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Estasi dronica: la storia del drone

Per capire cos’è la drone music sarebbe necessario raccontare l’atavico bisogno umano di estasi, che la cultura, prima tribale e poi ufficiale, ha ricercato o indotto attraverso comportamenti rituali, pratiche spirituali e religiose, diete psicotrope e produzioni artistiche. Limitiamoci col dire che uno dei medium privilegiati attraverso cui l’uomo ha praticato la via dell’estasi (intesa come liberazione, come ex stasis, essere fuori, o comunione nell’essere superiore o invisibile delle cose) è stata la musica. Questo perché nessun’altra esperienza come quella musicale permette una trascendenza tanto diretta e semplice, nel superamento o la messa da parte del tempo e dei limiti reali della contingenza (nulla di particolarmente mistico: è un’esperienza che sperimentiamo quotidianamente, rifugiandoci nell’intimità di un Mp3 in metropolitana, o trascinati dai suoni coinvolgenti di discoteche e concerti…).

Non c’è nulla di più evidente di tale approccio: evidente per l’istinto, che ricerca suoni e impulsi ritmici per liberare la propria espressività, e per la ragione, che gode del momento estetico e concettuale dell’ascolto, sentendosi più vicina e più lontana da se stessa, cioè per distrarsi, incantarsi o sublimarsi. È la ripetizione, o meglio, la sospensione del suono (armonico o monofonico) ad accompagnarci con profitto nel domino dell’estatico… È questa la funzione (volgare) che rende affascinanti e pervasivi i ritornelli della musica pop e su tale dinamica si basa il senso del motivo, cioè del sistema ricorrente di suoni o contenuti espressivi, nella storia in generale, per ogni musica rituale o etnica.

Martellanti percussioni africane, rintocchi di campane e vibrazioni di erhu (delle specie di vielle a due corde) cinesi, ipnotici armonici pizzicati su sitar indiani, profonde tonalità sibilanti soffiate attraverso didgeridoo aborigeni, accenti impazziti su tamburelli da tarantella e salmodianti esicasmi vocali ortodossi: ogni musica folkloristica esprime la propria (sistematica, nel senso di voluta) estetica d’ossessione e ossessività, riprodotta attraverso l’incessante ripetizione di droni e oscillazioni sonore.

Il drone (bordone in accezione classica, ronzio nella vulgata critica) è quel suono, o quel rumore, sostenuto per più battute con la stessa frequenza, dilatato attraverso la reiterazione o l’intertonalità, volte all’estasi. Anche la musica classica conosce l’utilizzo di questa tecnica, con scopi ed esiti metafisici. Famosi e assai studiati sono, per esempio, i temi della Pastorale di Beethoven, delle interpretazioni vetero-ungheresi di Bartòk e del preludio dell’Oro del Reno (prima parte della trilogia dell’Anello dei Nibelunghi) di Wagner (dove un dolente e continuo Mi bemolle risuona dilatandosi per vari minuti)… In ognuno di questi casi l’effetto di sospensione od opacità armonica è naturalmente legato al senso del sublime, ma anche a un conato everviso, sperimentale, avanguardistico, come dimostrano con maggiore coscienza le innovazioni novecentesche relative al bordone di Edgard Varèse e i lavori di Leo Ornstein e Henry Cowell con il cluster, un gruppo di note vicine sulla tastiera suonate tutte insieme senza intervallo o pausa armonica.

