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Disco Music e il culto di Larry Levan

Tra tutte le forme di musica pop, quella che più di ogni altra è stata oggetto di discriminazioni e pregiudizi da parte di chi ricerca nella musica elementi avanguardistici è sicuramente la Disco Music. Peter Shapiro, giornalista della rivista musicale inglese The Wire, ha notato come ciò che rimane oggi della scena disco metà anni ’70 sia solamente un insieme di stereotipi kitsch: motivetti orecchiabili e camicie sintetiche in poliestere, da sfoderare durante festicciole natalizie.

Non è un mistero: i dieci anni di splendore della disco music (1973-1983), probabilmente tra i più creativi degli ultimi cinquant’anni in ambito popolare, sono stati spesso trascurati da critici e pubblico, tanto da attribuire alle bizzarrie e alla genialità dei brani ballabili dell’epoca lo stesso valore artistico di futili composizioni synth-pop di gruppi come Culture Club o Yazoo (paragone che ovviamente non sta né in cielo né in terra, sia sotto il profilo sonoro che concettuale, dal momento che la disco-music non ha mai coltivato lo stesso culto della personalità della musica rock e di personaggi pop come Boy George). La disco-music è un fenomeno principalmente legato alle scene delle discoteche e all’innovazione del formato in vinile 12 pollici. Un genere di musica creato con il dancefloor in mente.

È generalmente distinta in due filoni: la disco 1.0, che affonda le proprie radici nel soul e nel funk, legata alla prima metà degli anni ’70; la disco 2.0, di fine anni ’70, incarnazione della cultura edonistica dei club gay. Altro stereotipo è appunto associare la disco-music all’omosessualità. Questo collegamento è in parte forzato e pregiudiziale. La musica disco non è mai stata musica per omosessuali, piuttosto ha rappresentato il genere che più d’ogni altro ha avuto personaggi omosessuali di rilievo al suo interno: Sylvester, Giorgio Moroder, Patrick Cowley, etc…

Sinonimo di gay e non solo nella scena disco era la parola queer, che non indicava il mero genere sessuale del soggetto, ma comprendeva tutte le “sessualità alternative”, come gay, lesbiche, travestiti, transessuali e bisessuali, attribuendo loro un certo senso d’appartenenza e coscienza di suggestiva alterità. Negli anni ’70, il gay clubbing, sarebbe a dire la frequentazione abituale di club gay, divenne una vera e propria religione, un modo di essere e di interpretare la vita. Secondo molte testimonianze, il primo locale esclusivamente gay fu lo Stonewall, bar con piccolo palco del Greenwich Village, sequestrato dalla polizia nel 1969 per la mancanza di una licenza per vendere alcolici.

stonewalliiLa motivazione dell’intervento delle autorità fu chiaramente strumentale: il locale era ritenuto un pericoloso ritrovo per omosessuali e aveva attirato le feroci antipatie della borghesia benpensante. Molti dei suoi clienti furono colpiti a manganellate dalla polizia, arrestati o maltrattati senza motivo. La comunità insorse e decine di rivolte occuparono le strade della città (le rivolte dello Stonewall sono considerate da molti la prima vera battaglia per l’acquisizione dei diritti degli omosessuali). I locali da ballo in America, realizzati con il patrocinio dell’alta società, finirono spesso per diventare luoghi leggendari e simboli culturali di resistenza sociale. Tutto questo grazie all’entusiasmo di giovani lavoratori e disadattati di ogni sorta (uno dei nomi di spicco tra i frequentatori di questa scena fu il filosofo e storico francese Michel Foucault). Cominciarono a nascere così, in particolare nell’area di New York, locali oscuri frequentati soprattutto da omosessuali e soggetti sottoculturali. La stessa funzione ebbero locali storici del northern soul in Inghilterra, come il Twisted Wheels a Manchester, il Wigan Casino e il Pier a Cleethorpes… Molti ritengono, invece, che il primo locale gay fu il Sanctuary a New York, vero e proprio punto di ritrovo segreto per gay e lesbiche. Altro club storico da ricordare è il Loft, sempre a New York, una casa privata che all’inizio degli anni ’70 si trasformò in uno dei luoghi più esclusivi e rinomati per la diffusione della musica dance, grazie soprattutto al lavoro del proprietario e dj resident David Mancuso.

