulmine sopra (il vero e proprio logo del gruppo): tutte fascinazioni vicine alla sensibilità del musicista. E come non citare il palindromico (quanto impronunciabile) album “AOXOMOXOA” del 1969? Un ottimo disco le cui canzoni fanno parte di un ciclo, tutte collegate tra loro, senza mostrare in realtà il loro significato. Un nome, inoltre, che può essere spezzato in tre parti: AO, X, OM. Ecco quindi l’AO che sta per Alfa ed Omega (il principio e la fine); la X, che può simboleggiare il simbolo matematico del tempo, o la croce cristiana, o un semplice intermezzo tra le altre due parti e, non ultimo, l’incognita; e infine OM, che è un simbolo sacro del Buddismo, dei mantra, della meditazione. Erano questi elementi che facevano grandi i Grateful Dead: il mistero, la tradizione, la sperimentazione, la melodia, la rabbia, la psichedelìa e i traditional. Tutti assieme, mescolati nelle giuste dosi, ci hanno regalato questa immortale quanto ancora sottovalutata band, nella quale militava questo tranquillo, divertente e un po’ matto chitarrista.

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