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Bello Figo, bello vero

Si è fatto un gran parlare di Bello Figo (graficamente noto come Bello FiGo), giovane rapper parmense di origini ghanesi, in quanto fenomeno para-culturale e mediatico di forte presa (più della millechiodi) e come parabola e metro di giudizio e di suscettibilità per gli umori di un popolo, quello italiano, sempre a caccia di nuovi idola. Esistono tanti e diversi contributi sull’argomento. Anche firme autorevoli si sono misurate con la frattura di tibia e perone causata dalle metriche del giovane connazionale. Un italiano vero, esploso prima sul web e poo in TV, proprio nel canale che, dovendo stare sul satellite, ha accellerato l’adeguamento al digitale terrestre: Rete4. Grazie all’inossidabile e apprezzabilissimo Maurizio Belpietro.

Perché ne parliamo ancora? Partiamo dal tentativo altro di dare merito al rapper sotto il profilo musicale, dato che la lettura antropologica e neo-coloniale appare assai sterile e monotona, perché più vicina a una costruzione retorica che a una urgenza ermeneutica, ottima per frange accademiche dedite al giustificazionismo post-hegeliano del pop, al solo fine di cavalcarne l’onda anomala o di non sentirsi tagliati fuori dal mondo delle bellissime apparenze di chi si gode il successo.

Il lavoro estetico di Bello Figo testimonia la sopravvivenza di un artigianato musicale in grado di rendere manifesto il potere (da riscoprire grazie al gioco) annidato dietro strumenti comuni, che non sono più strumenti, ma solo applicazioni e programmi, doni democratici offerti dal capitale, mezzi di espressione e creazione davvero a disposizione di tutti. La sua grandezza sta nell’aver sviluppato uno stile adatto alla subcultura italo-swag (hip-hop vernacolare, agonistico, ludico e invettivo) di YouTube ed esser rimasto su YouTube, vero archivio della conoscenza mediatico-culturale contemporanea, anche dopo essersi imposto al pubblico nazional-popolare e televisivo. A differenza di tante altre star del web 2.0, che permette una fuoriuscita dall’anonimato e dalla povertà, Bello Figo non doveva andare da nessuna altra parte: è rimasto dove era, a fare swag con i suoi fratelli.

Il suo lavoro politicizza l’arte come non si ascoltava da tanto tempo. Effettivamente, la sua opera testuale, carica di luoghi comuni (gli stessi che il rap commerciale sublima o suggerisce con sofisticati giochi di parole sottolineati da arguti arrangiamenti musicali) lasciati al loro stato volgare, premia l’estetica della ripetizione, facendo svolgere alle parole una intenzione musicale ben al di fuori del loro significante, pur lasciandone manifesto il significato.

L’artista resta senza dubbio confinato nel genere della canzone d’autore, sostituendo l’antico gusto per l’arrangiamento folk-popolare con basi e motivi di folk contemporaneo statunitense (il rap, l’edm), con la sua struttura ritornello-strofa che gli permette la riconoscibilità giusta per trovare spazio nell’alveo della produzione musicale standard. In questo modo guadagna una giusta posizione di intelligente medietà sebbene canti fuori dal coro: infatti, pur conservando in ogni sua produzione un legame con la struttura classica della canzone popolare e leggera, Bello Figo adatta il medium alle sue urgenze cantautoriali, mettendo in pratica un detournement che fa della struttura una sovrastruttura piegata alle sue intenzioni.

Ma è soprattutto nell’arrangiamento che Bello Figo esprime il proprio talento artistico: è da apprezzare la scelta sottile e funzionale di pattern perfettamente mediocri e aggressivi, sempre diretti, immediati e insieme critici, sgangherati… e ancora di più la cura in fase di editing disposta, in ogni produzione, dal musicista parmense: la sua traccia finale, organizzata su un qualsiasi e banale editor digitale, testimonia un’attenzione e una precisione incredibile nella sovrapposizione delle linee, in cui sonorità sempre belle timbrate, belle sparate, incorniciano con un feeling umano, quasi funk, benché artificiale (sintetico, indiretto, digitale), le operazioni verbali che così tanto fanno discutere… perché sempre di parole si tratta.

E le basi? Tutto funziona incredibilmente grazie a una trama di ricorsi e tangenti sfumate che tende sempre a chiudersi senza restare in sospeso. La chiave di tutto è da trovare nell’ossessiva ripetizione di cellule ritmico-melodiche fondamentali, in grado di piazzarsi in capa come gli ear-worms dei migliori prodotti dell’industria culturale. Ma dietro Bello Figo non c’è Dr Dre, Frank Ocean o Mike Will Do It, non c’è Pharrell, né Arca… a lui produrre le sue canzoni non è costato tutti quei dollari: è stato in grado di fare tantissimo con troppo poco. Quel poco che in effetti tutti noi abbiamo a disposizione ma da cui non sappiamo cavare altro che pasticci, illusioni, imitazioni o tentativi pretestuosi e indegni di originalità.

In conclusione, il suo fare musicale è senza dubbio didattico. Ci suggerisce quanto sarebbe semplice e alla portata di tutti produrre musica d’impatto e infinitamente pervasiva… Se non fosse che poi, certo, noi non siamo Bello Figo: non avremmo mai la stessa presa, e nemmeno la stessa intelligenza che gli permette di far cantare: “non mi sporco le mani …”.

Ma lasciate, almeno per un attimo, perdere i messaggi, le provocazioni e i salti mortali ermeneutici: pensate alla musica, al flow, ai tempi e agli arrangiamenti. La bellezza ricercata e dichiarata di Paul Yeboah in arte Bello Figo Gu è lì, perché senza quel supporto (puramente musicale) di lui e delle sue posizioni non sarebbe rimasto ricordo.

 

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