Fenomenologia della Mooseca!

Per chi, come me, ha vissuto il quiz musicale e televisivo Sarabanda da settenne, Enrico Papi è un ricordo sbiadito e un po’ imbarazzato di un personaggio occhialuto dalla simpatia sospetta, cioè poco credibile. Uno che si impegnava per sembrare allegro, proprio come fanno certi vecchi zii, che uno poi finge di non conoscere, o quei compagni di classe marchiati dalla sfiga, che provano in tutti i modi (i più molesti e inopportuni) a farsi accettare dagli altri. Tale immagine è rimasta tutto sommato intatta anche dopo la partecipazione dello showman al video di “Tutto molto interessante”, tormentone trash-electro-pop firmato dalla webstar Fabio Rovazzi: in quell’occasione, Papi conduceva il ruolo del censore facendo finta di suonare una tromba ogni volta che Rovazzi inseriva nella canzone la parola “ca**”. Al posto degli asterischi c’erano le fanta-note di Enrico Papi, cabarettista scoperto da Magalli, curatore di rubriche per Unomattina, giornalista specializzato in gossip, paparazzo, telepromotore e dal 1997 al 2004 presentatore del quiz campione d’ascolti Sarabanda.

Ma cosa c’entra Rovazzi con Papi? Molto, cioè tutto in termini di fondamento estetico e logica d’azione. Partiamo da un assioma: “Tutto molto interessante” non era che un preludio a quella che vuole – e malauguratamente potrebbe – essere una delle hit dell’estate 2017: “Mooseca”, il primo singolo ufficiale di Enrico Papi, ora anche cantante.

Partiamo dalle cause: Fabio Rovazzi è un videomaker e youtuber milanese esploso sui social nel 2015 con video demenziali inseribili nel filone della comicità parodistica e satirica da condivisione. Uno che sa accordarsi al limite umoristico e critico delle masse, lavorando su prospettive di ironia e invettiva molto strette e poco agili e, per questo, massimamente inglobanti. Il suo campo di indagine è la vita esteriore dei suoi coetanei (i nati negli anni ’90) e le sue denunce si concentrano sull’apparenza, ossia sugli atteggiamenti dominanti in cui tutti possono specchiarsi ma che nessuno poi riconosce come termini identificativi di condanna della propria natura o della propria cultura. Sobillato da Fedez e J-Ax (sistematori ufficiali della poetica della critica trasparente, dura nei toni ma leggerissima nella sostanza e così generalizzata o qualunquista da captare l’umore medio del disagio senza perdere contatto con il fine di svago e pantomima necessario al godimento immediato) Rovazzi ha raccontato in “Andiamo a comandare”, la prima hit del 2016, la sua generazione. Lo ha fatto rivelando alcuni concetti primitivi e giocando su determinati tic verbali estrapolati dal web. Da qui arriva la formulazione di una sottile dinamica da geremiade sui comportamenti delle masse inquadrati come media e moda: mentire a se stessi e agli altri attraverso immagini artefatte ed espressioni innaturali di comunicazione; trascorrere troppo tempo al computer o con lo smartphone; costruirsi un’identità illusoria con selfie, frasi fatte, sogni superficiali e divertimenti stereotipati; lamentarsi del nulla; preoccuparsi solo di cose futili… La particolarità della proposta sta nel far apparire questa incerta cronaca come una critica della società mossa dall’interno: nel testo e nel video Rovazzi è al tempo stesso soggetto e oggetto dei sui attacchi e così facendo riesce a coinvolgere gli spettatori in una sorta di vlog esistenziale dagli effetti catartici.  Conduce il pubblico a una dimensione illusoriamente partecipativa, come se il Censore dei vizi contemporanei ammettesse il proprio peccato originale e fosse in grando di redimere l’ascoltatore complice o simpatizzante attraverso un rito mimetico di parodia e sdrammatizzazione condotto a tempo di EDM e Harlem shake.