Il gay clubbing era un trend in ascesa e legato a tre tipologie umane principali: omosessuali, uomini di colore e donne della classe lavoratrice (tantissime sono le testimonianze di coloro che frequentavano abitualmente club gay, in quanto non si correva il rischio di essere importunati da nessuno, e dove addirittura gli uomini trattavano le donne come delle “sorelline”). Uno stile di vita che si diffuse a macchia d’olio, prima attraverso canali ufficiali (locali, discografia, bar) poi in contesti underground (per esempio con le feste organizzate nel già citato Loft di David Mancuso, uno dei primi dj a traghettare il suono funk verso la maturazione disco), preoccupando conservatori e perbenisti. Così la critica dei mass media cominciò a fomentare distorte opinioni popolari. Tutto sfociò nel cosidetto “Disco Sucks”, una campagna reazionaria di stampo bianco/machista contro l’emancipazione dei gay e delle persone di colore, volta a denunciare la decadenza dei club gay friendly e la supposta vacuità della musica disco. Numerose manifestazioni organizzate nelle maggiori città degli Stati Uniti furono clamorosamente accompagnate in Inghilterra da un articolo uscito su The Young Nationalist, una pubblicazione del partito nazionalista inglese, che diceva ai suoi lettori: “La musica disco e il suo melting-pot pseudo-filosofico vanno colpiti altrimenti le strade inglesi saranno piene di neri adoratori del soul”. La critica musicale ne approfittava per consolidare le proprie convinzioni: solo uccidendo la disco music il rock avrebbe potuto riaffermare l’ormai minacciato concetto di mascolinità e ristabilire l’ordine della bivalenza uomo/donna nell’atto sessuale. C’è da dire che l’avversione nei confronti della disco venne accentuata notevolmente quando il 5 giugno del 1981 una rivista americana di medicina descrisse la morte misteriosa di cinque giovani gay nell’area di Los Angeles: prima testimonianza legata allo sviluppo di un virus letale che in seguito venne battezzato con l’acronimo AIDS. Altro motivo di sospetto era la diffusione all’interno dei club di droghe “ricreative” usate per alterare gli stati mentali dei ballerini, rilassare i muscoli o scollegare il corpo dalla supervisione del super-io. Il discorso, di per sé abbastanza complesso, potrebbe essere riassunto più o meno così: molte di queste sostanze sono state accettate nel corso dei secoli dalla maggior parte dei modelli culturali (come è successo con l’alcool o la caffeina),  mentre altre droghe (come la marijuana o l’anfetamina) continuano a essere proibite dalla legge.

A metà degli anni ’70 si assisteva comunque al proliferare di locali underground che sfuggivano ai canoni del mainstream. Luoghi che entreranno a far parte della storia della musica popolare americana ed europea. Tra questi, il posto che più d’ogni altro è stato mitizzato dai posteri, senza ombra di dubbio, fu il Paradise Garage a New York, ben rappresentato dalla figura storica del produttore e dj Larry Levan.