Nel 1958 il compositore americano La Monte Young produce una composizione costruita intorno a pochi lunghissimi suoni e profondi silenzi intitolata Trio for Strings: nasce probabilmente qui l’intellettualizzazione del drone. L’anno seguente, l’italiano Scelsi, esasperando le intuizioni wagneriane, concepisce i suoi Quattro Pezzi su una Nota Sola, uno studio di ricerche microtonali fondamentale per la nascita di ciò sarà chiamata musica spettrale. In questo modo il sistema strategico del drone passa definitivamente dal folklore alla musica colta, ossia scritta, del XX secolo. La sua funzione principale è suggerire atmosfere arcane e irrisolte, smuovere istinti primitivi, rituali e atavici. Dall’altro lato, tale modalità di espressione è tipicamente distruttiva, provocatoria e avanguardistica: attraverso il “sostenuto” e il minimalismo esasperato del bordone s’intende superare la rigida forma poetica e armonica della composizione classica e sperimentare gli effetti ipnotici e incantati delle sonorità oscure e misteriose del passato indisponibile. Nel 1963, ancora La Morte Young mette insieme un gruppo di musicisti classici interessati alla musica sacra indiana, all’estetica medievale e al bordone (Tony Conrad, John Cale, Terry Jennings, Marian Zazeela e altri) per dar vita a un complesso di sperimentatori dronici chiamato Theatre of Eternal Music, e più tardi conosciuto come The Dream Syndicate. Nel 1966 il maestro Stockhausen suona un unico accordo di nona per più di un’ora nella liturgica Stimmung. Si è ormai giunti alla massima libertà tonale e l’assenza di variazioni diventa un gesto simbolo di questa emancipazione e significato.

È proprio Stockhausen, insieme alle fascinazioni mistico-orientali di matrice indiana care al movimento hippie, che suggerisce al rock psichedelico degli anni ’60 e ’70 l’uso del drone. I The Beatles (di cui sono noti gli interessi filo-indu di George Harrison, che studia e frequenta il famoso sitarista indiano Ravi Shankar, così come è famoso l’uso di tambura e delle tonalità morbose operato da Lennon in “Tomorrow Never Knows”) sono il primo gruppo di pop elettrico a sfiorare questa particolare estetica. Poi tocca ai Grateful Dead, pesantemente ispirati dal lavoro di artisti d’avanguardia legati al collettivo The Dream Syndacate, e ad altri sperimentatori psichedelici appassionati di musica etnica o di rumorismo. Nello stesso periodo, sul finire degli anni Sessanta, vengono fuori esecutori avant-etnici come Jung Hee Choi, compositori vicini alla poetica della downtown music (Phil Niblock, Rhys Chatham) e band di rock progressivo come i Gong, che intendono il bordone come un artificio tonale accessorio e cromatico, in grado di donare profondità e mistero al sound. In Germania gruppi krautrock come Tangerine Dreams, Can e Faust (che nel 1973 pubblicano con Tony Conrad il seminale “Outside the Dream Syndacate”) sperimentano suoni assillanti ed enfatizzati di vari secondi (o vari minuti), giocando con strumenti esotici (tabla, sitar, harmonium, tambure, hoshi, tamburi parlanti…), melodie liturgiche, organi, sintetizzatori, processi elettronici, nastri, repertori gagaku (musica storica imperiale giapponese, cara ai buddishisti e ai trascendentalisti) e feedback di chitarra rumorosa.

Dall’altra parte dell’oceano i The Velvet Underground già nel 1966 (anno della prima demo) incidono un brano puramente dronico intitolato “Loop”. Lou Reed e John Cale sono due musicisti colti, conoscono e frequentano le sperimentazioni di La Monte Young e Tony Conrad, e cercano una direzione psichedelica alternativa proprio attraverso l’uso del bordone e del minimalismo esasperato. Nel primo album con Nico registrano con solo due accordi l’ossessivo rock di “Heroin”, con una chitarra-ostrica (le cui corde sono tutte accordate in Re), una viola distorta e una cassa in battere fuori tempo. Lo stesso Cale produce, poi, il tumultuoso debutto degli The Stooges ai quali regala la sua straziante viola nel lungo mantra dronico “We Will Fall”. Entrambe queste prove, in realtà, per quanto dotate di un certo appeal artisticamente commerciale, restano per lo più ai margini delle tendenze inseguite da critica e pubblico.