Altra mossa importantissima per consolidare la propria carriera da interprete musicale è stata per Rovazzi collaborare con chiunque (di famoso o quasi famoso) e circondarsi di webstar, un elemento portato all’estremo con il video di “Volare” ma presente fin dall’esplosione di “Andiamo a comandare”… C’è ovviamente da considerare il fatto che molte delle personalità istituzionali della musica che partecipano ai suoi video sono ormai più celebri come utenti di social network che come musicisti. E perché sono tutti così contenti di apparire nei video di Rovazzi? Perché il do ut des conviene soprattutto a chi viene ospitato: Rovazzi guadagna piccole percentuali di curiosità e visibilità da ogni comparsa che partecipa ai suoi video, gli ospiti invece, collaborando con lui o con membri del suo entourage, ottengono un massimale di pubblicità in un campo, quello del web, di cui spesso non capiscono né dominano le dinamiche.

Chiariti questi principi possiamo tornare al punto iniziale. Tutte queste cose devono essere apparse interessanti, diverso tempo fa, anche a Enrico Papi, il quale, dopo un periodo di assenza dal piccolo schermo (un intervallo sabatico di rigenerazione morale e creativa, o un profondo declino)  ha deciso che conveniva ripresentarsi al pubblico come cantante, o meglio come webstar. Prima ci ha provato come concorrente dello show Tale e Quale, dove personaggi più o meno famosi giocano a imitare cantanti veramente famosi (Papi imitò con successo proprio Rovazzi, e da qui forse è nata la fascinazione e la corrispondenza di artistici fini tra i due soggetti), poi come hitmaker. Sulla scia della fortunata partecipazione al video di “Tutto molto interessante”, lo showman è entrato a gamba tesa nel mondo della musica con un inedito, pensato e gestito con l’ausilio di Danti, dei Two Fingerz, producer molto importante nella genesi e nello sviluppo dei successi di Fabio Rovazzi.

Dopo aver ascoltato e visto il video di “Mooseca – Trikke Trakke” (il titolo è la combinazione di alcune frasi che Papi ripeteva spesso nel corso di Sarabanda) non c’è molto da chiedersi né un contenuto da giudicare. Il brano è becero, come il più vacuo fenotipo di un genere limitato da troppe mediazioni. Eppure funziona: finalizza la propria prospettiva. Daniele “Danti” Lazzarin ha forse rinvenuto una nuova formuletta magica in grado di rivitalizzare il mainstream italiano? Il Millennial Whoop è pronto a lasciare spazio a questo nuovo modo di fare e condividere musica pop? Non ci interessa stabilire se in brani come “Tutto molto interessante” e “Mooseca” il suono sia un elemento essenziale o meramente accessorio alle immagini. Ormai quasi tutta la musica pop (da Beyoncé in giù) evolve in senso trasversale, cioè come contenuto audio programmaticamente associato a un video, a un’immagine. Non ci interessa neppure l’uso dozzinale o da greve speculazione che viene fatto di generi bastardi e transeunti come l’hip hop, la trap, l’EDM, e ancora, reggaton, big beat, dance pop, dubstep, moombahton, e di strumenti come il synth, l’auto-tune e la drum machine… Il punto della questione verte sulla potenzialità del filone demenziale e auto-parodistico che, come è già successo molte volte in contesto commerciale (in pittura, letteratura, musica e cinema), è solo manifestazione di un’insofferenza da parte del pubblico rispetto alla produzione tradizionale e artistica. La proposizione sintetica potrebbe suonare così: la musica pop contemporanea appare così insulsa, vecchia e noiosa che l’ascoltatore medio preferisce confrontarsi con un commediante che si improvvisa musicista rinunciando in partenza a ogni pretesa artistica e giocando con tutti i cliché e le bassezze del caso.

In “Mooseca”, effettivamente, Papi smette i panni da vecchio zio, da secchione e da grillo parlante mendace e impiccione per mostrarsi come un cinquantenne al passo (cioè sul pezzo), autoironico, furbo, giovanile e curato. Se non fosse per quel suo indimenticabile e inquietante sguardo spiritato da vipera insinuante, potremmo quasi riscoprirlo come un personaggio simpatico.

