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Anni Ottanta e il Grebo Rock

La più bella cosa che io possa dire sugli anni ’80 è questa: sono stati anni ambigui. Dominati da una nebulosa controrivoluzione monetaria e schiacciati dall’inesorabile realtà deteriorata delle mode. Anni abbastanza contraddittori, anche in ambito rock. The Cure, Devo, The Smiths, Tom Tom Club, Jesus and Mary Chain e Talking Heads (e in Italia quelle famose affinità e differenze tra loro e il compagno Togliatti) rappresentano l’eccellenza  e le eccezioni del decennio, una realtà creativa che poco o malvolentieri si legò al genere rock.

Lo spirito di autenticità e purezza che aveva contraddistinto (almeno idealmente) la cultura rock negli anni ’60 e ’70 sembrava quasi del tutto esaurito, distrutto dalla sbornia progressiva e psichedelica del decennio precedente e dalla grande delusione del movimento punk. Il genere, quello della musica elettrica suonata con le chitarre su tempi veloci, appariva insomma moribondo, sconclusionato, ed esprimeva la propria funzione estremizzandosi in territori sempre più marginali e paradossali di nichilismo (new wave, innanzatutto, post punk, minimal e depressionismo newyorkese), aggressività (thrash metal e hardcore politico), superficialità (hair rock, rock-fm, yacht) e decadenza (punk-dance, industrial). La gente voleva proprio altre cose. Il famoso “usa e getta” e novità controculturali estreme. Sorprendenti e meravigliose novità.

Oggi, abbiamo ampiamente riconsiderato e rivalutato il decennio: quella superficialità era molto più divertente, creativa e produttiva dell’attuale vanità estetica e a suo modo aveva ancora qualcosa da dire. Certo, i grandi (e ingenui) ideali erano già tutti tramontati, così come le speranze e le motivate disperazioni, e un’aggressione indisciplinata di esteriorità, di immagini vacue e di pseudo-morali cirenaiche minacciava le menti e i gusti comuni, imbarbarendoli. Si producevano suoni affettati, artificiosi, simulati e accentuati, o per reazione gesti di pura ribellione e autoeslusione, come se l’ostentazione e l’eccesso potessero bilanciare l’abiezione in atto, o supplire alla mancanza di senso e contenuto. Molto spesso, con questi suoni effimeri si manifestava una volontà chiara: quella di non fornire più nessuna coscienza, nessuna esperienza. Si ricercava una deliberata fuga dalla realtà, requisendo il senso profondo e problematico delle cose e rifiutandolo come inutile e noioso.

Eppure c’era chi continuava a sentire la mancanza di quella (più o meno reale o giustifica) autenticità espressa nei decenni precedenti dal rock. Succedeva soprattutto negli States, dove fiorivano categorie revivaliste come il roots rock, il college rock, il Paisely underground e il cow punk… Un atteggiamento che sottolineava un rifiuto del presente e una precoce volontà di recupero del Novecento. Così, negli anni ’80, gli appartenenti alle varie subculture di outsider rockettari giocavano apertamente al riciclaggio e all’antiquariato, recuperando dal passato i suoni e le atmosfere perdute. In Inghilterra, specie nel nel Nord, gruppi di greaser (revivalisti dello stile anni ’50 dei ragazzi impomatati, greased appunto), biker (i fissati di Harley e musica hard e southern), rockabilly, post-punkster e nuovi fricchettoni non completamente arresi al revivalismo erano conosciuti e si riconoscevano con il nomignolo slang di grebos. Erano i ragazzi che mal digerivano le derive metal e hardcore, così come gli slanci intellettualoidi della new wave, e che intendevano salvarsi dal dominio pop studiando e replicando la vecchia musica elettrica (e hip hop) per mischiarla alle novità più tollerabilindel periodo. Per questo, la generazione grebo suonava un rock sia moderno che regressivo. Un suono che recuperava la psichedelia, il garage anni ’60 e ’70 e i grandi riff hard rock, ma non aveva paura di confrontarsi con le dinamiche electro, wave e hip hop. S’intendeva riattualizzare il vecchio suono rock attraverso lo spirito contraddittorio proprio degli anni ’80. In questo senso le esperienze passate erano contaminate soprattutto con la dance, l’elettronica industriale della scuola tedesca e i nuovi linguaggi produttivi del rap americano, in un continuo scontro incontro di influenze apparentemente in dicotomia.

