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Fondamenti No Wave

Definiamo no wave quella corrente musicale ultraunderground esplosa negli Stati Uniti nella seconda metà degli anni ’70. L’origine del termine resta ancora misteriosa… Secondo alcuni il nome deriva dalla rivista d’avanguardia No, diffusa prima in California poi a New York in epoca punk, o dall’ossimorica assonanza tra “no” e “new”. Per tutti gli altri, ovvero secondo l’accezione più comune, la definizione deriva dalla famigerata compilation del 1978 “No New York”, pubblicata dalla Antilles Records e registrata presso i Big Apple Studio. Senza dubbio la storia del sottogenere è indissolubilmente legata alla New York malata e in crisi economica della metà degli anni ’70 e al disperato nichilismo culturale dell’underground metropolitano sviluppatosi tra la Tribeca, il West Village e il Greenwich Village, all’ombra di gallerie d’arte, sale concerti e teatri occupati.

Gli interpreti principali della no wave sono quegli artisti disillusi e disoccupati che da tutta la provincia americana migrano nella Grande Mela alla ricerca di stimoli e vita artistica: grotteschi bohemien, poeti in delirio paranoico, fedeli adoratori dell’eroina, mistici in decomposizione del fenomeno hippie, registi e attori di teatro off off, artisti situazionisti, punk ante-litteram e trimalcionici reietti della società che si aggirano, senza posa e senza meta, su e giù per Manhattan.

repYYfmO0i2Wj9BCon l’avvento e la precoce fine del fenomeno punk, climax urgente e fragile quanto definitivo e abrasivo, le etichette e i locali indipendenti vengono derubati dalle major di tutti i loro campioni… È il destino di Ramones, Patti Smith, Televison, Richard Hell e Blondie. Sembra davvero facile farsi un nome e procurarsi ingaggi, così come esprimersi e sperimentare, nonostante l’inadeguatezza tecnica e lo scarso professionismo. Ed è così che la nutrita schiera di artisti nullafacenti della città imbraccia chitarre e microfoni per dare vita a un nuovo corso avant-rock, poi denominato “no wave”. La volontà taciuta è quella di poter colmare quel vuoto lasciato dai musicisti della scena del CBGB (locale punk rock newyorkese simbolo della rivoluzione del ’77) con una nuova forma di non-musica in grado di estremizzare i risultati già raggiunti e ricollegare l’espressione musicale a istanze provocatorie, artistiche e riottose. Dal punk questi nuovi artisti (quasi tutti provenienti da altre esperienze estetiche come fotografia, pittura, recitazione o letteratura) imparano prima di tutto l’urgenza del “no future” e la poetica dilettantesca del tre accordi e via… Non c’è bisogno di saper suonare uno strumento, né tantomeno è necessario un progetto artistico: conta lo slancio, l’essenza, qui votata interamente all’estrinsecazione d’instabilità, paranoia e nichilismo suburbano. Nel giro di pochi mesi nascono gruppi rumorosissimi e sperimentali, sfregiatori della forma canzone e del suono pulito, anarchici e dadaisti, contaminatori di generi e suggestioni che sognano di far rinascere lo spirito hipster e stupefacente della New York degli anni ’50 (quella dell’hard bop e della nascita del rock ‘n roll) e di fine anni ’60 (le rivolte gay-lesbiche delle Stonewall In, la sbornia libertaria della primissima disco music, la provocazione del glam…).

Nella produzione no wave convivono atmosfere punk-rock, rockabilly (la rivalutazione di Chuck Berry è uno dei cardini del movimento), psichedeliche, kraute, funk, free jazz, blues e colte (la downtown music di La Morte Young e la performance art di Laurie Anderson). Il denominatore comune è il caos, la cruenta libertà poetica che distrugge e ricompone, confonde e intorbidisce, sospende e aggredisce, senza sosta e senza ragione. Una potenza primitiva e sensuale s’insinua nel suono ruvido e aggressivo dei gruppi newyorkesi: nulla è concesso alla comunicabilità o al risultato commerciale; si suona per colpire e scandalizzare, per sfogare disagio e angoscia. Tra gli eroi di questa stagione brillano i Theoretical Girls del rumorista Glenn Branca, i cupi Suicide (duo elettronico nato all’inizio degli anni ’70), i The Ordinaries, la reginetta Lydia Lunch (poetessa, attrice e musicista dalla veneranda carriera underground, collaboratrice negli anni di Sonic Youth, Nick Cave e Einstrzende Neubauten), il padrino James Chance (aka James White), i Mars, i DNA, i Teenage Jesus & The Jerks, Alan Vega (con e senza i già citati Suicide) e il maestro Rhys Chatham (anche proveniente dalla generazione della downtown music – la musica noise sperimentale promossa dal movimento Fluxus di John Cale e Yoko Ono).