Nel 1970 i Black Sabbath portano al successo, con il loro secondo album “Paranoid”, una musica cupa e intransigente, fatta di riff velocissimi o lentissimi, pesantemente distorti o dominati da tonalità basse e ripetizioni disarmoniche. L’iper-distorsione degli accordi e la reiterazione demoniaca riescono a provocare nell’ascoltatore stati di alterazione percettiva ed esperienze di autocompiacimento estatico di matrice nichilistica, molto lontani dalla poetica psichedelica allora in voga. Questa ricerca in ambito hard rock è promulgata da diverse band come i Blue Cheer e i Black Widow. È il cosiddetto lato oscuro della musica pop: una volontà di cattive vibrazioni, sempre più cupe e sepolcrali, probabilmente troppo in anticipo rispetto ai tempi. A fine anni ’70 Brian Eno con la sua ambient music porta il drone in territori meno minacciosi (o più innocui), utilizzando suoni continui e rilassanti in una rievocazione contemporanea della musique d’ameublement o musica da camera, che dir si voglia.

Negli anni ’90 saranno il metal prima e lo stoner poi a fare propria l’estetica del drone e a estremizzarne il senso. Gli Earth di Seattle sono i capofila di questo nuovo gusto declinato ai suoi livelli più spasimanti. Nati nel 1990 e tuttora attivi, continuano a sperimentare in contesto underground, senza riuscire a godere del successo che indubbiamente meritano. Molta della loro visibilità e della loro relativa fama dipende da motivi marginali quanto tragici (è il loro leader Dylan Carlson a vendere a Kurt Cobain il fucile che stroncherà la vita dell’eroe del grunge), ma il loro album “Earth 2”, edito nel 1993 dalla Sub Pop, resta un capolavoro del genere, dove ipersaturazione del suono, esplosione del volume e dilatazione di frequenze basse al limite dell’udibile si uniscono a suggestioni mistico-apocalittiche dal sapore iniziatico. Epigoni più fortunati degli Earth sono i Burning Witch, i Goatsnake, i giapponesi Corrupted, i neozelandesi Black Boned Angel, ma soprattutto i potentissimi Sunn 0))) (il loro nome è preso in prestito proprio dalla marca degli amplificatori usati da Carlson), band formata dall’ex Khanate e Buning Witch Stephen O’Malley e l’ex Goatsnake Greg Andersen, all’insegna dell’estremizzazione enfatica di elementi doom, black, ambient, psych e post-rock. Sempre in chiave post-rock importante è la ricerca degli americani This Will Destroy You, come quella dei più giovani Growing: band che rinnovano l’esperienza shoegaze appesantendola e corrompendola con approccio ambientale e noise, alla ricerca di approdi effettistici e timbrici sempre più corrotti e iconoclasti. Per quanto riguarda l’evoluzione del psych-rock, gli interpreti fondamentali del gusto drone sono i newyorkesi Double Leopards (che negli anni ’90 si dichiavano drone, in un periodo in cui nessuno sapeva o ricordava che cazzo volesse dire) e i giapponesi Boris.

Sul versante metal l’uso del drone appartiene soprattutto a formazioni doom come i Cathedral e ai già citati Khanate, al grind di Nepalm Death, Carcass e Naked City e al black metal più estremo, fatto di chitarre supercompresse ed esasperazione claustrofobica di suoni e spazi (ossia assenza di pause) cromatici. Molte formazioni black metal (principalmente della seconda ondata scandinava) riescono, più o meno consapevolmente, a raggiungere estremi risultati di estatica ossessività rituale, vicini, in un certo senso, al misticismo religioso o all’impatto dionisiaco delle musiche sacrali pagane. Dall’altro lato c’è un chiaro riferimento all’esperienza dark ambient, musica prodotta alla fine degli anni ’80 da tastieristi sperimentali come Jeff Greinke, Stefano Musso (aka Alio Die) e Lustmord, e negli anni ’90 dalla compagine gotica capeggiata dai francesi Dark Sanctuary e dalla scuola di musicisti ispirati da Eno come gli Stars of the Lid. Il black metal post-Mayhem cerca infatti di ampliare la propria risonanza evocativa e spirituale con innesti ambient sempre più marcati e un minimalismo tragico di inquietante persistenza. È il caso del lavoro di Darkthrone, Burzum, Nachtmystium ed Enslaved (eroi minori del folk-viking metal norvegese).

