Freudom: come il pop italiano si è liberato dal principio di autorità

Mentre “Occidentali’s Karma” di Francesco Gabbani (vincitore del Festival di Sanremo 2017) sta per toccare quota cento milioni di visualizzazioni su YouTube, l’intellighetia critica musicale italiana si preoccupa di tutt’altro, concentrandosi su storie lontanissime e differenti contesti argomentativi, preferibilmente stranieri (la poetica di Kendrick Lamar, l’intimismo trendy di Father John Misty, il lutto di Mount Eerie…). Ed è giusto così, perché viviamo in un’epoca di complesse interazioni, ciniche passioni e proiezioni falsate tra sfere culturali opportunisticamente arrese alla relativizzazione del principio di verità, dove tutto è accettabile e giusticabile come accidente estrapolato da un’unità indifferenziata di valori senza valore. Ciononostante, anche chi si tiene al riparo dagli effetti e dagli umori culturali del pop nazionale avrà avuto modo di saggiare la nascita di un nuovo gusto tutto nostrano per la compiaciuta leggerezza e la demistificazione dell’autorità culturale, una sorta di ribellione ignorante orgogliosa della propria sbarazzina superficialità citazionistica. Gabbani, con la sua scimmia nuda morrisiana, è solo il caso più eclatante e più premiato. Tanti altri cantanti italiani stanno tentando la via del populismo culturale e dello spericolato e indiscriminato e incoerente utilizzo di materiale sprappato o scippato dalla conoscenza più alta. Oggi le canzoncine pop che vengono consumate voracemente o distrattamente da palati più o meno raffinati ambiscono a citare due o tre concetti di livello, e mirano più o meno consapevolmente a sdoganare l’antiaccademismo e l’antielitarismo culturale. Colpa di Google? La mensa dell’industria discografica offre banchetti luculliani e strizza l’occhio alla commistione totale dei sapori. Vuole che tutti consumino e si consumino nel consumo,  assecondando uno sciocco paradigma retorico che intende la vita solo dove c’è musica.

Il Novecento è stato il secolo delle avanguardie che hanno voluto ridonare serietà e importanza morale alla produzione artistica, in ogni suo campo e derivazione estetica, dalla sperimentazione al commerciale, dall’elitario al popolare… Le contaminazioni dell’arte con la conoscenza filosofica e scientifica e con la sapienza  accademica sono sempre esistite, e hanno assecondato per lungo tempo un ordine gerarchico ed epistemologico intoccabile: la scienza crea e distingue le nuove idee, da cui poi l’arte si lascia ispirare per cercare di sviluppare nuove forme di rappresentazione. Tale ordine è stato attaccato proprio dalle avanguardie artistiche, ma sempre nel rispetto e nella coscienza di un limite di inferiorità oltre il quale non si poteva andare, se non per aggiornare la validità del principio di autorità di certi concetti di cultura alla luce dei progressi filosofici e scientifici della modernità. I grandi artisti citavano le opere immortali del passato, le supreme idee della filosofia e le più sottili suggestioni teoriche dell’ingegno umano, ma sempre nel rispetto e nella celebrazione di un primato, quello della conoscenza accademica e contestualmente strutturata, dunque concettualmente matura e culturalmente superiore. Funzionava così: il musicista poteva rifarsi velatamente a Marx o Heidegger, poteva citare Sofocle, ma solo se, in coscienza, riusciva ad ammettere di conoscere la filosofia dell’Ottocento e del Novecento, l’intero corpus delle tragedie sofoclee, la grammatica del greco antico e buona parte della letteratura ellenica. A quel punto ci si aspettava dall’artista che sapesse inserire quel riferimento in una nuova narrazione adeguata e logicamente pertinente. Altrimenti era meglio lasciar perdere per non essere tacciati di ignoranza e superficialità. Ma poi, con il crollo dei valori di oggettività, veridicità, razionalità e onestà intellettuale, tutto quel sapere elitario, specialistico, esoterico ed enciclopedico ci è piombato addosso, e ci siamo sentiti liberi di raccoglierne pezzi a caso e a nostro piacimento, senza rispetto, ritegno o timore reverenziale.  Insomma, molti di noi si sono trovati impergolati in discussioni banali che sono state poi risolte facendo leva su un “ma lo dice Nietzsche” o un “come disse Lucrezio…”, cioè consegnando la risposta a un interrogativo mediante l’ingiustificata e inopportuns citazione di una frase ricontestualizzata esclusivamente dalle circostanze di impiego. In altri termini, parliamo della quotidianità del reimpiego della cultura come citazione, del trionfo del ritardatario e ritardato postmodernismo, come abitudine che si consuma anche nei commenti sui social media. Proprio come una nuova forma di colonialismo culturale o attualizzazione del passato facilmente adoperabile e immediatamente disponibile grazie all’immenso patrimonio di dati parziali e copiabili/incollabili del web.