Dato che si gioca, non è possibile criticare le velleità dell’interprete. Il brano è stato “composto” in occasione dei vent’anni di Sarabanda (anche se sarebbe più giusto dire per il ritorno del quiz sugli schermi televisivi, dal momento che risulta inappropriato festeggiare il ventennio di un programma dimenticato, che sembrava morto e sepolto) e, in quest’ottica, la canzone trova anche una giustificazione formale e contestuale. Si tratta di pubblicità. Niente di più. Ci sono diversi momenti in cui Enrico Papi fa la parte dell’insicuro o del cosciente, confessando per esempio al vecchio nemico Vittorio Sgarbi (che è passato dal defecare davanti a Le Iene a fare la special guest di questo video) di sapere che “Mooseca” è solo una brutta e squallida canzonetta pop. Il presentatore spiega più volte, nel corso del testo, che si tratta di un’operazione di propaganda. Giustamente, Papi mira a un ricambio generazionale nel pubblico del suo show. E sa che solo provando la via del web e del virale è possibile stimolare lo share per il suo ritorno in tv.

E allora, dopo aver ammesso tutto questo, il passo successivo è seguire lo schema Rovazzi: criticare l’abuso di tecnologia (“Con la tecnologia diventi matto/Tu hai Shazam io l’uomo gatto”); suggerire spazi di confidenza e complicità con la propria generazione (quella della nostalgia, nello specifico degli anni ’90, che è un hot topic sui social); cedere alla cronaca di qualche episodio di vita quasi realistico… E così si esplica la parodia della parodia, che parodia era fino a un certo punto, attraverso uno schema rap che non ha più alcun legame con l’hip hop. E poi nel video ci sono le coreografie, più estese di quelle usate da Rovazzi (che riconduceva tutto a un solo gesto), ma comunque collegate a quegli specifici atteggiamenti e a delle precise pose già viste in “Andiamo a comandare” è “Tutto molto interessante”, che sottolineano il legame di continuità nell’esasperazione… Anche il testo di “Mooseca” è studiato per essere cantato con soddisfazione dall’uomo qualunque. Insiste sullo stile passivo-aggressivo (“Se dicessi ciò che penso sulla Repubblica/Tutto quello che penso/Su quello che la gente pubblica…”) promosso da Rovazzi, ma rinuncia alla retorica dell’ambiguità. La critica è consapevolmente strumentale e formale, così bassa e vaga, e così sospesa, da risultare quasi genuina.

Perché spendo tante parole per Papi? Tali pezzi sono degni di attenzione perché, pur superficialmente, penetrano nelle nostre vite e raccontano il nostro presente. Non come analisi, ma come effetti. Dal punto di vista tecnico ne sono affascinata. Orchestrare brani del genere è tutt’altro che semplice, dovendo fare attenzione a scegliere e sviluppare un beat pervasivo e ultracontemporaneo, tosto ma non troppo, comune ma non noto, e una musichetta orecchiabile alla quale abbinare rime che ripropongono il lessico medio con tutti i recentismi, i termini-chiave e gli slogan d’occasione. Frasi che hanno l’obbligo di “far riflettere” tutti, anche i subnormali, ma senza annoiare, e di criticare un mondo al di là del bene e del male, senza scadere nel moralismo e senza attirare o compiacere una nicchia sterile o un segmento fazioso e inutile di uditorio… Queste canzoni valgono per quanto e per come riescono ad abbracciare e sedurre la massa. Un popolo, che per quanto instupidito dalla tecnologia e dall’opportunismo, vuole comunque sentirsi compreso e, perché no, sentirsi partecipe. Di cosa, non si sa.

Ma ora, come dice Papi nella sua hit, “basta parlare!”.

Autore dell'articolo: Ambra Benvenuto

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Completa la seguente equazione (anti-spam) * Time limit is exhausted. Please reload CAPTCHA.