In ambito stoner rock è doveroso ricordare la breve e sfortunata avventura degli Sleep, formazione californiana di ascendenze sabbattiane, responsabile del semileggendario “Jerusalem” (un lentissimo e mastodontico raga elettrico disegnato da un riff di chitarra sostenuto per più di quaranta minuti). Sempre negli anni ’90, la ricerca noise dei Sonic Youth e degli Swans sfocia più volte nell’universo drone; e lo stesso accade, anche se in termini molto meno violenti e tempestosi, con la compagnine shoegaze britannica (Slowdive, My Bloody Valentine, The Jesus & Mary Chain…)

Soprattutto dopo il 2000, le possibilità elettroniche, la sperimentazione microtonale e il gusto trance e avanguardistico di certe produzioni post-techno e post-ambient spingono il genere drone al di là dell’amplificazione e della distorsione elettrica. Uno dei capiscuola della nuova corrente è il canadese Tim Hecker che, partendo dal glitch e dall’idm, riesce a creare un prototipo estetico elettronico dove l’ambient si contamina con droniche interferenze noise e manipolazioni tonali vicine alla sperimentazione shoegaze. Sulla stessa linea si muovono il produttore minimalista Ben Frost, gli Autechre (soprattutto attraverso il side-project denominato Gescom), il norvegese Bioshere, lo svedese Leif Elggren, gli americani If Thousands, il compositore Kyle Bobby Dunn e lo sperimentatore ambient William Basinski.

Con la riscoperta della world music e la ristampa di diverso materiale etnico da parte di etichette specializzate è oggi possibile ritornare all’essenza più primitiva o verace dell’estetica drone: pura psichedelica ante litteram, dov’è facile ed entusiasmante perdersi o ritrovarsi. Tra le diverse gemme scoperte o riscoperte da questo fenomeno positivo di globalizzazione è il caso di citare la musica di devozione Hare Krisnha, suonata dalle speciali conchiglie dakshinavarti shankh sri-lankesi o dalle rudre-vene indiane; bisognebbe poi perdere almeno un paio d’ore della propria vita sulle ricerche dell’antropologo Mohammad-Taghi Massoudieh sull’antica musica rituale persiana; assai tossiche ed estatiche suonano anche le melodie dei flauti sacri della tradizione della Papa Nuova Guinea e i gorgheggi sufi di Kalaam; valgono di certo un approfondimento il rock berbero e la musica gnawa del Nord Africa; poi c’è da confrontarsi con la riscoperta della taranta e della tarantella del Sud Italia (unitamente al recupero della zampogna, vero must per ogni ricercatore dronico!); infine è proprio necessario entrare in confidenza con i flauti e le arpe etiopi rilanciate dal jazz di Mulatu Astatke etc etc. L’estasi è ovunque. Basta aprire le orecchie.

Discografia Essenziale

Giacinto Scelsi – Quattro Pezzi Su Una Nota Sola

Faust & Tony Conrad – Outside The Dream Syndacate

Ravi Shankar – Portrait of Genius

Blue Cheer – Vincebus Ereptum

Black Sabbath – Paranoid

Earth – Earth 2: Special Low-Frequency Version

Burzum – Filosofem

Sunn O))) – White I

Boris – Pink

Merzbow + Boris – Sun Bake O Snow Cave

Nadja – Corrasion

Tim Hecker – Radio Amor

2 comments

1 ping

  1. Franza

    ciao jarguna,
    certo che puoi. ci farebbe piacere che poi ci mandassi il link del tuo articolo.

  2. Marco Billi in arte jarguna

    Salve
    Volevo fare i complimenti per lo splendido commento sulla descrizione del Drone. Vorrei con il vostro permesso estrapolare la prima parte e pubblicarla sul mio sito e aggiungere il link per proseguire sul vostro indirizzo il resto della descrizione.

    Mille grazie

    Marco

  1. Glossario: Drone (Bordone) « otolab didattica

    […] “Il drone (bordone in accezione classica) è quel suono, o quel rumore, sostenuto per più battute con la stessa frequenza, dilatato attraverso la reiterazione o l’intertonalità, volte all’estasi” (da Music Addiction, con un interessante articolo sull’uso del drone nella storia: “Estasi dronica: la storia del dr…“). […]

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