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Boogie Woogie Renaissance

È nell’aria, o almeno dovrebbe esserlo. Revivalisti, passatisti e musicologi, come al solito, necessiterebbero di segnali più concreti per ammetterlo, di altri passaggai logici e storici, ma la faccenda è chiara: questo dovrebbe essere il tempo del ritorno del boogie woogie. Vale a dire: è ora che il boogie venga recuperato concettualmente ed esteticamente… Ce n’è bisogno, a più livelli, per più ragioni. E, per questo, siamo quasi sicuri che non tornerà.

Partiamo dal rock, un genere invecchiato e plastificato che ricerca linfa vitale nel ritmo (contaminandosi con linguaggi new wave, afro, dronici, post-minimalisti, revivalisti) e nella visceralità (folk, blues, R&B anni ’70, soul): il fine di questa ricerca è ovviamente la sopravvivenza. Ma quale ricetta migliore ci può essere per recuperare senso, ritmo e urgenza se non riallacciarsi a un groove stuffle, ballabile, ipnotico, antico e sincero come una necessità? Bisogna coniugare insieme senso ed emozione, significato e rifiuto di significati. Storia e modernità.

Tutto nasce da una particolare abilità: intorno agli anni ’20 alcuni pianisti afroamericani si scoprirono capaci di suonare un nuovo tipo di blues, più veloce e nervoso, in dodici battute. La mano destra ripete una serie semi-improvvisata di semplici e incisivi riff blues; la sinistra, con tutt’altra logica, macina un potente e narcotizzante working bass (o in alternativa un sinuoso e avvincente rolling bass), ossia il succedersi per quattro volte in ogni battuta di una croma puntata e di una semicroma, con il ritmo in quattro tempi raddoppiato in otto ottavi. Da una parte il dolore, dall’altra la gioia. Sembra una sciocchezza, ma da questa musica nascerà il blues ballabile, ossia il rock ‘n roll, l’armonia deforme, il caos cum ratione da cui lo stesso jazz mutuerà accenti stilistici e apparenze di frenesia. Musica vecchia cent’anni, nata da una fantasiosa contaminazione di honky tonk e spiritual, ragtime e country… un fantasma che da sempre influenza la musica rock (Maddox Brothers and Rose, Chuck Berry, Jerry Lee Lewis, Billy Haley, Cream, Grateful Dead, The Allman Brothers Band, Foghat, Canned Heat, Led Zeppelin, Status Quo, T-Rex, ZZ Top), e che in passato cambiò il jazz e rivoluzionò il blues. Ed è arrivato il momento della coscienza, del ritorno e della nobilitazione.

Il boogie nasce e muore come musica povera, fraintesa, strumentale (ossia da sfruttamento). Anche quando conquistò il mondo trasformandosi in uno dei balli più in voga in America ed Europa (anni ’30 e ’40), nessuno si preoccupò di studiarne l’essenza, il messaggio, la specificità.

Pete JohnsonAlbert Ammonds sono riconosciuti come i padri di questo stile, i numi tutelari da invocare e venerare. La storia iniziò però molto prima, in qualche angolo sperduto dell’immensa provincia americana. Secondo la vulgata, il suono boogie era già presente negli Stati Uniti alla fine dell’Ottocento, come deformazione rurale di stilemi blues e country. Seguendo i binari delle nuove ferrovie sarebbe poi stato importato dal sottoproletariato afroamericano nei grandi centri dell’Est, contaminandosi con il jazz. L’intuizione originale di trattare il boogie come un genere a sé, cioè di ripulirlo dalle alterazioni posteriori e di riportarlo allo schema iniziale, sarebbe stata di Meade Lux Lewis, pianista ciccione del Kentucky attivo tra Chicago e Minneapolis intorno agli anni ’20 e ’30, come testimonia la sua “Honkey Tonk Train Blues” del 1927, brano simbolo del nuovo corso di recupero e riconsiderazione del misterioso stile ritmico. Lewis, anche conosciuto come il Duca di Lussemburgo, registrò questo pezzo, poi diventato uno standard, in cui imitava il suono e l’accelerazione di un treno a vapore per la Paramount e fu subito un successo. Con la mano sinistra sparava un ritmo serrato e ossessivo, con la destra ricamava stacchi, accenti e progressioni, di grande slancio black. Non è ancora boogie, o forse non lo è già più. Comunque poco ci manca…

Storici più attenti fanno risalire l’esplosione del suono boogie-woogie al 1919, quando i Louisiana Five, un’orchestrina dixieland popolare a New York, incisero la canzone “Weary Blues” secondo lo schema ritmico principale del genere. Che il working bass fosse uno stile ammesso e frequentato nell’universo dixieland lo sappiamo in base a molte registrazioni specificatamente caratterizzate da un umore boogie: nel 1923 Richard M. Jones di New Orleans produsse un jazz intitolato “Tin Roof Blues”, l’anno dopo, nel 1924, venne registrato da Jimmy Blythe un brano pianistico intitolato “Chicago Stomps”, un ragtime rallentato e dai bassi più potenti e marcati.