I primi due decenni di questo nostro secolo, quello del nuovo Millennio, sono stati caratterizzati dalla progressiva e reattiva risposta dei prodotti dell’industria musicale al vecchio accademismo culturale che tarpava le ali alla cultura delle masse. Se Rino Gaetano ebbe il merito di designificare l’apporto castrante della psicologia freudiana in “Mio Fratello è Figlio Unico”, quanto messo in rima da Nek con il featuring di J -Ax in “Freud” è la risposta cantata a mo’ di canzonetta di un antico e bassissimo luogo comune di discredito sulle conquiste della disciplina psichiatrica e psicologica: una filastrocca che riduce i luminari della ragione e gli eroi del sospetto a sillabe vacue e giocose da intonare senza coscienza. Le associazioni tra alto e basso possono essere dunque infinite e tutti i mostri sacri del pensiero possono essere sfruttati, maltrattati e abusati dal testo idiota di una canzoncina da centro commerciale… Sia chiaro: il postmodernismo, con la sua critica dell’oggettività e del concetto di autorità, ha solo marginalmente a che fare con tale deriva che definiremo oltre-postmoderna. Anche Franco Battiato giocava con il senso e il non senso di riferimenti elevati, decontestualizzandoli e isolandoli come icone mobili associabili a scarti popolari e sentenze consumistiche, ma nella sua poetica esprimeva una volontà di demistificazione e di rispettosa rivoluzione semantica finalizzata a un traguardo estetico trasversalmente didascalico, una forma di creatività del tutto assente nel nuovo corso di canzonette pop congestionate di slogan, titoli, riferimenti e citazioni sine causa.

Proprio J-Ax (quello che nel duetto con Nek osa cantare “… Ho capito che in questa materia al posto di neutroni e protoni ci sono visioni, emozioni ed ormoni… Freud è uno di noi…”) il designato porta bandiera di questa rivoluzione culturale. Con Fedez gira l’Italia a suon di “Comunisti col Rolex”, facendo dei luoghi comuni del revisionismo storico, dell’alternativa all’alternativa e della critica del costume il vessillo da spiattellare a un pubblico che assimila smozzicati contenuti culturali meglio che una lectio di Benigni su un canto dantesco qualsiasi. In effetti, già Agostino d’Ippona insisteva sul carattere fortemente didattico della musica come strumento di assimilazione culturale… Quindi, non c’è testo scritto che tenga se non un testo cantato.

In breve, finalmente l’industria culturale, attraverso i suoi prodotti, riesce a farsi beffa di chi l’aveva messa alla berlina: gli intellettuali non avevano per nulla considerato che un giorno non molto lontano si sarebbe consumata la vendetta dei papaveri e delle papere e delle casette piccoline in Canadà. Non c’è più nessuno che osi o voglia prendere le difese di queste autorità del pensiero ma, chi più chi meno, tutti le utilizzano a nostro vantaggio, piegando i grandi nomi e le grandi idee al momento specifico,  allo squallore dell’esigenza consumistica, tralasciandone dunque tutta la portata universale, il senso critico e la caratura ideologica. Nessuno vuole davvero conoscere le teorie di Freud, perché, in definitiva, è meglio canticchiarle.

«Nulla è vero, tutto è permesso»

Autore dell'articolo: Antonio Mastrogiacomo

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