Gli Gaye Bykers on Acid furono, per esempio, una delle prime band rock con un dj in formazione. Il loro suono era sporco, crusty, groovy, divertente e allucinato. In questo modo anticiparono i suoni crudi e inquinati di certo crossover anni ’90, senza però rischiarne la monotonia e l’ottusità. Anche il look era un nuovo modo di mostrarsi ribelli. Le lunghe chiome venivano rivoluzionate come dreadlock e code di cavallo tiratissime. Gli anfibi diventavano colorati; le tute tipiche del primo hip hop, erano indossate sotto le giacche di pelle. Ma oltre all’aspetto, anche nel sound gli Gaye mostrarono una spiccata tendenza alternativa e postmoderna, ancora oggi attuale e godibilissima.

Il grebo rock è un sottogenere tipicamente ’80 allorché evita il pensiero troppo lungo, studiato o appassionato e ricerca una tormentata e ambigua forma di leggerezza. Tale risultato è raggiunto attraverso acrobazie stilistiche, contraddizioni in fieri, la strana commistione tra essenzialità e artificialità e l’esplosione creativa di significati e riferimenti fluttuanti e ironici. La musica trasborda dai canoni di partenza, infettandosi attraverso l’indistinta manipolazione delle ispirazioni e l’eteronomia concettuale: tutto è in bilico tra serio e faceto, originale e plagio.

I veri padrini del genere furono i The Bomb Party, una rock band di Leicester. La loro musica era un’irresistibile commistione di gothic rock, rockabilly, avanguardia e sperimentazioni elettroniche. Il loro album d’esordio “Drugs” del 1986 fu un buon successo commerciale e vero must del sottogenere. In seguito rifiutarono l’appellativo “grebo”, allacciandosi più genericamente alla scena indie-alternative.

I Pop Will Eat Itself rappresentarono, invece, la parte più industriale del movimento. Molto presto, infatti, sotituirono la batteria con una drum machine, per sperimentare suoni più sintetici e plastificati. Il loro leader Clint Mansell è ricordato dai Nine Inch Nails come una delle loro maggiori fonti d’ispirazione. I loro singoli ironici e incatalogabili incastravano sampler rubati a grandi successi del rock (in “Def. Con. One”  campionano “Now I Wanna Be Your Dog” degli Stooges), alla musica classica, alla pubblicità o ai cori da stadio (geniale l’episodio “Touched by The Hand of Cicciolina”), mischiando rock, acid house, hip hop e industrial. E proprio a loro si deve lo sdoganamento del termine slang “grabo”, come compare nel brano iconico “Oh Grebo I Think I Love You”, uno dei must per comprendere il (misterioso) movimento.

Wonder Stuff suonavano più indie e ordinari, ma sempre con un atteggiamento ironico e positivo. Le loro contaminazioni erano soprattutto folk e punk-rock, saldamente inserite nella marcata connotazione english del loro background. Il lato più dance della grebo music fu incarnato dai Jesus Jones: chitarre distorte e basi electro convivevano in brani ballabili che traghettarono il genere fino agli anni ’90, prima che brit pop e grunge s’imponessero come cifre estetiche dominanti del nuovo decennio.

Quasi tamarri, eppure squisitamente coinvolgenti, gli artisti di questa sfortunata generazione (schiacciata tra due fuochi troppo intensi e troppo diversi, come la new wave e il grunge) rappresentano un capitolo minore, ma comunque importante della storia della musica rock, che alla fine di questa lunga e insopportabile stagione di revivalismo anni ’80, bisogna pur ricordare. Musica originale e creativa, ricca di sfumature e ombre. Pura contraddizione conscia della propria inconsapevolezza.

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