Il pianista ragtime Ferdinand “Jelly Roll” Morton racconta invece che il boogie era uno stile già in voga nelle campagne intorno a New Orleans all’inizio degli anni ’10 dei Novecento. Per altri jazzisti si trattava di un’antichissima musica tipica del Texas, sviluppatasi quasi autonomamente tra la città di Marshall e Harrison County, come una sorta di reazione sintetica tra lo spiritual più duro e il country reinterpretato con gusto blues, assai in voga nei bordelli e nelle locande frequentate dagli afroamericani. Secondo studi più strutturati e accademici la partenità del segno è invece europea e classica: ascoltando la terza variazione della seconda selezione della 32° sonata per piano di Beethoven del 1821, a detta degli esperti, si dovrebbe inutire il germe ritmico e stilistico del boogie… Non c’è dubbio che almeno il termine è di origine africana. Boogie dovrebbe provenire dal verbo buga, che in Mali significa “ritmare”, “dare un tempo”, o dal liberiano bogi, che significa “ballare”.

Il vero sistematore di questa incredibile musica è stato l’oscuro Pinetop Smith (al secolo Clarence Smith, 1904-1929; il soprannome Pinetop si dice derivi dalla sua abitudine ad arrampicarsi sugli alberi), gioioso interprete del conflitto tra tecnica e passione, ideale e crisi. Puro dualismo tra disperazione e allegria, tasto nero e tasto bianco. Di Smith si sanno pochissime cose. Non conosciamo neppure il volto, perché non ci sono fotografie o ritratti ufficiali che ce lo ricordano. Sappiamo che crebbe in condizioni di estrema miseria, ma che grazie alle sue capacità musicali e attoriali riuscì ad allontanarsi dalla rurale Alabama in cui la sua famiglia lavorava il cotone, per trasformarsi in una stella del vaudeville poi in un dotatissimo pianista, uno dei più veloci mai ascoltati negli Stati Uniti. Morì giovanissimo in circostanze misteriose, freddato durante un concerto da una pallottola vagante. Nel brano “Pinetop’s Boogie Woogie”, del 1928, primo vero successo del genere, il pianista ci spiega infatti cos’è il boogie e come si balla: “Now, when I tell you to hold yourself, don’t you move a peg. / And when I tell you to get it, I want you to Boogie Woogie!..

Di certo fu con Pinetop che il boogie si diffuse coerentemente e ufficialmente negli Stati del Sud-Ovest e poi più a Est, attraverso rent pary, passaggi in radio e concerti pubblici, fino a insediarsi a New Orleans, dove fu finalmente riconosciuto come genere autonomo rispetto al jazz, e poi a Chicago, dove Jimmy Yancey si fece largo come interprete ed esecutore di partiture velocissime, infiammate e rancorose, ritenute poi fondamentali per la nascita del rock ‘n roll.

Di base del boogie conosciamo soprattutto il mistero. E non è soltanto un problema di fonti. Anche in tempi più remoti si faticava a coprenderne il senso e la genesi. Fino agli anni ’30 il termine boogie era ancora poco usato, si preferiva usare il lemma “fast western”. Lo sdoganamento arrivò con una serie di concerti al Carnegie Hall organizzati tra il 1938 e il 1938 da John Hammond con Big Joe Turner, Pete Johnson, Albert Ammons e Meade Lux Lewis (tutti allievi e amici di Pinetop Smith). La turnee, intitolata From Spirituals to Swing, segnò l’apice della stagione boogie e la sua fine… Con l’avvento dello swing, la rivoluzione boogie-woogie sembrò infatti arrestarsi e finì con l’essere fagocitata dalle polifonie e gli unisoni delle big-band (anche se uno dei brani più famosi della swing era fu proprio la riproposizione di “Pinetop’s Boogie Woogie” da parte dell’orchestra di Tommy Dorsey), fino a sottomettersi ai filoni hillbilly e jump blues. Ma se la musica nostalgica degli anni Duemila ha saputo recuperare il folk pre-war, lo swing e il blues tradizionale, perché non riesce a focalizzarsi sul boogie? Manca la tecnica? O forse la forza? Manca il gusto, ecco cosa.

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