Intorno alla figura di Larry Levan si è venuto a creare col passare degli anni un vero e proprio culto… Fu il dj che per circa dieci anni diffuse in tutto il mondo musica disco, house (beat in 4\4 costruiti intorno ai 125-130 bpm) e garage, tanto che i maggiori dj in circolazione a livello mondiale, tra cui Francois X e Frankie Knuckles, ancora oggi lo citano come gran maestro e maggiore fonte di ispirazione, essendo stato il primo dj nella storia a proporre un mix di musica davvero eclettica e di larghe vedute: dai Peech Boys (gruppo prodotto dallo stesso Levan) ai Brass Construction, da Roy Ayers ai Kraftwerk, dai Trammps a Sylvester, il tutto miscelato da una consolle che prevedeva tre piatti (metodo utilizzato ancora oggi di cui Levan è stato un pioniere) e veri e propri sessionmen ai synth e alle percussioni. Un mix di suoni travolgente che sbalordiva il variegato pubblico del Paradise Garage e che oggi, all’ascolto, resta ancora inimitabile. Innamorato della musica dei Temptations, di Lee Perry e di George Clinton e i suoi Funkadelic, Levan diffuse indistintamente tutta la musica afro-americana degli anni ’70 fino arrivare negli anni ’80 all’house e al ripescaggio della disco. Mentre Levan definiva il sound dell’underground newyorkese chiamandolo garage, Knuckles faceva lo stesso a Chicago usando però un altro termine, house, almeno all’inizio impostato sui 105 bpm.

larry5Per “garage” s’intende quel ramo della musica che si è evoluta dalla disco music di matrice soul e di influenza gospel e che deve la sua diffusione al dj Tony Humphries. Notate bene: il termine stesso deriva dal Paradise Garage e dal suo dj resident Larry Levan. L’house invece va considerato come il sottogenere, esploso commercialmente negli anni ’80, direttamente discendente della disco music. I due generi continueranno ad andare di pari passo, in maniera sempre meno consapevole per i loro fruitori, ormai definitivamente distratti dai nuovi fenomeni di tendenza e commercializzazione. A metà anni ’80 sorsero le prime etichette specializzate, tra cui la Trax Records dell’imprenditore Larry Sherman. Con tracce come “I Can’t Turn Around”, “Jack Your Body” e “French Kiss” la musica disco andava normalizzando la propria espressività verso uno stereotipo pensato più per le classifiche che per la pista da ballo. E nel 1991 nacque la cosidetta disco-house, che consisteva nel campionamento di brani disco con l’aggiunta di drum machine moderne sullo stile del nuovo sound di Chicago. Fenomeno che sfocerà all’inizio nel pop-disco-house all’europea (Moroder, Donna Summer), poi nella trance e nell’acid house inglese (Paul Oakenfold, Ministry of Sound) e nel 1994 in quella che sarà denominata “French Scene”, con l’esplosione di nomi come Bob Sinclair, Dimitri From Paris e Daft Punk.

L’otto novembre del 1992 Larry Levan morì d’AIDS: da questo momento il mondo dei club e della musica dance non fu più lo stesso. Finì un’epoca. La musica si trasformò e le discoteche diventarono elementi tollerati e fagocitati dal mercato. È incredibile come la figura di Levan, un personaggio così poco popolare tanto da essere trascurato anche da chi si avvicina o che già bazzica nel mondo delle consolle, un artista che nel mondo della musica non è legato a nessuno strumento in particolare e che porta a nome suo soltanto poche compilation con brani di altri autori, abbia influenzato tutta la musica che ha caratterizzato la fine dello scorso secolo e l’inizio del nuovo, una forma di espressione sonora ormai rovesciata nei suoi significati, come avviene per qualunque filone che si avvia alla sua fine, per far posto a nuovi codici e ordini sociali del tempo. Se facciamo un po’ d’attenzione però, ancora oggi, potrebbe capitarci di acquistare un mix di recente produzione o qualche raccolta di musica dance che tra i ringraziamenti porta, nelle prime righe, il nome di quel dj che resta un punto di riferimento per chiunque voglia avvicinarsi, con serietà, a quelle sonorità che circa venti anni fa hanno posto le basi per l’evoluzione della musica elettronica contemporanea e dell’EBM (electronic dance music).

Discografia consigliata:

Salsoul Orchestra – The Salsoul Orchestra (Salsoul, 1975)

Loleatta Holloway – Loleatta (Gold Mind/Salsoul, 1976)

Ashford & Simpson – So so satisfied; send it (Warner Bros, 1977)

Linda Clifford – If my friend could see me now (Curtom, 1978)

Larry Levan – Live at the Paradise Garage (Strut/West End Records, 2000)

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