La storia parla di un festival improvvisato all’Artists Space (una galleria dalle parti di Soho). È il maggio del 1978, e la gente continua a interessarsi ai gruppi punk. Il venerdì suonano due band molto rumorose: i DNA e i The Contorsions. Il sabato tocca ai Mars e ai Teenage Jesus and the Jerks. Tra il pubblico c’è anche Brian Eno, in città per registrare un disco dei Talking Heads. Quella musica così estrema, tutta protesa verso l’atonalità e i contrasti, gli piace e lo incuriosisce. Per questo decide di addentrarsi in questo infuocato underground e innamoratosene si attrezza per compilare in poco tempo, per l’Antilles Recods, la raccolta “No New York”. Non una semplice compilation: i pezzi sono tutti riarrangiati e risuonati per l’occasione, anche perché nessuno dei gruppi in questione aveva prodotto qualcosa di “ufficiale”… La registrazione dei brani avviene in totale presa diretta. Partecipano però solo quattro band (i Mars, i DNA di Arto Lindsay, i Teenage Jesus, con Lydia Lunch alla voce e alla chitarra, e i Contorsions) con quattro brani ciascuna. L’operazione suscita, naturalmente, il malcontento dei moltissimi gruppi esclusi dal manifesto… Molti musicisti accusano Eno di aver voluto in qualche modo definire l’indefinibile, dando sistemazione e un suono comune a band che per loro natura rifiutavano confini e coordinate interpretative. Rosicavano o avevano ragione di protestare? Di sicuro Brian Eno si comporta da produttore artistico e da sistematore. Insiste sugli accenti più “black” del fenomeno (c’è molto funk nei pezzi pubblicati, influenze chiare di James Brown e Sly and The Family Stone), mettendo in primo piano sax e ritmiche sincopate, suggerisce di lasciare da parte gli esperimenti elettronici e di focalizzare il sound sull’impatto rock. La raccolta ha comunque un valore storico fondamentale, come unico documento originale che fotografa la scena nel pieno del suo essere.Tra tutti i brani il più importante, o quantomeno rilevante per lo sviluppo successivo dello stile chiamato no wave, appare “Helen Fordsdale” dei Mars: giro di basso cupo e ottuso, batteria serrata ma imprevedibile e chitarra viziata che incendia l’aria e insegue la pura dissonanza con effetti spaziali e demenziali.

Negli anni immediatamente successivi alla pubblicazione di “No New York” il movimento cresce con i Theoretical Girls e poi i The Static di Glenn Branca (un trio messo su con Barbara Ess e Christine Hahn), il supergruppo arty Grey, formato dall’artista-graffitista John Michael Basquiat e dall’attore Vincent Gallo (presenti sulla colonna sonora del film Downtown 81), con le Ut, il violinista Boris Policeband, i Red Transistor di Rudolph Grey, gli Youth in Asia di Taro Suzuki e altre misconosciute band di poeti e artisti visuali che gridano il loro disagio accompagnandosi a chitarre scordate e saltando su ritmi traballanti. All’inizio degli anni ’80 l’influenza del verbo no wave si estende in tutti gli Stati Uniti, raggiungendo la provincia con gli Half Japanese, poi uniformarsi nel nuovo noise-rock di Sonic Youth, Blonde Redhead (che prendono il nome da una canzone dei DNA), Pussy Galore e Swans o nel post-punk dei The Fall. Negli anni ’90 è ancora possibile parlare di no wave grazie ai lavori lo-fi e ultra indipendenti di Lake of Dracula e gli Harry Pussy… Quando nel 2006 l’opera compilativa di Eno sarà rimasterizzata tutta una nuova generazione di musicisti (Liars, Erase Errata) si affezionerà al genere-non genere della no wave, a distanza di decenni, ancora fresco e dirompente, fulgida rappresentazione di nichilismo creativo e rivolta entropica che rifiuta ogni compromesso mainstream e melodico. Come a ribadire che l’unica possibile salvezza del rock è nella sua estremizzazione iconoclasta e suicida.

Discografia consigliata

A.a. V.v. – “No New York”, Antilles, 1978-2006 (ristampa)

A.a. V.v. – “New York Noise”, Soul Jazz, 2003

A.a. V.v. – “Downtown 81 Soundtrack”, Virgin, 1981- 2007 (r.)

Mars – “Mars LP: The Complete Studio Recordings, NYC 1977-1978”, No More, 2003-2008

James White & The Blacks – “Off White”, ZE-Buddah, 1979

James Chance – “Molotov Cocktail Lounge”, Enemy Records,  1996

Lydia Lunch – “Queen of Siam”, ZE, 1979

Big Sexy Noise (Lydia Lunch) – “Big Sexy Noise”, Sartorial Records 2009

The Contorsions – “Buy”, ZE-Arista,  1979

Ut – “Early Live Life”, Blast First, 1986

Vincent Gallo – “When”, Warp, 2001

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